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Uno sguardo al catalogo della prolifica Fresh Sound New Talent - parte I

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Jordi Pujol è un tranquillo signore di mezza età che nell’estate del 1983, quasi per caso e partendo da zero, si inventa produttore discografico. Dapprima ripubblicando con il marchio Fresh Sound mitici Lp anni ’50 della scena jazzistica californiana, poi registrando con molti dei grandi rappresentanti di quella stagione (Bob Cooper, Bill Perkins, Lou Levy, Bud Shank, Lennie Niehaus, Betty Bennett, Conte Candoli, Sue Raney, Lanny Morgan, per citarne alcuni), Pujol guadagna il rispetto dei musicisti e conquista un posto di rilievo nel panorama delle etichette indipendenti.

Ha inizio così un'avventura musicale entusiasmante che porta la Fresh Sound ad ampliare i propri orizzonti con un occhio di riguardo per le musiche del mondo, Fresh Sound World Jazz, per le esibizioni dal vivo, Fresh Sound Great Live Recordings, per le sonorità latine, Fresh Sound Jazz in Spain, e altro ancora. Fino ad arrivare al fiore all’occhiello dell’etichetta, quella New Talent Series che può essere paragonata, perlomeno dal punto di vista dell’estetica musicale, alla Blue Note degli anni Sessanta. Un occhio rivolto rispettosamente al passato, la mente decisamente proiettata verso il futuro, pronta a sperimentare nuove vie, a trovare nuove sonorità, il tutto nella piena libertà espressiva dei musicisti.

Curiosi gli inizi. Dopo aver registrato l’anno precedente alcuni gruppi emergenti di Barcellona, nel 1993 un certo Brad Mehldau di passaggio in quella città viene fissato su nastro in compagnia dei fratelli Rossy. E’ la prima registrazione dal vivo del pianista ed il primo successo internazionale della nuova etichetta.

Poi galeotta fu una visita di Pujol allo Smalls, piccolo club di New York, punto di ritrovo di una nuova ondata di musicisti meno trasgressivi dei colleghi del Tonic o della Knitting Factory ma lontani anni luce dai giovani leoni, impomatati, griffati e coccolati dalle Major. Bill McHenry, Chris Cheek, Reid Anderson, Kurt Rosenwinkel, Mark Turner, Ethan Iverson, Myron Walden diventano così la spina dorsale di un catalogo che a tutt’oggi vanta quasi trecento titoli.

Per una verifica, che non ha certo la pretesa di essere esaustiva, dello stato dell’arte dell’etichetta catalana, partiamo da tre dischi di musicisti iberici.

Ramon Diaz

Dialeg

Fresh Sounds

(2005)

Valutazione: 3 stelle

Ramon Diaz, fantasioso batterista delle Isole Canarie, licenzia con Dialeg un disco sostanzialmente in puro stile neobop, con tanto di unisoni di fiati e relativa successione di assoli eseguiti diligentemente, ma un po’ scontati. Dialeg diventa interessante quando il basso elettrico ed il fender rhodes sostituiscono gli strumenti acustici; non solo il suono del gruppo si fa più attuale, ma anche le composizioni ne guadagnano in freschezza e dinamismo. “Lado Norte”, con l’infuocato sax soprano di Jeppe Rasmussen ed “El Paseillo“ ipnotico mid-tempo (bravo il pianista J.Alberto Medina) sono i momenti migliori dell’incisione.

Santi Careta

Obertura

Fresh Sounds

(2005)

Valutazione: 3 stelle

Inizia in maniera sicuramente più avventurosa Obertura, disco d’esordio del chitarrista catalano Santi Careta. La title track ha un interessante incedere arioso e rilassato, Bob Marley viene omaggiato con una deliziosa versione di “Little Prince”, ottima l’interpretazione vocale di Julien Heinemann, e “Free Adat“ da' vita a oltre sei minuti di improvvisazione dai curiosi profumi reggae. Poi Careta vira lentamente verso una più canonica eleganza formale, un jazz raffinato che presta particolare attenzione alla caratura timbrica delle esecuzioni ma scivola via un po’ troppo leggero.

