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: La cartina al tornasole a sei corde

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Il complesso mondo artistico che ruota attorno alla chitarra è spesso un'ottima cartina al tornasole per capire lo stato di salute della musica dei giorni nostri. Siamo di fronte ad uno strumento musicale trasversale negli stili che mantiene però una sorta di fisicità peculiare che ci consente di utilizzarne le proprietà multiformi per traguardare l'infinito senza esserne abbacinati. Per non correre il rischio contrario, quello di continuare a rimanere nell'ombra, nella parte finale di questa veloce disamina, ci ritroveremo ad ascoltare quattro album impreziositi dalla guizzante chitarra slide di David Tronzo, uno dei chitarristi meno noti e più intriganti della scena mondiale.

Andreas Willers

Montauk

Between The Lines

(2005)

Montauk di Andreas Willers è un tentativo di trasporre in musica le sensazioni nate dalla lettura di un libro autobiografico della metà degli anni settanta che porta lo stesso titolo di questo disco, scritto dallo scrittore svizzero Max Frisch. Montauk è il nome di una cittadina sorta in un area che era abitata dagli indiani Montauk che si trova sulla punta di Long Island a poche ore da New York. Da questo luogo prendono spunto le riflessioni dello scrittore (e in questo caso di Andreas Willers) sull'America e sulle sue contraddizioni, intrecciate con storie d'amore personali che all'epoca fecero scalpore. La musica è sottilmente descrittiva, pacata, a volte persino onomatopeica, molte volte segnata da una scansione ritmica più mitteleuropea che non americana. L'intreccio delle chitarre e del banjo di Andreas Willers con il violino di Dominique Pifarély e con il violoncello di Alain Grange è sottilmente sostenuto dalle percussioni, spesso appena percettibili, di Michael Grenier e i quattro musicisti si avventurano nella lunga suite che fa da corpo centrale per questo album con la circospezione del quartetto da camera e la curiosità delle giovani menti all'opera.

Dan Clucas

Exile

pfMentum

(2005)

Exile è un ottimo album che porta alla ribalta musicisti poco noti che gravitano nel giro di Vinny Golia e Jeff Kaiser. La musica è forse meno sperimentale di quello che ci si poteva aspettare. O perlomeno lo è in maniera diversa, più attenta a mantenere vive le aree di gratificazione e di autoaffermazione, piuttosto che a voler per forza esplorare lande sconosciute e ostiche. Il leader è un ottimo cornettista che volutamente segnala, nella dedica del secondo brano dell'album, la sua ammirazione per l'ornettiano Bobby Bradford. Lo affiancano il saxofonista/clarinettista Brian Walsh, l'ottimo chitarrista Noah Phillips e i bravi Michael Ibarra e Rich West, rispettivamente al basso e alla batteria. I sei brani che compongono l'album sono firmati da Clucas e toccano aree improbabili come il tango di Piazzolla e le sperimentazioni di John Carter. Il tutto con un tocco di groove che non guasta e segnala inderogabilmente la modernità di questa proposta.

Ibrahim Electric

Ibrahim Electric meets Ray Anderson

Stunt/Sundance

(2005 - distr. IRD)

Ibrahim Electric meets Ray Anderson del gruppo Ibrahim Electric presenta un riuscitissimo incontro del trio danese guidato dal batterista Stefan Pashborg con il trombonista americano Ray Anderson. I sei lunghi brani vedono all'opera un gruppo in pieno stato di grazia con la musica torrida che arriva dall'organo Hammond di Jeppe Tuxen e dalla chitarra elettrica di Niclas Knudsen e ovviamente dal trombone di Anderson, veramente a suo agio in questo contesto che profuma di New Orleans e della migliore energia della scena downtown newyorchese. I tre musicisti europei si dimostrano assolutamente all'altezza della situazione e sin dalla iniziale “Fela”, chiaro omaggio al grande musicista africano Fela Kuti, il groove che riescono a sostenere è davvero un killer degno dei film di Tarantino. In particolare Knudsen dimostra di essere posizionato dalle parti di John Scofield, senza però scopiazzamenti improvvidi ma semplicemente stando ben calato nella tradizione della chitarra del blues e del funky che dai chitarristi di James Brown in qua ha tracciato chiaramente un sentiero nella giungla che la natura non riesce proprio a richiudere.

