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Intervista a Raffaello Pareti

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All About Jazz - Raffaello Pareti: contrabbassista, leader di un bel quartetto giunto al secondo disco, da anni sulla scena jazzistica nazionale come collaboratore di numerosi importanti musicisti. Parlaci un po’ della tua storia.

Raffaello Pareti - Sono nato ad Orbetello, poi ho vissuto a Grosseto e mi sono trasferito a Firenze per frequentare l’Università. Poi quando sono arrivato a tre esami dalla laurea in Scienze Politiche ho visto un annuncio: “Corsi di jazz all’Andrea del Sarto”, storico “circolo” fiorentino, e mi sono detto “Ganzo! Voglio andare!”. Lì ho trovato Nicola Vernuccio, che è stato il mio primo insegnante, e ho cominciato quasi per scherzo la mia formazione musicale. Solo che dopo un anno lo scherzo è diventato una cosa seria: ho lasciato perdere l’Università, mi sono iscritto al conservatorio, mi sono diplomato e poi ho cominciato a suonare.

AAJ - Uno di quei “colpi di fortuna” della vita, che ti ha messo al momento giusto davanti a quello che sentivi di fare!

R.P. - Direi di sì. Non è poco, perché è difficile trovare la propria strada. Io invidio quelli che la trovano subito e con sicurezza. Comunque, posso dire di essere stato fortunato.

AAJ - Veniamo all’attualità, cioè al tuo recente CD Maremma, uscito per la Egea a tre anni dal precedente Il circo.

R.P. - Innanzitutto va detto che il disco esce oggi già ben lanciato, dato che il gruppo ha fatto un buon numero di concerti fin dallo scorso anno, ad esempio alla Casa della Musica e a “Vivere Jazz”. Si tratta di un lavoro che prosegue il percorso del quartetto, che ormai ha cinque anni di vita - se non ricordo male tu eri presente alla première del gruppo, allora ancora in trio, un concerto a Pontassieve! Certo, già Il circo era andato molto bene, è un lavoro che mi ha davvero dato tante soddisfazioni.

AAJ - In che modo?

R.P. - In tutti i modi: ha ricevuto un gran numero di recensioni positive, ed è interessante osservare che molte sono venute dagli USA, dove la nostra musica piace moltissimo proprio perché non è il classico mainstream, è innovativa; mi ha fatto avere molti elogi dai miei colleghi, cosa che fa sempre molto piacere ed è purtroppo un po’ rara, soprattutto per mancanza di occasioni per scambiarsi segni di stima; soprattutto, è stato molto apprezzato dal pubblico, che è la cosa più importante per chi suona questo tipo di musica e che, come è ben chiaro, lavora molto più per passione che per i “risultati”.

Così, quando capita di andare a suonare e trovare qualcuno che ti ringrazia per il disco che hai fatto, beh, questa è davvero la soddisfazione più grande, perché il complimento che ti viene dalla persona dalla quale meno te lo aspetteresti, da chi è meno addentro a questa musica, è quello che ti tocca di più! Perché capisci che le cose che spesso si dicono su questa musica - che è difficile, che per apprezzarla è necessario avere un minimo di preparazione, e via dicendo - in fondo sono solo sciocchezze: in realtà, ci sono cose che arrivano “dirette”, perché ognuno di noi è dotato di sensibilità e intelligenza ed è in grado di apprezzare le cose belle indipendentemente dagli steccati, dai generi e dai personali retroterra di ascolto.

AAJ - Capisco, capisco. È il bello di comunicare qualcosa e di cogliere che sono state importanti proprio per coloro che meno le conoscevano...

R.P. - Esatto! Perché in fondo io non ci tengo molto a suonare per un numero ristretto di persone, per una élite; credo invece che la musica abbia questo dono, di poter arrivare immediatamente, di poter colpire chiunque. Riuscire a metterlo a frutto è quello che mi fa più piacere. Specie quando i commenti delle persone, espressi con parole semplici ma anche “poetiche”, riescono a cogliere davvero il senso di quel che cercavi di fare e di dire.