Ismael Dueñas - Marc Cuevas - Oscar Domenech

Mirage

Fresh Sounds

(2005)

Valutazione: 4 stelle

La stessa ritmica del disco precedente, ossia Marc Cuevas al basso e Oscar Domenech alla batteria, fornisce un sostegno di ben altra fantasia e dinamicità al pianista Ismael Dueñas. Mirage è un gran disco, un piano trio che rifugge i luoghi comuni e ama sorprendere l’ascoltatore quando meno se lo aspetta. Se possiamo affermare che la melodia è il fulcro attorno al quale ruota l’intera incisione, essa viene declinata in tutte le forme possibili. E Duenas incanta per l’abilità con la quale miscela ritmi, e per la sensibilità con la quale fa convivere suoni dub, “Mirage Dub (dub version)“ con echi romantici “Autumn Sadness“ o valzer indolenti “Cash Waltz“, passando per le libertà improvvisative di “Libertinatge“. Trio da seguire con attenzione.

Kris Davis

The Slightest Shift

Fresh Sounds

(2006)

Valutazione: 4 stelle

Spostandoci dalle parti di New York e dintorni ci imbattiamo nella figura del sassofonista Tony Malaby, presente in ben tre pubblicazioni, seppur nessuna a proprio nome. The Slightest Shift secondo disco della pianista canadese Kris Davis, mostra il lato più sperimentale e audace dell’etichetta catalana. Condensati in meno di quaranta minuti trovano spazio brevi racconti sonori dagli umori diversi ma accomunati dalla stessa libertà esecutiva, ora sbilanciata sul versante ritmico ora impregnata di un romanticismo post-moderno. In evidenza oltre al pianismo elegante ed incisivo della Davis, il camaleontico sax tenore di Malaby e il contrabbasso guizzante di Opsvik, che contribuiscono in maniera decisiva alla riuscita di un album sofisticato, un piccolo scrigno con numerose gemme.

Jamie Stewardson

The Slightest Shift

Fresh Sounds

(2005)

Valutazione: 3,5 stelle

Jhaptal del chitarrista Jamie Stewardson, con la front-line formata dal leader chitarrista, dal sax tenore di Malaby e dal vibrafono dell’interessante Alexei Tsiganov, è un significativo esempio di jazz moderno. Le composizioni di Jhptal profumano dei ricordi giovanili di Stewardson, Mahavishnu Orchestra e Return to Forever, degli studi musicali, Joe Maneri, degli esordi sul palco con cover di The Temptations e Drifters, e della maturazione artistica con George Russell, Jimmy Giuffrè e Matt Maneri. Il tutto filtrato da una grande libertà esecutiva, da continue variazioni della scansione ritmica, dall’attenzione alla forma ma anche alla sensibilità nel modificarla in progress, alla cura di un suono proprio di gruppo. Interessante per capire gli sviluppi futuri di certo jazz.

Scott McLemore

Found Music

Fresh Sounds

(2006)

Valutazione: 3,5 stelle

Risalente a più di sei anni or sono, la registrazione contenuta in Found Music presenta dei futuri pezzi da novanta del nuovo jazz newyorchese. Accanto al titolare dell’incisione, il batterista Scott McLemore troviamo infatti Ben Street, ancora Tony Malaby e Ben Monder in una session rilassata, incendiata a volte dal tenore di Malaby, connotata da una originale ricerca timbrica e da sofisticate soluzioni armoniche. Sorprende la maturità compositiva del giovane batterista residente a Reykjavik, autore di brani dalla struttura apparentemente semplice e lineare nei quali si vengono a combinare a meraviglia le idee improvvisative dei musicisti.

