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Brda Contemporary Music Festival 2015

Angelo Leonardi By

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Brda Contemporary Music Festival 2015
Smartno—Slovenia
10-12.09.2015

A Smartno in Slovenia, poco oltre il confine con l'Italia prospicente Cormons, si tiene da cinque anni un piccolo ma avvincente festival dedicato alla libera improvvisazione. La regione, chiamata Brda, è tanto suggestiva quanto quella del vicino Collio: un paesaggio di verdi colline che producono vini strepitosi e piccoli borghi medioevali. Il festival di Smartno nasce dalla collaborazione tra la Hisa Kulture -vivace centro culturale del paese -e il direttore artistico Zlatko Kaucic: un'iniziativa prestigiosa per tutta la regione che con un budget esiguo costruisce programmi di rilievo ed è seguita da un consistente pubblico. Se quest'anno la protagonista del cartellone era la contrabbassista francese Joëlle Léandre non mancavano musicisti ben noti dell'area musicale friulana e slovena: Daniele D'Agaro, Massimo De Mattia - Bruno Cesselli, Giorgio Pacorig, Giovanni Maier, Milko Lazar, Cene Resnik. Animato da una prospettiva d'integrazione culturale e generazionale, il festival ospita anche musicisti emergenti di entrambe le aree geografiche (come Clarissa Durizzotto, Andrea Gulli, Luigi Vitale o Marko Lasic) e presenta i talentosi allievi della scuola di Kaucic.

Programmata dal 10 al 12 settembre, l'edizione 2015 ha confermato la scelta estetica fondata sulla libera improvvisazione, con incontri e collaborazioni inedite. Nella sala che ospitava le belle fotografie di Joze Pozrl s'è esibita la prima formazione: un quartetto comprendente Clarissa Durizzotto al sax contralto e clarinetto, Paolo Pascolo al flauto, Jost Drasler al contrabbasso e Vitja Balzalorsky alla chitarra elettrica. Con alle spalle una solida formazione classica la Durizzotto è una delle figure emergenti del jazz italiano. Già allieva di Daniele D'Agaro e Claudio Cojaniz, la giovane musicista ha evidenziato un eloquio appassionante e una rigorosa linea di ricerca, in equilibrio tra episodi cameristici e marcate esplorazioni timbriche. Non da meno i suoi partner, con cui ha elaborato percorsi vibranti e ricchi di contrasti. Poco dopo, entro la locale chiesa di St. Martin, s'è esibito il duo violino/percussioni di Ana Kravanja e Samo Kutin: è stato un fluire di percorsi melodico-ritmici iterativi elaborati con strumenti etnici (vari xilofoni, una ghironda) manipolati per creare effetti sonori particolarmente coinvolgenti.
Ha concluso la serata il quartetto di Andrea Gulli con Gabriele Cancelli alla cornetta e i percussionisti Vid Drasler e Marko Lasic. Unica voce in front line, Cancelli ha svolto con passione e fantasia il ruolo di protagonista, interagendo per un'ora con il tappeto di suoni sintetizzati creati da Gulli e le possenti trame percussive.

Il giorno successivo, dopo il set pomeridiano che alternava musica e poesia, Andrea Gulli è tornato sul palco per un'esibizione in solo al laptop e nastri registrati. Molto attivo e apprezzato nell'ambito della sperimentazione elettronica, Andrea Gulli ha evitato inutili e dispersivi compiacimenti sonori a favore di una ricerca dalla trama rigorosa, con sequenze ritmico-melodiche iterative in relazione reciproca. Una musica che partiva dai lavori pionieristici di Terry Riley e La Monte Young che creava vere e proprie sculture sonore in sovrapposizione e dissolvimento, in cui resta centrale l'uso creativo del tape delay.