Debbie Deane

Debbie Deane

Esc Records

(2005)

Debbie Deane è il disco omonimo d'esordio di una giovane cantante newyorchese che si circonda per l'occasione di eccellenti musicisti del giro fusion, a cominciare dal chitarrista Wayne Krantz, per proseguire con il saxofonista Joshua Redman, il bassista Jeff Andrews e il batterista Brian Blade. L'album si muove sulle tracce di Joni Mitchell e di Carole King, a cavallo fra il rock, il pop, il folk e il jazz più dolce e felpato. I tredici brani che compongono l'album sono stati tutti composti dalla cantante che in un paio di brani si esibisce anche al pianoforte. Wayne Krantz ha un ruolo di contorno e utilizza prevalentemente la chitarra acustica, in un contesto pieno di grazia e di chiaroscuri. Un album lieve, che sa farsi apprezzare per la sua coerenza stilistica e per la raffinatezza dei mood, basati prevalentemente sulla voce e sul pianoforte, che troviamo sempre al centro della scena.

David Garfield & Friends

The State of Things

Esc Records

(2005)

The State of Things, un'altra produzione ESC, è un album in qualche modo riepilogativo, di un buon tastierista che da tempo si è messo in luce principalmente alla corte di George Benson, Quincy Jones, Freddie Hubbard e che negli ultimi anni abbiamo trovato impegnato in molte session di registrazione e con gruppi dell'area jam band, come Karizma e Los Lobotomys. Attivo principalmente a Los Angeles e dintorni, in questa occasione David Garfield mette assieme un cast stellare che comprende anche musicisti della East Coast come Randy e Michael Brecker. Sono della partita anche i chitarristi Eddie Van Halen, Allan Holdsworth, Mike Landau e Steve Lukather. La musica è una miscela ben shakerata di jazz, fusion, funk, rhythm & blues, soul e rock. I vari solisti si susseguono incessantemente nei tredici brani, sempre ben sostenuti da ritmiche efficaci che vedono coinvolti musicisti noti come Vinnie Colaiuta, Gregg Bissonette, Will Lee, Abraham Laboriel e altri. Le composizioni sono di Garfield con l'aggiunta di un originale di Mike Landau e due celebri cover, “If Six Was Nine” di Jimi Hendrix e “Naima” di John Coltrane.

Ray Russell

Goodbye Svengali

Cuneiform Records

(2006 - distr. IRD)

Goodbye Svengali è un bell'omaggio all'arte del grande arrangiatore canadese Gil Evans (Svengali era il suo soprannome-anagramma inventato tanti anni fa da Gerry Mulligan). Evans ebbe modo di utilizzare la chitarra di Ray Russell in varie incarnazioni della sua big band per concerti europei dei primi anni ottanta e pochi mesi dopo, nel luglio del 1983, fu Russell ad invitare il pianista-arrangiatore come guest della sua band RMS in occasione del concerto prestigioso che tennero al festival di Montreux. Dal di lì partì l'idea di collaborare in studio e Russell riuscì a mettere qualche brano su nastro prima che Gil Evans se ne andasse da questo mondo nella primavera del 1988. Uno di quei brani, una bella rilettura di Goodbye Pork-Pie Hat, viene qui riproposta in una lunga versione che vede le reinvenzioni armoniche del pianoforte elettrico di Evans fare da sostegno per la chitarra di Russell che improvvisa con incedere appassionato. Gli altri nove brani sono il vero e proprio omaggio che Russell ha volto dedicare al vecchio amico e maestro scomparso e mettono assieme musicisti importanti della scena inglese come Mo Foster, Gary Husband, Tony Hymas, Simon Phillips e altri.

Vengono coinvolti con ottimi risultati anche la figlia di Ray Russell, la contrabbassista Amy Baldwin e il figlio di Gil Evans, il trombettista Miles Evans che sta cercando di tenere in vita la pesante eredità della Gil Evans Orchestra.

