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Caterina Palazzi: il lato oscuro del jazz

Caterina Palazzi: il lato oscuro del jazz
Daniele Vogrig By

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Lucida, oscura, intrigante. Sono le immediate sensazioni percepite nel corso di una lunga chiacchierata con Caterina Palazzi intorno alla sua musica, ai suoi progetti, alle sue passioni. La contrabbassista romana si è imposta nel corso degli anni come una figura di spicco nel panorama jazzistico (e non solo) internazionale, sulla scorta di un variegatissimo background musicale sapientemente modellato all'insegna di un linguaggio inedito e accattivante. Uno stile, il suo, lugubre e per certi aspetti controverso ma proprio per questo capace di rivelare una coerenza di fondo nel mandare avanti con lungimiranza e assoluta dedizione alcuni tra i progetti più originali attualmente in circolazione.

All About Jazz: Hai iniziato a suonare la chitarra a tredici anni. Quando, come e perché sei passata al contrabbasso?

Caterina Palazzi: Io mi sono sempre sentita una bassista, nonostante abbia iniziato con la chitarra. Quando avevo tredici anni c'era una vecchia chitarra a casa dei miei e iniziai a suonare con quella, nonostante già fosse il basso il mio strumento preferito. Continuai con la chitarra per una decina di anni, poi mi sono resa conto che non c'era feeling perché non era il mio strumento. Il passaggio, brusco, al contrabbasso si è verificato nel momento in cui cominciai ad appassionarmi al jazz, e chiaramente in un frangente simile il basso elettrico non mi avrebbe soddisfatta totalmente. Ci fu comunque, sin da subito, una forte attrazione verso questo strumento... Essendo molto grande si ha quasi la sensazione di suonare in due anziché soli. È come se avessi accanto un altro essere umano.

AAJ: Quali sono stati i maestri che hanno maggiormente inciso nella tua musica e nel tuo stile?

CP: Avendo iniziato con la chitarra, la mia prima insegnante fu mia cugina. Non era una vera e propria insegnante ma è stata comunque importante perché il primo maestro ti resta sempre nel cuore. Successivamente sono stati davvero fondamentali Dario Lapenna, per quel che riguarda la chitarra e il jazz, e Andrea Pighi, per quel che riguarda il contrabbasso classico. Quindi il jazz l'ho studiato da chitarrista e quando sono passata al contrabbasso ho continuato da sola con la teoria, possedendo già le nozioni di base. Continuai comunque a seguire Andrea e le sue lezioni per quel che riguardava l'impostazione sul contrabbasso perché senza una base classica può rivelarsi uno strumento davvero difficile da maneggiare e suonare.

AAJ: C'è qualche musicista con il quale non hai ancora suonato e ti piacerebbe collaborare?

CP: In realtà non ho mai desiderato suonare con musicisti con i quali poi non abbia realmente suonato. Mi spiego meglio... Io nutro molto l'idea di gruppo, cioè preferisco suonare con persone che si trovano al mio stesso livello tecnico-stilistico, delle quali ho naturalmente una grande stima e che non considero obiettivi inarrivabili o superiori alle mie aspettative. A me piace crescere insieme. Per mia fortuna ho avuto la possibilità di suonare con Gianluca Petrella, Stefano Bollani, ma credo sia mille volte più bello suonare con musicisti non necessariamente famosi, con i quali condividere un progetto a lungo termine. Amo suonare con persone con le quali si possa costruire qualcosa nel tempo, non sono molto attratta dalle collaborazioni occasionali.

AAJ: Il tuo sound è un mix di molteplici influenze, riconducibili prevalentemente al jazz e al rock. Come si coniugano e collocano questi due generi nella tua musica e nella tua vita? Quali sono i gruppi e i musicisti che ti hanno ispirata e che hanno influito nel tuo stile?

