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Brian Carpenter's Ghost Train Orchestra: Hothouse Stomp

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Capita, quando meno te l'aspetti, che un disco ti colpisca in pieno volto, come un sonoro schiaffo.

Un disco dal quale, magari, non ti aspettavi nulla di particolare, e che invece, ascolto dopo ascolto (ma in questo caso ne è bastato uno per cedere di schianto) dispiega la sua irresistibile bellezza, l'incontornabile felicità espressiva, l'imperdonabile (come diceva la grande Cristina Campo) precisione e la contagiosa felicità espressiva. Di Brian Carpenter non sapevo molto, se non che si muoveva nell'ambito dell'avanguardia newyorkese. Mi pareva, anzi, che addirittura non suonasse jazz, ma fosse a capo di una band di rock sperimentale (Beat Circus, si chiama, ho appreso spulciando, dopo, la sua biografia).

Quando il suo disco è arrivato nel mio lettore, quindi, non avevo preconcetti, né idee precostituite, né aspettative. Mi insospettiva l'ambito temporale prescelto dall'arrangiatore, e, come sempre faccio, ho iniziato l'ascolto senza leggere il booklet o altre recensioni. Il puro dato sonoro, al primo ascolto. E lo schiaffo non l'ho proprio visto arrivare. Bam!

Partiamo dall'inizio. L'idea di questo disco venne a Carpenter nel 2008, quando fu nominato direttore musicale dei festeggiamenti per i novant'anni del Regent, uno storico teatro di vaudeville ad Arlington, nel Massachussetts. Il repertorio sul quale l'arrangiatore concentrò la sua attenzione si collocava, storicamente, alla fine degli anni Venti; geograficamente, sulla scena di Harlem e Chicago; stilisticamente, sulla produzione di alcune formazioni considerate secondarie, quando non trascurate, o addirittura gravemente sottovalutate dagli storici: la Paradise Orchestra, di Charlie Johnson, attiva ad Harlem così come la Royal Flush Orchestra guidata da Stanley "Fess" Williams; questi si mosse a Chicago nel 1928, e qui si scontrò con la micidiale formazione di Hartzell "Tiny" Parham. L'unica compagine nota è quella dei McKinney's Cotton Pickers, grazie agli arrangiamenti di Don Redman - che si unì al gruppo, com'è noto, dopo aver lasciato l'orchestra di Fletcher Henderson - e di John Nesbitt, uno dei più sottovalutati geniacci che il jazz abbia mai espresso.

Trovata la musica, Carpenter si è dato da fare: ha trascritto nota per nota, dai dischi, un pugno di composizioni, le ha arrangiate per il suo strepitoso nugolo di sperimentatori e il risultato è quello che si può ascoltare in questo stupefacente Hothouse Stomp.

A rendere questo disco un piccolo capolavoro sono un paio di interessanti punti di vista. Il primo: ci permette di capire un po' meglio come suonassero quelle formazioni, delle quali abbiamo un'idea sonora assai limitata: ne conosciamo - quando li conosciamo, visto che sono registrazioni oscure, che ebbero scarsa circolazione, e mai appaiono nelle antologie - soltanto i dischi, incisi con le tecniche dell'epoca, quindi assolutamente inattendibili dal punto di vista sonico e timbrico. Non sappiamo, poi, come suonassero dal vivo, dal momento che la registrazione live inizia a essere sperimentata solo nei primissimi anni Cinquanta. Ma certo dobbiamo immaginare che se l'orchestra di Fletcher Henderson era in grado di far danzare migliaia di persone a sera, con sistemi di amplificazione assolutamente primitivi e inadatti (quando erano disponibili), in enormi sale da ballo, era perché esprimeva un volume sonoro e una cubatura timbrica dirompenti: tutt'altra cosa dell'ammuffito, infeltrito, impreciso, velato, catacombale, striminzito e stitico suonetto che i dischi ci tramandano. Allo stesso modo, è facile immaginare come anche le piccole formazioni fossero capaci di produrre una forza sonora, e una ferocia esecutiva, che probabilmente lascerebbe di stucco anche gli ascoltatori del ventunesimo secolo. Ecco: la ricostruzione di Carpenter ci aiuta a fare un piccolo esperimento di dislocazione temporale: grazie alla ripresa sonora accurata, e alle condotte esecutive riprodotte con fedeltà, sembra quasi di essere al Savoy Ballroom di Chicago, a ballare al ritmo indiavolato della musica di Tiny Parham, e degli altri meravigliosi musicisti.

Fedeltà, dicevamo. L'altro aspetto interessante del progetto è che sì, la ricostruzione è fedele, ma non fedelissima. Qualche piccola libertà Carpenter se l'è presa: nei finali, ad esempio, o in qualche obbligato, o in certi passaggi d'insieme, o introducendo voci strumentali non previste. Ma l'arrangiatore non è un fanatico filologo, né un revivalista intransigente, così come non lo sono i suoi musicisti, che improvvisano con un linguaggio nel quale, pur attenendosi scrupolosamente allo stile musicale, si afferrano echi di un futuro prossimo e remoto. Il che rende ancora più avvincenti gli arrangiamenti della Ghost Train Orchestra, una formazione lucidissima e folle, di mostruosa abilità.

Speriamo vivamente di poterla ammirare presto dal vivo.

Track Listing: 1. Ghost Train (Orchestra) (B. Carpenter / B. Seabrook) – 1:36; 2. Mojo Strut (T. Parham) – 2:55; 3. Stop Kidding (J. Nesbitt) – 2:30; 4. Gee Baby, Ain't I Good To You? (D. Redman / A. Razaf) – 3:43; 5. Voodoo (T. Parham) – 3:01; 6. Blues Sure Have Got Me (D. Redman) – 3:42; 7. Hot Bones And Rice (C. Johnson) – 4:49; 8. Dixie Stomp (B. Tremaine) – 2:59; 9. Lucky 3-6-9 (T. Parham) – 1:59; 10. The Boy In The Boat (C. Johnson) – 4:40; 11. Slide, Mr. Jelly Slide (F. Williams) – 2:16; 12. Hot Tempered Blues (C. Johnson) – 4:09.

Personnel: Brian Carpenter (tromba, armonica, voce, arrangiamenti); Andy Laster (sax alto); Dennis Lichtman (clarinetto); Matt Bauder (clarinetto, sax alto e tenore); Mazz Swift (violino, voce); Curtis Hasselbring (trombone); Brandon Seabrook (banjo tenore); Jordan Voelker (viola, sega); Ron Caswell (tuba); Rob Garcia (batteria).

Title: Hothouse Stomp | Year Released: 2011

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