Hellmüller-Sisera

Home

Altrisuoni

(2005)

Home del duo Hellmüller-Sisera è l'album d'esordio di un duo svizzero che mette assieme la chitarra di Franz Hellmüller e il basso di Luca Sisera. Un duo dall'impianto semplicissimo, nato quasi per caso in occasione di un concerto a Verona, che si ritrova a ripercorrere con grande eleganza il cammino intrapreso tanti anni fa da un gigante come Jim Hall nei suoi album che lo vedevano affiancato di volta in volta da Red Mitchell e da Ron Carter. Il paragone potrebbe sembrare irriverente e certamente lo spessore tecnico di questi maestri americani rimane insuperato, però i due giovani musicisti impegnati in questo disco hanno dalla loro una sana voglia di mettersi alla prova e una nettezza progettuale che li tiene al riparo da cadute improvvide. La loro musica si srotola con candore e con sapiente capacità di ascoltare, accarezzando con intelligenza i temi degli standard proposti. Si passa con bella souplesse da “Beatrice” di Sam Rivers a “Someday My Prince Will Come”, da “Round Midnight” a “The Days of Wine and Roses”, da “My One and Only Love” a “Out of Nowhere”. Non manca un bel blues (“Yohoo and Go Ahead!”) scritto dal chitarrista e il cerchio si chiude a dovere con la proposta di un brano di Pat Metheny (“H & H”). La spontaneità della registrazione in un piccolo club di Lucerna aggiunge un ulteriore elemento di chiaroscuro per una musica che vive negli spazi delicati della filigrana.

Nicholas D'Amato's Royal Society

Nullius in Verba

Buckyball Records

(2006)

Nullius in Verba è un ottimo album in trio che vede il giovane bassista alle prese con la sua prima prova come leader, dopo essersi messo in luce principalmente nel gruppo di Poppa Chubby. Lo accompagnano il batterista John O'Reilly e il chitarrista Wayne Krantz, qui stabilmente alla chitarra elettrica. Gli otto brani sono firmati dal bassista e tre di loro sono assoli di basso di durata non troppo allargata, con buon sfoggio di tecnica impetuosa. Gli altri cinque brani sono invece piuttosto dilatati e vengono presi con grande vigore dai tre musicisti che dimostrano ottima capacità di interplay, con la chitarra di Krantz spesso dominatrice della scena in una delle prove più interessanti della sua produzione discografica. Krantz ha un bel suono, spesso reso più psichedelico dall'uso del wha-wha e le sue linee contorte, ma sempre in possesso di una logica precisa, sono in grado di tenere ben desta l'attenzione e i tassi di adrenalina. Il batterista è sempre bene in tiro, duro senza essere pesante, preciso e capace di trovare una quadratura anche nelle sezioni che si scrollano via le regole e si arrampicano verso un infinito che appare all'orizzonte. Il leader conferma di essere un ottimo bassista e in questo caso possiamo apprezzare anche la sua capacità di progettare e realizzare una trama complessiva interessante e piuttosto originale. Da tenere d'occhio.

Domenico Caliri

Do Ut Do

Caligola Records

(2005)

Do Ut Do si muove prevalentemente in ambito fusion, sulle tracce della sintesi dei linguaggi, spostando velocemente il fuoco dagli iniziali ritmi convulsi di “Ubi Maior” alle dilatate scorribande notturne di “Strani Presagi” che raccontano i dubbi anche socio-politici di una lontana estate agli inizi degli anni novanta. Dubbi e preoccupazioni che ci ritroviamo a vivere anche ai giorni nostri, per la cronaca. Il clima delle undici composizioni, (tutte firmate da Caliri, con l'eccezione di “Art Decò” di Don Cherry), si sposta incessantemente a seconda dell'umore e propone bozzetti caricaturali, lievi tocchi di poesia e malinconia, sberleffi iconoclasti e scorribande ingrugnite, col gas a tavoletta. Con il bravo chitarrista, siciliano di nascita e bolognese di adozione (lo ricordiamo con piacere alla corte di Enrico Rava, nella formazione con due chitarre elettriche degli anni novanta, gli Electric Five), troviamo Antonio Borghini al contrabbasso e Cristiano Calcagnile alla batteria, partner affidabili e capaci coi quali il chitarrista si intende alla perfezione.