È seguito il duo dei sassofonisti Daniele D'Agaro e Cene Resnik in una prova esemplare per ricchezza dei percorsi ed empatia. In alcuni brani D'Agaro è passato al clarinetto e le cose migliori sono venute da questo connubio: nella loro sequenza liberamente improvvisata ha colpito la capacità dei musicisti di rispondere immediatamente alle reciproche sollecitazioni, alternando camerismo e free senza dimenticare il senso della costruzione logica.
Ha chiuso la serata il sestetto sloveno Koromac, con i ragazzi provenienti dalla scuola di Kaucic. In un collettivo di ventenni impegnati nella musica improvvisata non potevano mancare i suoni più estremi del rock. Il free storico s'è quindi coniugato con atmosfere alla Napalm Death con citazioni varie che spaziavano dal mainstream jazz ai Deep Purple. Insomma un gran calderone ma fantasioso e ben congegnato in cui hanno avuto modo di emergere ottime personalità: in particolare è piaciuta la forza espressiva di Matjaz Bajc al basso elettrico e la sicurezza di Jure Borsic al sax contralto.

Il festival s'è concluso sabato 12, con una giornata particolarmente ricca. Dopo la bella esibizione nel primo pomeriggio del Kombo B di Kaucic (i ragazzi del sestetto Koromac con altri innesti) il duo di Giovanni Maier e Giorgio Pacorig s'è esibito, ispirandosi alla proiezione del documentario "Niso Letele Ptice" rievocante i drammi umani della prima guerra mondiale. Rispettivamente al contrabbasso e sintetizzatore Korg, hanno espresso una forte tensione iniziale, dominata dagli effetti ritmico-rumoristici di Maier, fino a privilegiare dimensioni più riflessive.

I concerti serali hanno preso il via con l'Hibrid Duo, comprendente Milko Lazar al fender Rhodes e Kaucic alla batteria. La formazione ha pubblicato un recente album (Ena/One, Sazas 2014) i cui percorsi erano comunque diversi essendo sempre in gioco la piena libertà improvvisativa. La formazione classica e l'esperienza Lazar come compositore e direttore d'orchestra si riverbera nel suo approccio improvvisativo, trovando in Kaucic un'inesauribile fonte di impulsi e suggerimenti. Il concerto ha sviluppato quattro differenti episodi caratterizzati da chiare identità, trovando riferimenti con la musica colta o la tradizione jazzistica (come le sonorità evocanti il quintetto elettrico di Miles Davis) fino a spingersi in visionarie esplorazioni elettroacustiche.

Subito dopo anche il duo flauto/vibrafono di Massimo De Mattia e Luigi Vitale ha sviluppato un intenso interplay, giocando su un'ampia gamma di soluzioni armoniche e timbriche. Da alcuni anni il flautista s'è imposto come uno dei ricercatori più determinati nell'ampliare le possibilità espressive del suo strumento, in una prospettiva tanto concentrata quanto eclettica. La collaborazione con Luigi Vitale risale a qualche anno fa -nel quintetto che ha registrato Black Novel (Rudi Records, 2012) -ed ha rimarcato l'affinità che li porta a spaziare tra astrattezze cameristiche, riferimenti alla musica contemporanea e libera improvvisazione post-free, senza escludere momenti lirici d'impronta tradizionale. A differenza di quanto accade, anche nell'avanguardia, la loro musica non si esaurisce in ambito formale ma diventa strumento per ampliare i confini della ricerca.

Infine il solo di Joëlle Léandre. Dopo aver condotto due giorni di open workshop, la contrabbassista francese è salita sul palco confermando tutto il suo carisma con un'esibizione che ha dato la piena misura di cosa significhi libera ricerca improvvisata: un impianto narrativo avvincente, dove concentrazione, sapienza strumentale e disponibilità al rischio non escludono leggerezza, ironia e feeling. Joëlle ha espresso la sua proverbiale statura tecnica sia all'archetto che al pizzicato e, com'è sua abitudine, s'è accompagnata con suggestive improvvisazioni vocali. Un set ammaliante e sorprendente, fortemente applaudito da pubblico.
Il festival s'è concluso a tarda sera, con le esibizioni degli allievi partecipanti al workshop.

Foto
Joze Pozrl
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