AAJ - Tornando ai dischi: da Il circo a Maremma qual è stata l’evoluzione?

R.P. - Direi che la prima novità è il fatto che Antonello suoni anche il pianoforte, cosa che arricchisce decisamente brani come “Ulisse” o “Yussif” di colore e dell’espressività di un musicista che di per sé è sempre un “valore aggiunto”! Questo, indipendentemente dallo strumento che suona, certo; ma Antonello suona il pianoforte come suona la fisarmonica, cioè “alla Salis”! E sentirlo anche a questo strumento è magnifico.

Poi va detto che ci sono dei pezzi che “si aprono”, che non hanno cioè strutture che assomigliano alla canzone classica, e che perciò offrono maggiori possibilità ai musicisti. In questo senso, nel corso degli anni abbiamo fatto un lavoro sui colori e sui “mondi sonori”: pezzi come “Ulisse”, “Missing” e “Yussif” testimoniano l’attenzione data agli impasti.

Infine, credo che queste caratteristiche abbiano favorito la ricerca di un’improvvisazione maggiormente collettiva rispetto al passato. Non che questo sia una cosa particolarmente originale, ovviamente; però trasforma i brani in suite, in prove corali, nelle quali le singole improvvisazioni si compenetrano l’una con l’altra. E in questo credo che “Ulisse” - forse il mio brano preferito - sia particolarmente ben riuscito.

In generale, credo che l’evoluzione sia soprattutto nell’aspetto timbrico e coloristico del lavoro.

AAJ - Notavo nel disco una sorta di alternanza tra brani più “meditativi” e brani più ritmici - aspetto a mio parere pregevole del lavoro, perché gli dona una sorta di “respiro”. Non credo sia un caso che tu abbia però citato tutti brani “dispari” della scaletta, cioè tutti pezzi lirici e pensosi, che rispetto a Il circo mi sembrano una sorta di novità.

R.P. - Sì, è vero, nel lavoro precedente c’era una maggiore uniformità di pezzi ritmici. Che peraltro anche qui non mancano, ad esempio “La Danza Di Zoe”, ma soprattutto “Drost Nià”, al quale sono affezionato perché ha una storia particolare, fin dal nome: non si sa che cosa voglia dire “Drost Nià”! Infatti è una cosa che mi sono inventato io, ricavando l’unica cosa intelligibile all’interno di cinque minuti di follia che ci siamo collettivamente concessi durante un solo di Antonello. Non saprei dirti perché, ma tutte le volte che Antonello fa dei soli di fisarmonica a me viene di pensare a uno speaker di una radio russa! Così, in quel brano a un certo punto io comincio a parlare in “falso slavo”, divertendomi - come qualche volta succede in studio - ad uscire dalla necessità di fare le cose con rigore ed attenzione estrema. Così è successo che mi sono abbassato verso il microfono del mio contrabbasso, parlando in falso slavo; Bebo Ferra - come mi ha raccontato dopo - è rimasto per un attimo disorientato, poi ha capito il senso ludico della cosa ad ha attaccato anche lui, e poi anche tutti gli altri sono venuti dietro ed è scaturita una cacofonia di voci che si rincorrevano, senza che si capisse più niente... Mi ha fatto ridere quando ho letto su un blog giapponese che c’erano delle persone che avevano comprato il disco e che chiedevano: “qualcuno sa dirmi cosa dicono?” Spero che nessuno glielo dica, sarebbe imbarazzante!

AAJ - Un gioco di quelli che nascono quando si improvvisa tra amici veri.

R.P. - Sì, quando l’abbiamo riascoltata abbiamo riso fino alle lacrime! Ci è piaciuta così tanto che l’abbiamo lasciata. Dato che nella cacofonia a un certo punto si sente dire “Drost Nià”, e che quella è l’unica cosa che si riesce a capire, l’ho scelta come titolo...

