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Girone Jazz 2018

Neri Pollastri By

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Girone Jazz 2018
Circolo ARCI Il Girone
Firenze
15-21.5.2018

Tre date anche quest'anno per la rassegna fiorentina Girone Jazz, a cura di Music Pool, giunta alla quattordicesima edizione e che ha visto in scena formazioni di impianto toscano, tutte però con interessanti elementi di novità.

Il primo appuntamento, il 15 maggio, era con il Glenn Ferris Italian Quintet, formazione nata un paio d'anni fa attorno al grande trombonista e che ha in uscita il suo primo album, Animal Love, per Improvvisatore Involontario. Accanto a Ferris, che porta magnificamente i suoi anni, i clarinetti di Mirco Mariottini, la chitarra di Giulio Stracciati, il basso elettrico di Franco Fabbrini e la batteria di Paolo Corsini.

La formazione ha proposto brani in parte di Ferris, in parte degli altri membri del gruppo, esprimendo un modern jazz vivace, spigliato, a momenti ironico e con molti passaggi lirici, non privo peraltro di influenze derivate dalle musiche del mondo —come nel caso di un brano di Ferris dedicato a Istanbul o di un altro di Mariottini con accenni indiani.

Se il trombonista ha dominato fatalmente la scena, vuoi per la sua centralità nel gruppo, vuoi per la vivacità delle sue invenzioni, non si può dire che gli altri fossero supinamente al suo servizio: Mariottini si è spesso scambiato il ruolo di prima voce con Ferris, Stracciati non ha mai mancato di dire la sua con pregevoli assoli anche prolungati, la ritmica stessa ha avuto spazio di espressione e l'ha usato senza limitarsi al compitino formale. Insomma, una formazione che è parsa matura e interessante, della quale aspettiamo il documento registrato.

Il secondo concerto era interamente dedicato ai quarant'anni di carriera del batterista fiorentino Piero Borri, alla testa di un quintetto di vecchi collaboratori e amici —Stefano Cantini, Nico Gori, Ares Tavolazzi —più l'interessantissimo pianista ungherese Kalman Olah. Una formazione ben affiatata, grazie all'antica intesa e alla frequenza con la quale i singoli si trovano a suonare assieme in vari contesti, ma che di fatto era al suo primo concerto e che ha messo in scaletta brani della storia del jazz delle più diverse provenienze, più qualche composizione dei suoi membri.

Questi due fattori, uniti all'aria radiosa che si respirava per l'omaggio al batterista (che Cantini ha definito, con tono sincero, uno dei maggiori eredi dello stile di Elvin Jones), ha fatto sì che la musica fosse incentrata soprattutto sulle individualità e ne esaltasse le qualità, peraltro confermatesi assai alte. Ciascuno dei musicisti ha infatti avuto spazi in assolo, ma soprattutto sono brillati Olàh —davvero interessante la sua poliedricità, che lo porta ora a ricchi assoli mainstream, ora a passaggi da pianista classico novecentesco —e soprattutto, singolarmente o in duetto, Gori e Cantini, il primo al contralto e al clarinetto, il secondo al tenore e al soprano: l'immediatezza delle improvvisazioni e dei dialoghi, dovute anche a un programma ricercato ma anche stabilito a immediato ridosso del concerto, ha conferito alla musica un brio e una freschezza che facevano la differenza. Il jazz, talvolta giova ricordarlo, è nato ed è vissuto a lungo con questo spirito, anche se oggi è spesso orientato verso una ricerca più "intellettuale."

L'appuntamento conclusivo vedeva di scena il Dinamitri Jazz Folklore, apprezzato gruppo capitanato da Dimitri Grechi Espinoza, alla prima uscita con un materiale completamente inedito e incentrato sul blues.

La formazione (occasionalmente "orfana" di Simone Padovani, cosa che può averne indebolito l'intensità ritmica), ha confermato quanto di buono ha fatto vedere in oltre quindici anni di vita, mostrando un'ottima compattezza a supporto degli interventi dei solisti, tra i quali oltre al leader sono spiccati Gabrio Baldacci e Emanuele Parrini. Tuttavia qualcosa è sembrata ancora da mettere a punto: il materiale è infatti risultato poco sorprendente e senza grandi acuti, anche a causa di una carenza di libertà che ha penalizzato l'espressività individuale. In altre parole, molta potenzialità, ma —specie conoscendo musicisti e formazione —un'attualizzazione ancora incompiuta, senza dubbio giustificata dall'essere la prima uscita, ragione per cui attendiamo fiduciosi una replica.

Complessivamente, comunque, la "piccola" rassegna ha consegnato una bella immagine del jazz toscano: vivace, brillante, non adagiato su ricette facili. Lo sapevamo, ma una verifica fa sempre piacere.

Foto: Piero Borri

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