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Solitudini pianistiche in casa Hat

Alberto Bazzurro By

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Una gran bella infornata di album editi nel giro di pochi mesi dalla HatOlogy ci consente una quanto mai istruttiva panoramica su una delle formule più classiche del jazz (e del resto non solo di quello) come il pianoforte solo. Con qualche disseppellimento degno di particolare attenzione.

Cecil Taylor
Garden 1st Set
HatOlogy
Valutazione: * * * * ½

Ci riferiamo, in questo senso, ai due volumi (separati) che mettono a nostra disposizione una notevolissima solo performance di Cecil Taylor in quel di Basilea, anno di grazia 1981 (16 novembre, per l'esattezza). Il totale dell'opera oltrepassa di poco l'ora e mezza, come sempre di un'intensità creativa e gestuale (questa più che altro la immaginiamo) di altissimo profilo.

Vi ritroviamo un po' tutti gli elementi tipici del pianismo tayloriano, il Taylor che, a partire da un paio di imprescindibili—e del resto notissimi—album solitari degli anni Settanta, Indent e soprattutto Silent Tongues, ha iniziato a inglobare nel suo approccio, tellurico e iconoclasta come mai nessuno prima di lui, i cascami di un lirismo—di un aplomb—che sembravano del tutto estranei al suo universo espressivo.

Il primo dei due volumi (e con esso il concerto) parte così con quei vocalizzi, o semplici mugolii, che solevano accompagnare, in genere abbinati a qualche rudimentale passo di danza, il suo ingresso in scena, per lasciare in breve il posto al tipico deambulare nervoso e acuminato che sappiamo da sempre appartenere al pianista di Long Island, con frammenti di frasi lì a mordersi l'una con l'altra, non senza—come si accennava—il periodico dischiudersi di piccole oasi ritempranti.

La materia sonora resta sempre assolutamente sotto controllo, calibrata, nella nettezza puntuta delle singole note che continuamente si aggrovigliano in gragnole entro cui la tensione raggiunge il suo acme, senza peraltro mai trascendere.

Cecil Taylor
Garden 2nd Set
HatOlogy
Valutazione: * * * * ½

Ci sono, insomma, le stimmate del miglior Taylor, segmenti elettrizzanti, incandescenti, e periodici ripiegamenti verso aree più terse, decongestionate, in particolare fra l'ultimo e più breve segmento del primo set e l'apertura del secondo, che a conti fatti sembra indulgere a una maggiore pacatezza (forse anche per un fatto di resistenza fisica), un tono quasi rilassato, certo sorvegliato, volta a volta liquido e squillante, fluido e aguzzo, rutilante, di elevatissimo coinvolgimento emotivo (in chi suona come in chi ascolta), espanso in tutta la sua articolata complessità nel lungo episodio che occupa il centro (il cuore), appunto, del secondo volume, chiuso poi da tre di quei più brevi momenti che il pianista soleva regalare al pubblico una volta svolta, sviscerata, la matassa principale della sua performance.

Uwe Oberg
Work
HatOlogy
Valutazione: * * * ½

Se trentaquattro anni ha dovuto attendere il concerto svizzero di Cecil Taylor per vedere la luce, al 2008 risale pur sempre l'incisione del secondo piano solo di cui ci occupiamo, Work del tedesco Uwe Oberg, che vi alterna temi propri con pagine di Monk (due, fra cui naturalmente quella che dà il titolo all'album), Mingus, Coleman, Coltrane e l'accoppiata Frith/Wyatt ("Muddy Mouse"), ovunque dispensando un pianismo plastico e—diciamo così—verticale, generalmente piuttosto lineare, altrove più denso, attraversato da una secchezza quasi monkiana (non necessariamente nei due temi del succitato Thelonious) così come riconducibile a stilemi tecnicamente più brillanti.

Particolarmente significativi i tre dittici "Fables of Faubus / W.R.U.," "Kelvin / Crescent" e 'Olo, Olo / Muddy Mouse."

Claudio Sanna
Ammentos
HatOlogy
Valutazione: * * * ½

Batte bandiera più schiettamente contemporanea Ammentos, opera prima del trentenne sardo (per l'esattezza di Ossi, nel sassarese) Claudio Sanna, d'altro canto di dichiarata estrazione classica. L'inclinazione verso un descrittivismo magro, a tratti quasi disarmato (peraltro non senza significativi crescendo), sobriamente onirico e un po' etereo (pur senza eccessi), sembra apparentarlo da un lato a tutta una letteratura, appunto, di stampo contemporaneo (Reich, Glass, Riley, ma per altri versi anche Satie), dall'altro a figure jazzisticamente pregnanti (nonché molto seguite anche fuori dai patri confini) quali un Jarrett o un Mehldau.

Il risultato è un album elegante, coerente, ben costruito (tutti del pianista i temi, non esenti, fin dai titoli, da reminiscenze della terra d'origine), attento—come si diceva—a molta della "musica che gira intorno" ma non per questo incline agli scimmiottamenti. Un auspicabile seguito potrà dirci qualcosa di più in materia.

Michel Wintsch
Roof Fool
HatOlogy
Valutazione: * * * *

E chiudiamo con la fatica più recente di un pianista che ormai da tempo ci appare come uno dei più creativi del panorama continentale, lo svizzero Michel Wintsch, di cui cogliamo l'occasione per consigliare anche, sempre su HatOlogy, il precedente Willisau, live in trio con Christian Weber al contrabbasso e Christian Wolfarth alla batteria dall'edizione 2012 dell'omonimo festival. L'album solitario, inciso nel 2014, s'intitola invece Roof Fool e in poco più di quaranta minuti riunisce quattordici temi originali in un caleidoscopio di sicuro spessore.

Wintsch è pianista dal tocco nitido e dall'incedere ondivago, ora più pieno, incalzante, nervoso, ora più compassato, magro, cogitabondo, non di rado sottilmente rumoristico, comunque sempre perfettamente sorvegliato, sorretto da architetture solide quanto articolate, cangianti, non esente dal sopravvivere di qualche pur scheletrico brandello melodico. Stimolante dall'inizio alla fine, per più versi esemplare.

Elenco dei brani:
Garden:
1st Set: Elell; Garden I; Stepping on Stars.
2nd Set: Introduction to Z; Garden II; Driver Says; Pemmican; Points.

Work:
Hill; Fables of Faubus / W.R.U.; Kelvin / Crescent; Pannonica; Olo, Olo / Muddy Mouse; Work.

Ammentos:
Ichnos; Sa rocca entosa; Sant'Andria; Marroculas; Zisca; Claretta; Sonazzos; Mariposas.

Roof Fool:
Ghost Fun; Pytihob Clochery; Dyuke; Snaruen Be; Roof Fool; Pytohob Wag; Shopping Ladies; Là où y a des croîtres; Si c'est assez, cessez; T'as dis vous dîtes; Soul's Vague Algae; However Named; Les mots en amont; Adroit à gauche.

Musicisti:
Garden:
Cecil Taylor: pianoforte.

Work:
Uwe Oberg: pianoforte.

Ammentos:
Claudio Sanna: pianoforte.

Roof Fool:
Michel Wintsch: pianoforte.

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