AAJ - Questo ci porta alla composizione del gruppo, che mi sembra molto, molto affiatato. Non solo musicalmente, ma anche umanamente.

R.P. - Assolutamente sì, c’è una grande amicizia, si sta bene assieme anche aldilà dell’aspetto musicale: ci conosciamo da tanto tempo, siamo amici, nessuno di noi è più “di primo pelo”, ma quando stiamo assieme siamo sempre “i ragazzacci”, si ride e si scherza. Questo, per quanto infantile, è molto bello. E fa sì che si parli tanto anche di musica, ci si chieda reciprocamente cosa ha funzionato e cosa no, perché, quali aspetti formali siano da modificare, e via dicendo. È un confronto continuo e perciò è molto stimolante.

AAJ - Com’è che ti è venuto in mente di mettere insieme - all’inizio di questo gruppo - un trio con te al contrabbasso, Antonello alla fisarmonica e il “Cocco” al sax? Era un trio piuttosto atipico.

R.P. - Era atipico rispetto alle formazioni classiche del jazz, perché nelle tradizioni popolari dell’est Europa non lo è poi tanto...

AAJ - Certo, però in quel trio mancava comunque qualcosa, un pianoforte o una chitarra, ad esempio, che poi hai aggiunto, ma che nel primo progetto non c’erano.

R.P. - Sì, è vero. Il fatto è che io ho suonato tanto tempo con Antonello - ad esempio nell’Orchestra del Titanic, con Bollani - e ne ho apprezzato a fondo le qualità; così, quando ho pensato di fare un gruppo ho pensato di partire da lui. L’idea era quella di iniziare con un gruppo piccolo e andare avanti per aggregazioni. Vista la musica che avevo in mente di fare, era indispensabile un musicista con una vocazione melodica ed un bel suono: “Cocco” si è materializzato immediatamente! Poi abbiamo fatto il primo concerto, quello che hai visto anche tu, ed ha funzionato tutto subito! Io credo molto in questo genere di fenomeni “immediati”, chimici. Poi, con lo studio e la ricerca, si scoprono tante cose e si migliora; ma se non c’è questo genere di aggregazione, che dev’essere immediata, manca il materiale su cui lavorare. È quest’alchimia iniziale che ti fa capire che genere di suono puoi trarre fuori, cosa puoi chiedere ai musicisti per i quali scrivi. Buona parte del gioco è già fatto.

Poi, al momento di registrare Il circo, si unì a noi Bebo Ferra, che inizialmente doveva fare solo tre pezzi, ma che si inserì talmente bene che partecipò a più brani e lo pregai di proseguire anche nelle attività concertistiche. Quello con Bebo è stato un grande incontro, perché ne è nato un sodalizio artistico che si è allargato (lui stesso mi ha chiamato a suonare nei suoi gruppi) ed è diventato anche un importante rapporto umano personale. Posso ringraziare Antonio Miscenà, il nostro produttore, che è uno che ha grosse intuizioni e spesso ci azzecca in questi accostamenti.

AAJ - Con il “Cocco” invece la conoscenza è ancor più antica.

R.P. - Con lui ormai siamo arrivati a una di quelle amicizie antiche, di quelli che si punzecchiano, ironizzano e si prendono in giro... Avevamo un gruppo assieme già tantissimi anni fa, alla fine degli anni ’80: si chiamava Giochi proibiti, con Piero Borri e Riccardo Bianchi.

AAJ - In questo disco riesci a trascinarlo anche su terreni un po’ diversi dal suo solito: brani più distesi, più aperti, ma anche con improvvisazioni più contenute e con meno note del suo solito.

R.P. - Capisco quel che vuoi dire: i soli che “Cocco” fa, ad esempio, su “Infanzia” e su “Missing”, sono “parsimoniosi”, e tuttavia Stefano non perde la sua radice lirica mediterranea, che anzi rimane, come sempre, la sua caratteristica peculiare. Sono a mio parere due piccoli capolavori.