Marco Piccioni

Waterflight

Express Your Soul/Dderecords

(2005)

Waterflight è l'opera prima di un giovane chitarrista torinese che, dopo essere stato eccellente atleta nella canoa fluviale, ha deciso di dedicarsi alla musica, cercando dichiaratamente di evocarne lo spirito acquatico e aereo. Sono con lui Paolo Porta al sax alto, Davide Liberti al contrabbasso e Mattia Barbieri alla batteria. Piccioni utilizza anche la voce e scrive tutte le composizioni per i dieci brani che compongono l'album. La musica si muove con freschezza fra jazz, rock e blues e specialmente nelle parti strumentali il quartetto dimostra ottima padronanza, belle idee da sviluppare e coesione ritmica. Le parti cantate convincono un po' meno, anche se è evidente che sono funzionali alla poetica di questo gruppo e del suo leader in particolare, molto attento a tenere ben vivo un senso organico e fluido che diventa la cifra espressiva più evidente di tutto il lavoro. La sapiente alternanza dei materiali tematici e il loro interessante sviluppo lasciano presagire un futuro interessante per questo gruppo, a cavallo dei generi e degli elementi.

Hiram Bullock

Too Funky 2 Ignore

BHM

(2005)

Too Funky 2 Ignore di Hiram Bullock è un lavoro piuttosto riuscito che segna il ritorno a produzioni di valore di un chitarrista che aveva avuto grande fama negli anni ottanta, principalmente alla corte di Gil Evans. Negli anni novanta si era un po' perso per strada, alla ricerca di un successo commerciale che sperava di ottenere con un easy listening che si è rivelato invece poco efficace. Questo album per la intraprendente etichetta tedesca lo vede invece in ottima compagnia e in buona forma, con la chitarra pronta a ruggire come ai vecchi tempi e la voce che non è così invadente come invece era capitato in passato. Una produzione sobria e coerente evita anche le secche della logorrea e un buon alternarsi degli assoli con musicisti del calibro di Randy Brecker, Donny McCaslin e Lew Soloff permette un senso complessivo compiuto e interessante. La ritmica è di ottimo livello con particolare menzione per il lavoro sempre esaltante del batterista cubano Horacio El Negro Hernandez. Sin dal titolo siamo in piena atmosfera funky, la chitarra è cattiva quanto basta, la ritmica picchia a dovere, i fiati sono abrasivi e singhiozzanti: basta alzare il volume e la musica decolla verso il paradiso.

Garage a Trois

Outre Mer

Telarc

(2005)

Outre Mer dei Garage a Trois è la brillante colonna sonora per un film diretto dal regista francese Klaus Tontine. Un film che per ora è rimasto bloccato da problemi di carattere legali, senza che questo impedisse la pubblicazione dell'album con le musiche che i Garage a Trois hanno composto e registrato dopo l'incontro col regista avvenuto nel 2004. Siamo di fronte ad un vero e proprio concept album che è stato inciso senza trucchi, dal vivo in studio, dando ampio risalto alle percussioni etniche e al vibrafono di Mike Dillon, ben integrate con il solido lavoro del batterista Stanton Moore, con le linee eleganti e raffinate che arrivano dalla chitarra ad otto corde di Charlie Hunter e con le guizzanti linee di sax del folletto Skerik. Si tratta di musicisti che hanno in piedi mille altri progetti, ma che si ritrovano volentieri sotto questa bandiera. La musica si muove fra ritmi caraibici, inflessioni solari e una rilassatezza che sa di onde marine in uno scenario esotico, placido e rilassante. Possiamo considerarlo a tutti gli effetti un album del gruppo, a prescindere dall'uso come colonna sonora per il quale è stato ideato. Una bella suite funky dai sapori latineggianti che appare del tutto coerente con il background dei Garage a Trois, gruppo che ha come base operativa proprio la dinamica New Orleans, anche se i due musicisti più noti (Skerik e Charlie Hunter) convergono per questo progetto nella città del buonumore arrivando dalle abituali basi operative che sono rispettivamente a Seattle e a New York.

Larry Kirwan

Kilroy Was Here

Gadfly Records

(2001)

Kilroy Was Here è un racconto epico trasposto in musica che profuma di Irlanda e di New York, di vapore che sbuffa da vecchi treni carichi di emigranti in cerca di nuove radici. Il basso di Paul Ossola e la batteria di Frank Vilardi sono la perfetta spina dorsale attorno alla quale galleggiano un violoncello, un violino, un trombone, una tromba e la chitarra acustica del leader, che aggiunge anche tocchi preziosi di organo Hammond. La sua voce è appassionata e sa sempre dare il giusto tocco drammatico alle storie che si fanno testimonianza nello scorrere della musica, nel clima dolceamaro di lunghe ballate che cercano di sposare le profumate tradizioni della terra natia con i ricordi che si induriscono nella grande città oltre il grande mare. La chitarra slide di David Tronzo aggiunge tocchi deliziosamente irriverenti che profumano decisamente di America. Ma è un'America che sa di territori aperti, di larghi spazi, di terre di mezzo. I dieci brani originali scritti da Larry Kirwan sono arricchiti dall'aggiunta di una bella cover di “The Only Living Boy in New York” scritta da Paul Simon oltre trentacinque anni fa. Come il buon brandy, questo è un brano invecchiato davvero bene che si fonde alla perfezione con il clima del resto dell'album.