Sam Bardfeld

Periodic Trespasses

Fresh Sounds

(2006)

Valutazione: 2,5 stelle

Periodic Trespasses del violinista Sam Bardfeld è un po’ estraneo ai canoni estetici dell’etichetta. Una storia tra il surreale e l’onirico suddivisa in sette capitoli, una voce narrante che apre le porte musicali della vicenda, un gruppo nel quale spicca la tromba di Ron Horton e la propulsione ritmica di Satoshi Takeishi, una musica varia dagli umori balzani, come quelli di Saul, il protagonista della vicenda. Ma il tutto appare un po’ pretenzioso, persino un po’ datato, compresa una versione abbastanza banale di “Je t’aime… moi non plus“. Latitano una direzione musicale autorevole e un’organicità del lavoro che rendano autonoma e convincente la proposta musicale.

Philip Dizack

Beyond a Dream

Fresh Sounds

(2005)

Valutazione: 2,5 stelle

Con Beyond a Dream del diciannovenne trombettista Philip Dizack, si ritorna nell’ambito di un bop aggiornato e ben eseguito, ma senza particolari sussulti. Tra composizioni originali equamente suddivise tra blues a tempi veloci e medio lenti , un paio di standard, assoli sfavillanti e unisoni tra tromba e sassofoni, il gruppo di giovanissimi, tutti sotto i 23 anni eccetto il sassofonista Greg Tardy, esibisce un affiatamento ed una compattezza da gruppo navigato, e questo è forse il merito maggiore dell’incisione.

Bob Reynolds

Can’t Wait for Perfect

Fresh Sounds

(2006)

Valutazione: 3 stelle

E sempre un modern mainstream tecnicamente ineccepibile è l’impronta che caratterizza Can’t Wait for Perfect del sassofonista texano Bob Reynolds. Ma ogni tanto il sax tenore del leader sostenuto dal fender rhodes del bravo Aaron Goldberg si avventura in territori decisamente funky e qui riesce a dare il meglio di sé. Come nella title track in cui riversa un suono grasso, terroso con un gran Ruben Rogers al contrabbasso, come in “Fiction“ un compendio fusion di classe, come in “Last Minute“ una James Brown Band d’annata con in gran evidenza il batterista Eric Harland. Non tutti i brani sono all’altezza ma complessivamente Can’t Wait for Perfect è un disco di piacevole ascolto, con qualche episodio piuttosto interessante ed un bel finale bluesy.

Sebastian Noelle Quartet

Across the River

Fresh Sounds

(2006)

Valutazione: 3 stelle

Across the River del Sebastian Noelle Quartet ci riporta ad un estetica più vicina al sound dell’etichetta. La raffinata ritmica, formata da Ben Street al contrabbasso e Ari Hoenig alla batteria, permette al leader di sviluppare appieno il sound ovattato della sua chitarra ed il fraseggio fluido che lo contraddistingue. Album con rare accelerazioni ritmiche ed esplosioni dinamiche, nel quale si alternano i sax di Javier Vercher e Donny McCaslin, e che conferma come una delle tendenze diffuse tra i nuovi musicisti sia nella direzione della ricercatezza timbrica e della sofisticatezza armonica.

Walter Smith III

Casual Introducing

Fresh Sounds

(2006)

Valutazione: 3,5 stelle

Un altro filone del nuovo jazz statunitense è ben rappresentato da Casual Introducing album d’esordio del sassofonista Walter Smith III. Autori diversi come Duke Ellington e Sam Rivers, Charles Mingus e Ornette Coleman vengono reinterpretati e accostati con estrema naturalezza, mentre le composizioni originali coprono un’ampia gamma di situazioni musicali. Si va dalle sonorità discretamente fusion di “Kate Song“ alle contaminazioni progressive-rock di “Tail of Benin“, dai profumi world di “Benny’s“ alle dodici misure dure e infuocate di “Blues“. C’è forse il tentativo di aumentare l’audience dietro questo tipo di operazioni, ma Casual Introducing è un disco di ottimo jazz che mette in vetrina solisti di gran pregio come il trombettista Ambrose Akinmusire (già con Steve Coleman) e l’eclettico pianista Aaron Parks.

