Billie Holiday: la vita e la voce

Emmanuel Di Tommaso BY

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Billie Holiday: la vita e la voce
Guido Santato
151 pagine
ISBN: 978-88-290-0287-0
Carocci Editore
2020

Il principale merito di Guido Santato nel suo Billie Holiday: la vita e la voce, pubblicato da Carocci Editore, è la capacità di districarsi abilmente nella selva di materiale bibliografico e discografico prodotto nel corso degli anni da vari autrici e autori sulla figura della cantante originaria di Philadelphia. Incrociando innumerevoli testi autobiografici e biografici, articoli di giornali e interviste, Santato libera finalmente l'immagine di Billie Holiday dai ricorrenti processi di rappresentazione fondati sulla mitizzazione o sulla dissacrazione, restituendo autenticità a una delle artiste più discusse del secolo scorso. Per via di questo carattere enciclopedico e al contempo rivelatorio, sarebbe riduttivo definire quest'opera una biografia (basti consultare in tal senso la bibliografia e la discografia essenziali poste in appendice): il libro rappresenta un'occasione unica sia per i lettori che vogliono approfondire sia per quelli che desiderano avere una prima chiave d'accesso alla vita e all'arte di Billie Holiday.

"Anche nei momenti di maggiore successo la vita di Billie è segnata dal dolore, dalle umiliazioni, da un inappagato bisogno d'amore."

I primi tre capitoli del libro sono quelli a carattere biografico, e accompagnano il lettore lungo la vita "della più grande cantante jazz di tutti i tempi." Santato mette ordine e chiarezza nella ricostruzione dell'esistenza di Holiday, dando vita a un interessante dialogo con la stessa cantante, attraverso l'analisi della sua autobiografia scritta insieme al giornalista William Dufty e pubblicata nel 1956 con il titolo di Lady Sings the Blues. Nonostante l'autobiografia sia piena di falsificazioni e di inesattezze, a partire dal famoso incipit, un quadro di emarginazione e di miseria in cui la Holiday sbaglia il suo luogo di nascita e lo status dei genitori, Santato considera giustamente quest'opera come una fonte ricca di fascino a cui abbeverarsi per comprendere quanto la vita e la voce della cantante fossero inscindibili: più la sua vita assumeva tratti drammatici, più il cantato della Holiday si faceva intenso e perturbante.

"La vita tormentata e sofferta di Billie rappresenta il fondale contro il quale risuona la sua voce."

I capitoli quarto e quinto sono dedicati alla voce di Holiday. Santato riporta in questa parte del libro una serie di analisi e di impressioni di ascoltatori. Leggendole si evince quanto critici musicali e gente comune fossero d'accordo su un punto essenziale: la voce contralto di Billie Holiday era unica, una voce-strumento dal timbro ombroso e contenente in sé svariate altre voci diverse, ognuna a suo modo struggente, e che potevano cambiare a seconda delle canzoni eseguite. In virtù di questa unicità del cantato, la Holiday interpretava le canzoni trasformandone sia i testi che la musica a seconda del proprio stile swing e delle emozioni che voleva trasmettere al pubblico. Come scriverà Dufty in una lettera indirizzata ad Abel Meeropol, autore di "Strange Fruit" che accusava la cantante di eccessiva libertà di composizione e di interpretazione, "Holiday non canta le canzoni, le trasforma." Nel capitolo quinto si dà anche testimonianza della trasformazione della voce di Holiday nel corso degli anni: gli eccessi legati alle dipendenze resero la sua voce sempre più gutturale e cavernosa, pur conservando una malia innata oltre che la perfezione del fraseggio e della dizione, fino a quando la cantante passò negli ultimi anni di carriera dal cantato al recitato, creando di fatto i primi spoken word della musica contemporanea.

La vita e la voce di Billie Holiday così come raccontate da Guido Santato sono inscindibilmente segnate da miseria, discriminazione razziale, violenza di genere, dipendenze da droga e alcol, ma anche da un desiderio di amore e di emozioni così autentico da unire gli amanti della musica di ieri e di oggi. Ne danno prova in particolare gli ultimi tre capitoli del libro, dedicati all'analisi delle sue interpretazioni più celebri quali la già citata "Strange Fruit," "Gloomy Sunday" e "My Man," alla rappresentazione cinematografica di Holiday in quanto icona di ribellione e, infine, all'impatto che l'arte della cantante nata in Pennsylvania ebbe sul mondo della musica, del cinema e della letteratura dopo la sua morte avvenuta nel 1955, a soli ventiquattro anni. Un altro merito importante da riconoscere a Santato è quello di essere riuscito, negli ultimi capitoli del libro, a spostare l'attenzione dalla vita tragica della Holiday alle implicazioni sociali e politiche della sua arte: citando personaggi come Angela Davis e Malcom X, l'autore fa emergere l'immagine di Billie Holiday in quanto "race woman," ovvero una donna nera impegnata nel miglioramento della condizione della gente di colore, alla quale offriva, attraverso le sue canzoni sovversive, "un punto di vista speciale e privilegiato sulla cultura dominante."

"Mi hanno detto che nessuno canta la parola 'fame' e la parola 'amore' come le canto io."

Billie Holiday è ancora oggi una delle artiste più reinterpretate e ascoltate al mondo, su di lei si è detto e scritto di tutto. Nonostante questo immenso materiale documentale, in cui il libro di Santato si inserisce a pieno titolo in virtù dello studio profondo e della chiarezza dell'esposizione, quello di Billie Holiday è un mistero ancora oggi irrisolto. Come possono affiorare la bellezza e la grazia da una vita così dura e tragica? Forse solo chi ha solcato le prigioni più oscure dell'animo umano può cantare la libertà nella sua forma più pura. Forse tutto ciò che Billie Holiday è stata e continuerà a essere è racchiuso nel titolo del libro di Farah Jasmine Griffith citato da Guido Santato: "If You Can't Be Free, Be A Mistery."

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