AAJ - E poi c’è quello splendido brano che titola l’album, “Maremma”...

R.P. - La storia di questo brano la devo proprio raccontare. Come dicevo prima, purtroppo succede spesso di omettere una manifesta dichiarazione delle cose che ci sono piaciute dei colleghi, a meno che non capiti di incontrarsi e di dirselo di persona. Ebbene, nonostante che io sia maremmano l’idea di mettere “Maremma” in un disco non mi era mai passata neppure lontanamente per la testa, fino al giorno in cui mi è capitato di ascoltare la versione incisa da Susy Bellucci, assieme a Giulio Clementi all’organo. Una versione a dir poco straziante, che mi ha così colpito che nel momento stesso in cui l’ho ascoltata ho avuto l’idea precisa dell’arrangiamento che avrei voluto registrare io stesso! Doveva essere un arrangiamento che conservasse gli aspetti popolari e drammatici - perché il brano, nel suo testo, racconta la storia di gente povera costretta ad andare a cercare da vivere in questa terra dura e allora infestata dalla malaria - ma anche esaltarne l’aspetto melodico, che è poi quello che cogliamo noi oggi. In realtà poi il brano non è che una citazione di “Maremma”, un minuto e mezzo, un omaggio; ma da essa è venuta l’idea di titolare così l’intero disco e anche, alla fine, un po’ l’impianto del lavoro, che per me - come scrivo anche nelle note di copertina - rappresenta l’infanzia, che ho passato in Maremma e che è stata felice, giocosa, a contatto con la natura e con la terra. Ma che proprio per questo contiene anche cose più nostalgiche e intimistiche, perché torna ad osservare l’infanzia con gli occhi dell’adulto.

AAJ - Ascoltando “Maremma”, brano che apprezzo moltissimo, mi chiedevo cosa possano pensarne alcuni “puristi” del jazz, ai quali il lirismo e il sapore di tradizione “nostrana” che vi si respira potrebbero celare un impianto liberissimo e un’espressività di rara intensità...

R.P. - Non è che mi importi poi molto! Come dicevo prima, per quanto la mia musica finisca in un contenitore che si chiama “jazz”, credo sia opportuno chiedersi sempre cosa significhi oggi “jazz” e se sia sensato pensarlo e farlo sempre ricalcando certi modelli, o non sia preferibile aprirsi il più possibile e muoversi liberamente. È il vecchio discorso della tensione tra la contaminazione e l’identità: quanto più cerchi di mantenere una ben precisa e radicata identità, tanto più rischi di chiuderti e, alla fin fine, di fare solo accademia; quanto più ti apri e ti contamini, tanto più rischi di perdere la tua identità. Però alla fine di questa tensione c’è il fatto che gli elementi che apprendi e aggiungi sono proprio quelli che finiscono per vivificare e valorizzare ciò che avevi fatto fino ad allora e da cui eri partito. Oggi, tra la musica che mi piace e che mi sembra interessante, quel che chiamiamo “jazz” - ma che forse sarebbe più opportuno chiamare solo “musica improvvisata” - è contaminato con tutto: la classica, il pop, il rock, la musica popolare... Alla fine quello che conta è solo che il risultato sia credibile, che abbia una sua originalità, un suo senso formale.

E poi io mi pongo anche il problema, non tanto del “regionalismo culturale”, ma comunque del fatto che la mia musica contenga elementi che appartengono alla mia formazione e alla mia sensibilità, che sono quelle di un musicista nato e cresciuto in una certa area e non in un’altra. Insomma, se io sono nato un Maremma, non ho lo stesso tipo di background, sia culturale, sia emotivo, sia musicale, di uno che è nato a Chicago! È normale, no? E questo vale per me, così come vale per i musicisti nordici, per tutta la produzione ECM, nata e prosperata a partire dall’idea che potesse esistere un “jazz europeo”.