CP: Fra il jazz e il rock è dura per me prediligere uno dei due generi. Io nasco rock e di base lo è anche la mia anima, lo è sempre stata. Più che altro il jazz è stata una fase maturata in età adulta, che mi ha dato comunque tanto perché si parla di una musica interessante, intrigante, capace di insegnare moltissime cose a chiunque ci si avvicini. Anche il mio amore per l'improvvisazione mi ha condotto a quel genere di musica ma a livello emotivo mi considero rock a tutti gli effetti perché, per quanto il jazz possa piacermi, a livello emotivo sento di appartenere molto più all'altro versante. Per quanto riguarda le mie influenze sono anch'esse molto eterogenee... Mi appassiona il jazz, il rock, il grunge, mi piace molto il blues, ragion per cui la mia musica è una sorta di centrifuga di tutte le influenze che ho sedimentato nel corso degli anni. Più che il genere di musica mi interessano gli artisti, quindi se mi piacciono Nick Cave & the Bad Seeds, Bill Frisell o ad esempio i Nirvana quel che poi ne esce fuori è un mix.

AAJ: Il terzo disco del Sudoku Killer, Asperger, è un concept album le cui cinque suite prendono ciascuna il nome di un cattivo della saga Disney. Perché questo titolo? Quali connotati assume il male all'interno di quest'opera?

CP: Asperger è un titolo che anticipa il contenuto del nostro futuro quarto album perché ogni titolo di ogni nostro disco rimanda concettualmente al successivo, come da tradizione per il Sudoku Killer. È una cosa che accade sin dal primo album, quindi ci serviva un titolo che legasse il nostro terzo lavoro al quarto, che parlerà di sindromi autistiche, di malattie mentali e psichiatriche. Quella di Asperger è una sindrome di autismo ed è molto più comune di quanto si pensi perché non può essere diagnosticata semplicemente con una lastra o con delle analisi del sangue, per cui quando è lieve e ad alto funzionamento si potrebbe anche vivere, senza molti sospetti, una vita normalissima. Inoltre Asperger, oltre a essere il titolo del terzo disco, è anche un pezzo che noi già suoniamo e che sarà il primo del quarto album. Sarà un ulteriore passaggio nella storia di questo gruppo nel momento in cui smetteremo di parlare di cartoni animati e inizieremo a parlare di sindromi, Tourette, Stoccolma...

Riguardo il concetto di male, anche qui ci sarebbero vari elementi da considerare ed è sempre necessario collegarsi al passato per capire cosa accade nel presente. Il nostro secondo disco, Infanticide, presentava questo titolo indubbiamente molto forte perché indicava, metaforicamente, l'omicidio del bambino che è dentro di noi nel passaggio dall'infanzia all'adolescenza, vale a dire in quell'età in cui il mondo non appare più tutto rosa e fiori, e si inizia a soffrire in un modo del tutto nuovo. Il modo di osservare la realtà di un bambino è chiaramente diversa da quella di un adulto.

Quindi se Infanticide faceva riferimento all'adolescenza, Asperger, a livello di contenuti, rappresenta il passaggio all'età adulta. Se da adolescenti cominciamo a soffrire il distacco dall'infanzia, a volte da adulti può capitare di essere quasi affascinati dal male. Per questo ho scelto i cattivi dei cartoni animati, quelli che appaiono sempre un po' buffi e ridicoli, che perdono sempre a fronte del consueto lieto fine. Ho voluto conferire una sorta di fascino e importanza al personaggio cattivo per dargli un significato che non fosse necessariamente stereotipato o connotato come il perdente di turno, ma renderlo in un qualche modo protagonista a tutti gli effetti, come accade poi nella vita reale, in fin dei conti.

È una visione molto disillusa delle cose che fa parte dell'età adulta rispetto a quella infantile, in cui ancora si soffre osservando le ingiustizie del mondo. Da adulti è come se si fosse un po' più preparati a tutto questo. Sono sicura che esiste un lato cinico e malvagio in ciascuno di noi, nessuno escluso.

AAJ: Qual è invece il filo rosso che lega il vostro omonimo album di debutto, Sudoku Killer, con Infanticide?