Jason Rigby

Translucent Space

Fresh Sounds

(2006)

Valutazione: 4 stelle

Sono tutti originali invece i brani che compaiono su Translucent Space album del multi-strumentista e compositore Jason Rigby. Interessante, molto interessante il debutto come leader del giovane sassofonista. Perché utilizza una formazione a geometria variabile, compreso un quartetto d’ance e violoncello di stampo cameristico, con la quale esplora una gamma infinita di situazioni sonore, cogliendone riflessi e sfumature piuttosto che la vivida luce. Perché perno importante della formazione è il contrabbassista Cameron Brown, presenza storica di molte incisioni del periodo caldo del free, qui in ottima forma. Perché le nove composizioni del leader partono da brandelli di melodie e di ritmo e poi si sviluppano lunghe le coordinate di un’improvvisazione fresca, fantasiosa, accattivante, mai scontata. Non deve sorprendere quindi l’accostamento tra il groove ipnotico di “Southampton [UK]“ ed il jazz minimalista di “Atmospheric“, lo swing boppistico di “Backandforthhedness“ con il ritmo tribale di “Mumbai“. Gran debutto.

Klemens Marktl

Translucent Space

Fresh Sounds

(2005)

Valutazione: 2,5 stelle

Il quartetto allestito dal batterista austriaco Klemens Marktl è di tutto rispetto per la presenza di tre musicisti solitamente avventurosi come il sassofonista Chris Cheek il bassista Matt Penman e il pianista Aaron Goldberg, ma ciò non e sufficiente a far uscire Ocean Avenue da un jazz ottimamente eseguito ma piuttosto convenzionale nei contenuti. Le composizioni del leader sono alquanto rigide e mancano dell’apertura e del gusto per la sorpresa che caratterizzano la maggior parte dei lavori della nuova generazione di musicisti. Sfugge a questa logica “Lakeside“ il brano conclusivo con Cheek all’altezza della sua fama di sassofonista raffinato e con Goldberg finalmente incisivo al piano. Un po’ poco per riscattare un album complessivamente deludente.

Aaron Irwin

Into the Light

Fresh Sounds

(2005)

Valutazione: 4 stelle

Ben altro interesse ed emozioni suscita l’ascolto di Into the Light di Aaron Irwin. Innanzitutto l’approccio agli standard (Kern, Porter, Monk) è fresco, inventivo, armonicamente avventuroso e timbricamente originale, debitore forse del trio Frisell/Motian/Lovano, ma questo è un complimento. Poi le composizioni originali splendidamente costruite dal punto di vista ritmico e con un’attenzione particolare alla melodia, esaltata dall’approccio sofisticato e leggermente obliquo dell’alto del leader e del tenore di Rich Perry. Infine la splendida sorpresa della chitarra di Ryan Scott, anomala, increspata da tinte rock ma capace di sorprendenti trame vellutate che fanno da collante alle dinamiche del gruppo, sostenendone i delicati equilibri. Basterebbe l’entrata di Scott sulla melodia di “All The Things You Are“, a far intravedere per questo chitarrista un futuro luminoso. Ancora un gruppo da seguire con molta attenzione.

Andrew Rathbun - George Colligan

Renderings

Fresh Sounds

(2005)

Valutazione: 3 stelle

Chiudiamo questa breve rassegna con Renderings un altro prodotto atipico che testimonia l’ampio raggio d’azione e di interessi coltivati dall’etichetta catalana. Licenziato dal duo formato dal sassofonista Andrew Rathbun e dal pianista George Colligan, Renderings è una ambiziosa incursione nei territori della musica accademica. Da una parte per l’interpretazione di compositori classici come Maurice Ravel e lo spagnolo Federico Mompou, dall’altra perché Andrew Rathbun scrive una “Suite for soprano sax and piano“ che è sì dedicata alla figura di Wayne Shorter, ma possiede una scansione in parti ed una resa sonora che più classica non si può. Il risultato finale? Beh, notevole la qualità timbrica e l’organizzazione sonora, scontata l’abilità esecutiva dei due musicisti, in certi momenti un po’ stucchevole la ricerca esasperata di un alone accademico a discapito di una maggiore e auspicata libertà improvvisativa. Libertà che si apprezza pienamente in “The Last Waltz ” e “Silkscreen“, i due brani dovuti alla penna di Colligan che, alla fine, risultano essere i momenti più godibili dell’incisione.

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