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Wayne Shorter Quartet

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Parco della Musica - Roma - 03.10.2011

Wayne Shorter a Roma per l'anteprima del prossimo Jazz Festival (8-30 novembre). È il caso di cancellare appuntamenti, rimandare incontri e situazioni che, per una sera, possono tranquillamente attendere. Questo è quello che avranno pensato gli spettatori - tra i quali diversi musicisti dell'area jazzistica romana - che hanno gremito la Sala S. Cecilia del Parco della Musica, luogo ormai divenuto il centro focale degli avvenimenti musicali, e non solo, della capitale. Capita dunque di trovarsi assegnato un posto ottimale per osservare da vicino il quartetto capitanato dal saxofonista, che si avvale di nomi della statura di Danilo Pérez, John Patitucci e Brian Blade. Formazione con la quale Shorter negli ultimi anni ha rilanciato la sua carriera, dopo aver attraversato la storia del jazz in maniera trasversale, da Horace Silver a Miles, dai Jazz Messengers ai Weather Report.

Quello proposto è stato un set intenso, a tratti difficile da decifrare, ma certamente interessante per chi ha voglia di immergersi in una una musica che riesce ad andare oltre la fantasia, oltre la semplice esposizione di tecnica e muscoli, che riesce a scavare nel profondo dell'anima senza aggredire e ricorrere al mestiere. A colpire è la musicalità espressa da Danilo Pérez, sicuramente il cardine attorno al quale si muovono gli altri interpreti, sempre pronti nel tuffarsi in spazi solistici che non conoscono confini, che nascono da microscopiche cellule per poi espandersi e prendere corpo in maniera esponenziale, dando vita a momenti di intensità estrema. Patitucci è dei quattro quello che dà meno fondo al suo sapere, rimanendo ordinato nella sua partitura, che prevede diversi sipari con l'archetto che si lasciano ampiamente apprezzare, mentre Blade è l'unico che proprio non riesce a contenersi: restano in mente la precisione e l'asciuttezza dei suoi colpi più tenui, e rimangono negli occhi e nelle orecchie le bordate che regala nelle situazioni più decise, con tanto di bacchette spezzate.

Applausi scroscianti, in parte dovuti, a prescindere, altri sinceri per un'emozione che cresce sottopelle, che ti invade e ti attanaglia fino all'ultimo minuto. Dimenticavamo Shorter. Alterna soprano e tenore. Suona poche note. Quelle giuste. Le note che lo hanno reso un monumento vivente, un'icona di una musica che continua ad esaltarlo e ad esaltarci. Niente altro da aggiungere.

Foto di Davide Susa

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