CP: In Sudoku Killer i titoli dei brani sono tutti di natura cinematografica e letteraria, parallelamente il titolo dell'album rimanda a Infanticide, nel quale tutti i pezzi presentano nomi riconducibili ai giochi di logica matematica giapponese. Quindi già nel secondo disco sono presenti alcuni elementi che possono connettersi al quarto, mentre tra il primo e il terzo c'è in comune il fatto che il titolo del disco è anche il titolo del primo brano del disco successivo. Essendo un'appassionata di Sudoku, mi piacciono molto gli incastri non lineari. Un'altra cosa in comune tra il primo e il terzo album è la ghost track, che evidentemente figurerà sui nostri album dispari.

AAJ: Questo sondare gli aspetti via via più profondi e oscuri della psiche umana viaggia di pari passo con un'estremizzazione del vostro sound o queste due componenti sono slegate tra loro? Come si definisce il sound di Asperger rispetto a Infanticide e Sudoku Killer?

CP: Sicuramente tra un album e l'altro i suoni tendono a indurirsi e a incupirsi, c'è meno spazio per le melodie. Il primo disco era molto melodico, il secondo alternava le melodie a dei momenti violenti che diventano quasi atonali, distorti e molto aggressivi. I momenti soft che si alternano a quelli più violenti non sono comunque propriamente melodici e rilassanti ma angoscianti e tetri. Direi che possono considerarsi soft solo per quel che riguarda l'intensità. Tra il primo e il secondo disco c'è più differenza che tra il secondo e il terzo, dove il suono, già "rozzo" di suo, si inasprisce e si estremizza ulteriormente. La chitarra faceva ampio uso di effetti e distorsori su Infanticide, adesso li abbiamo collocati anche sul contrabbasso... faccio un bel casino pure io! Ovviamente per me è un'estremizzazione rispetto a qualche tempo fa, quando suonavo con il contrabbasso in acustico. Adesso ho a disposizione vari suoni e questo cambia molto le cose.

AAJ: Sergio Pomante al sax tenore rappresenta una new entry nell'organico del Sudoku Killer. Quali ragioni ed esigenze ti hanno condotto a questa scelta?

CP: In realtà è stata una scelta condivisa da tutti. Abbiamo trascorso tanti anni insieme ad Antonio Raia che non è solo il nostro sassofonista ma un fratello per tutti noi, verso il quale nutriamo un grande affetto e una grande stima. Quindi non c'è stata una vera e propria rottura come nel caso della nostra precedente sassofonista [Danielle Di Majo, N.d.R.]. I rapporti sono ottimi, la stima è reciproca, semplicemente si sono divise le nostre strade, stilisticamente parlando. L'elemento creativo di Sudoku Killer è il suono, non le note, il suono di composizioni già scritte, piene di dinamiche, per le quali è necessaria una creatività molto particolare. Di conseguenza, se avessimo proseguito il discorso con un sassofonista di estrazione free jazz avrebbe limitato sia noi che lui. Così abbiamo fatto registrare buona parte del disco a Sergio, che è già venuto in tour in Tailandia con noi e con il quale ci siamo trovati subito molto bene. Adesso affronteremo insieme i prossimi due mesi di date in Europa.

Abbiamo chiamato un sassofonista che è più rock sotto certi aspetti, anche se naturalmente ha un'estrazione jazz come la maggior parte dei sassofonisti, e che ci aiuta a estremizzare questo lavoro quasi maniacale sul suono. Sergio è un sassofonista che, pur suonando in acustico, possiede una gamma di suoni caratterizzati da un'enorme "sporcizia..." passa dal suono pulito a quello sporco con grande naturalezza, come se avesse una pedaliera. Ci interessava tantissimo suonare con lui perché abbiamo le stesse prospettive per il futuro, a partire da questo terzo album. Non dovrei mai parlare del futuro a proposito dei sassofonisti perché a ogni disco li cambiamo [ride], ma si parla di scelte e situazioni che possono accadere. Sicuramente ci divertiremo con lui perché ha un gusto molto simile al nostro e, tra l'altro, è anche un fonico, dettaglio che nel Sudoku Killer è di grande rilevanza.

AAJ: L'ultima traccia di Asperger, "Medusa," è dedicata agli Zu. Quale rapporto vi lega? A quali altri musicisti o gruppi ti senti vicina e stilisticamente affine?
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