AAJ - Sono d’accordo. Aggiungerei però che una cosa che mi colpisce di “Maremma” è che il brano, pur contenendo centralmente uno spunto lirico assolutamente proprio della tradizione musicale nostrana, potrebbe essere stato arrangiato da Henry Threadgill: il modo in cui la fisarmonica trasmette la drammaticità della vicenda, il tono e il fraseggio con cui il sax la esprime, ricordano fortemente ad esempio “Grief”, dall’album Song Out of My tree!

R.P. - Beh, le vie attraverso le quali ti arrivano le cose che ti colpiscono e che poi metti in atto nella tua musica sono infinite e spesso anche imperscrutabili... Anche perché, non ce lo dimentichiamo, il jazz è stato fatto anche con materiali che i musicisti si sono portati dietro dall’Europa, oltre che dall’Africa! Sta di fatto che ognuno di noi ha una sensibilità che mette in movimento le sue proprie “antenne”, con le quali raccoglie spunti che rimette assieme in modo originale. Il ragionamento potrebbe infatti essere rifatto anche al contrario, domandando: perché mai io, che sono nato in Maremma e sono stato circondato da musiche popolari, orchestrine da ballo dei paesini, quando ascoltavo la musica ero colpito da Steve Wonder? Come si spiega? I nostri universi di riferimento erano molto lontani!

AAJ - Un percorso di scoperta che produce anche un ritorno al proprio territorio d’appartenenza, ma con grandi arricchimenti, che alla fine fa sì che modi diversi di fare musica, pur mantenendo la propria identità, aumentino le loro capacità creative... Tornando al disco, sembra così ben riuscito che l’unico difetto che gli si può trovare è la brevità...

R.P. - Però è denso! E poi, diciamocelo, se ti alzi da tavola, hai mangiato bene e ti è rimasto ancora un po’ di voglia, non è meglio che esserti abbuffato senza aver veramente goduto nulla del pranzo? Una volta i dischi su long playing duravano trentatré minuti e spesso erano meravigliosi, perfetti così; oggi sembra indispensabile riempire il supporto fino all’ultimo spazio, spesso mettendoci dentro anche cose non indimenticabili... Perché? No, quando si fa un disco l’importante è che sia un’opera completa, non quanto dura!

AAJ - Siamo assolutamente d’accordo... E dopo questo disco cosa ti attende?

R.P. - Innanzi tutto, portare avanti ancora questo gruppo: fin quando si riscontra ogni volta, a ogni incontro, la stessa voglia di mettersi in gioco, c’è strada da fare assieme. Il rischio è quello di trovarsi ad un certo punto a “fare il verso di noi stessi”. Ma se non avviene, finché il “miracolo” si ripete, allora il gruppo va bene. Anche se, visto che il progetto adesso comincia ad avere cinque anni, va messo in conto di interrogarsi sui modi affinché il “miracolo” possa seguitare a ripetersi.

Oltre a questo, ho un altro progetto messo in piedi da poco - la cui prima apparizione, che mi fa ben sperare, è stata fatta poche settimane fa - nel quale ho provato per la prima volta a confrontarmi con la presenza di una cantante: Karima Ammar. Assieme a me ci sono anche Mauro Negri al clarinetto e Giovanni Guidi al pianoforte. Ho già materiale pronto per una registrazione, che conto di fare al più presto.

Questo nuovo gruppo mi ha fatto capire ancor meglio una cosa importante, e cioè che è importante poter scrivere per più situazioni e per organici diversi, perché questo ti fornisce più stimoli e ti fa capire che quel che scrivi si può realizzare meglio con certi organici piuttosto che con altri, che certe cosa le puoi fare con certi musicisti e altre con altri musicisti. Dato che spesso penso musica che va in direzioni diverse, la possibilità di avere organici che possano intercettare i diversi spunti nelle diverse direzioni mi stimola molto. Dunque, per l’immediato futuro vorrei lavorare bene con questi due diversi gruppi; solo questo mi può far eventualmente sentire la necessità di avere anche nuovi organici.