Black 47

Elvis Murphy's Green Suede Shoes

Gadfly Records

(2005)

Elvis Murphy's Green Suede Shoes del gruppo Black 47 è l'ultima proposta del gruppo guidato da Larry Kirwan, in questo caso strettamente collegato con il libro che porta lo stesso titolo dell'album. Un libro scritto da Kirwan stesso per continuare ad esplorare lo status di emigrato irlandese alle prese con la musica rock, i sapori blues, le storie urbane e la disperazione della grande mela. Ma anche con la speranza, con le grandi bevute, le vicende metropolitane che si caricano di sapori ancestrali. La sua perfetta padronanza della scansione narrativa (non a caso Kirwan è anche un buon scrittore teatrale) si sposa alla perfezione con l'energia che arriva dal suo gruppo, con i sax di Geoffrey Blythe, i flauti tradizionali di Joseph Mulvanerty, il trombone di Fred Parcells e la sezione ritmica costituita dal bassista Andrew Goodsight e dal batterista Thomas Hamlin. Anche in questo caso sono presenti diversi ospiti e ritorna nei tre lunghi brani conclusivi la chitarra slide di David Tronzo, perfetto punto di coesione per le storie che profumano di Irlanda e la ruvida consistenza dei suburbi americani.

46bliss

Pistachio Home

Pistachio Records

(1999)

Pistachio Home del gruppo 46bliss è il primo album di questa band sospesa fra elettronica e pop anni ottanta, con un delizioso tocco retro che però sa sposarsi con le modalità della musica dei giorni nostri. Il gruppo è costituito dalla cantante di origine canadese Clare Veniot, dal tastierista/programmatore/cantante David Cooper e dal batterista/programmatore Jack Freudenheim. Le loro storie si intrecciano a metà degli anni novanta e da allora, con molta parsimonia, producono brani che flirtano con l'elettronica e con il pop con grande senso dello spazio e degli scenari timbrici. Spesso le loro collaborazioni sono virtuali grazie all'uso del computer che consente di mettere giù le loro parti senza essere fisicamente nello stesso posto. Nell'album compaiono parecchi ospiti generalmente poco noti che prestano la loro opera al basso, alla chitarra e alle voci di background. Uno di questi ospiti, certamente più noto degli altri, ma parimenti poco baciato dalla fortuna in termini di mercato, è David Tronzo che impazza con la sua chitarra slide elettrica, qui per l'occasione filtrata dal pedale wha wha, nel brano “If” vagamente pinkfloydiano sin dal titolo.

46bliss

46bliss

Pistachio Records

(2004)

46bliss del gruppo omonimo è il secondo album della band ed è stato pubblicato nel 2004. Il loro suono si fa ancora più curato, stilisticamente perfetto, sottile come l'anima delle ballerine, tagliente come il filo del coltello di Capitan Kid. La voce di Clare Veniot è piena di fascino, in certi momenti quasi androgina, dolcemente cullata dalle scansioni del ritmo ostinato e dalle frasi ribattute che arrivano dalle tastiere. Anche qui chitarre e bassi sono forniti dalla gentile collaborazione di musicisti ospiti e si aggiungono qua e là anche un violino ed un violoncello. Ritorna la chitarra slide brulicante di emozioni di Tronzo, stavolta alle prese con il brano “Inner Sensation”: sette minuti di eresia techno-pop, alla ricerca dell'intimità nascosta nel nostro cuore. Il gruppo sta riscuotendo buona notorietà e alcuni loro brani (“The Way You Are”; “Desire Give Way”) vengono utilizzati da serie televisive americane. I loro brani sono scaricati abbondantemente dai siti che fanno commercio online di brani musicali. Malgrado questo nessuna delle major discografiche li ha messi sotto contratto. I soliti misteri. I soliti capricci.


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