D'altronde, personalmente prima di assumermi la responsabilità di leader - diciamo così! - ci ho pensato molto... Quando lo fai, è perché c’è una precisa esigenza; poi, una volta dato vita a una cosa tutta tua, solo un’ulteriore esigenza può spingerti ad allargarti verso altre esperienze altrettanto tue. Anche perché fare il leader è un’esperienza impegnativa e faticosa, piena di responsabilità, che ti costringe a sintetizzare le qualità e le caratteristiche di più musicisti. Ma proprio per questo è affascinante! Io la sto scoprendo adesso, e con essa scopro la possibilità di tirar fuori le cose che ho da dire... ammesso che abbia delle cose da dire!

AAJ - E poi ci saranno anche considerevoli difficoltà “pratiche”...

R.P. - Sì, certo non stiamo attraversando un periodo che passerà alla storia per aver favorito lo sviluppo delle arti... Le difficoltà sono tante, alcune oggettive - lo stato delle finanze del nostro Paese è quello che è, i tagli ai fondi destinati alla realizzazione degli spettacoli sono continui e rendono tutto sempre più difficile - altre meno - penso alla mancanza di coraggio da parte di certe direzioni artistiche di puntare, almeno ogni tanto, su nomi meno “sicuri”, che forse non fanno il tutto esaurito, ma almeno non omologano i cartelloni e variano le proposte.

AAJ - Non manco mai di sostenerlo anch’io, ma purtroppo sono anche costretto a riconoscere, frequentando i concerti, come il pubblico troppo spesso non risponda davvero alle proposte coraggiose.

R.P. - È vero, sarebbe necessaria anche un po’ più di curiosità nel pubblico...

AAJ - ... che a sua volta però dipende anche da quel che scrivono i giornalisti e, paradossalmente, anche da cosa viene proposto nei cartelloni...

R.P. - Sì, qui ci sono un po’ di condizionamenti di natura ideologica. Anche in chi scrive e in chi produce. Ricordo che, all’epoca dell’Orchestra del Titanic, Bollani era giovanissimo, ma suonava già meravigliosamente. Io mi feci in quattro per aiutarlo a pubblicare i dischi, contattando tutti quelli che conoscevo. Ma, ti assicuro, quelli che ascoltarono davvero la musica, quanto bastava per accorgersi che eravamo davanti ad un fenomeno, furono davvero pochi. Spesso la critica è banale, dalle recensioni non si capisce né com’è il disco, né se è buono o meno. Anche da questo, poi, scaturisce un’omologazione del gusto che penalizza i programmi, i nuovi musicisti e quelli un po’ “fuori dal coro”.

E poi, a volte sembra che se non si ascoltano certe cose e se non se ne fanno certe altre non si possa considerarsi ed essere considerati “veri musicisti”. Ma chi l’ha detto? Ci sono musicisti che suonano cose tradizionali e le suonano meravigliosamente: Dio li conservi! Va bene così! Che ognuno faccia bene le cose che si sente di fare!!

AAJ - Un’ottima esortazione...

R.P. - Perché se si fanno bene le cose che ci si sente di fare, quelle cose arriveranno, almeno a qualcuno arriveranno. Ecco perché mi piacerebbe che questo tipo di atteggiamento lo avessero tutti: ascolta la musica! Non avere pregiudizi! Gli atteggiamenti ideologici sono autentici impedimenti a cogliere in ogni musica gli elementi di bellezza che ciascuna contiene. Altrimenti, il rischio è che conti solo il brand, il nome che alcuni fortunati riescono a farsi - talvolta con merito, talvolta per pura coincidenza - e che il lavoro serio, con il cuore, la bella musica e i bei dischi, alla fine, non contino nulla...

Foto di Roberto Cifarelli

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