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Verso una nuova idea di suono plastico

Per presentare le due uscite qui recensite della label olandese Korm Plastics di Nijmegen sarebbe prima opportuno evidenziare quanto una certa musica [chiamatela elettronica, chiamatela elettroacustica, chiamatela arte, chiamateli silenzi/rumori, chiamatela avanguardia o musica di ricerca o musica sperimentale] veleggi - nella sua sostanza - tra territori limitrofi quali la "sound art", l'arte del suono e l'arte a tutti gli effetti.

Non è musica quella che si ascolta, ma neppure arte, nè una banale mescola di entrambi. Le forme plasmate dal musicista [compositore, artista] non sono mai facili e immediate da cogliere, sfuggono alle definizioni e abbisognano nella maggior parte dei casi di essere visualizzate, viste dal vivo, assorbite nel momento in cui vengono eseguite per coglierne la reale essenza.

Per certi aspetti quel che ci si trova ad ascoltare ha più a che fare con una certa idea di performance artistica che di esecuzione musicale vera e propria, e dunque quanto fissato sul CD serve solo a documentare una tappa di un più lungo, eterogeneo e complesso cammino di ricerca del musicista in questione.

Non mi sembra casuale il riferimento plastico della Korm Plastics. Plastiche [cioè plasmabili, modellabili, deformabili, infiammabili] può essere forse la chiave per entrare in questo mondo musicale, senza subbio affascinante e particolare ancorchè sconosciuto ai più.

Ci sarebbe poi da dire qualcosa sull'idea di suono che si sta sviluppando, o che sta prendendo corpo, in certi ambiti. Un'idea scultorea e plastica a tutti gli effetti. Il suo viene modellato e plasmato. Il suono [come entità corporale, non le note] prende corpo. Allora tutto diventa sostanza, materia, sia liquida, pulviscolare o lineare, frammentaria, dispersa, disgrega. Tutto può essere preso, forgiato, manipolato. Tutto dà vita a tracce performative, tracce che costituiscono parti di un linguaggio complesso, mai semplice da decodificare. Linguaggio. Forme. Ecco perchè un uso così estensivo dell'elettronica e di tutte quelle tecnologie che possono manipolare tangibilmente, in itinere, il suono. Sostanza. Sembra che fare musica sia in certi ambienti una pratica artigianale. Un'idea non più novecentesca della musica, un'idea che ragiona sulla manipolazione e sul flusso, piuttosto che sulla costruzione. Un'idea nuova di suono che si è incuneata in alcune esperienze del Novecento [musica elettronica e concreta in primis], prendendo finalmente pieno corpo e fiato.

Howard Stelzer - Giuseppe Ielasi

Night Life

Korm Plastics

(2006)

Valutazione: 4 stelle

Night Life è una visione crepuscolare, più che notturna. Giuseppe Ielasi e Howard Stelzer sono stati coinvolti dal Brombron project di Frans De Waard ed Extrapool di Nijmegen [ensemble che da anni si propone nella scena olandese alternativa con varie esperienze di live cinema, istant music e perfoming art] ed aiutati, con un soggiorno studio, a realizzare quanto poi è confluito in studio nella registrazione di Night Life.

Chitarra, elettronica, droni, field recording, sample e le vecchie cassette: queste semplici tecnologie unite all'acustica di uno strumento suonato in modo pulito e quasi melodico sono le premesse per un viaggio siderale e intimista. I suoni si rarefanno man mano che vengono prodotti, si liquefanno con la sensazione di sdoppiarsi, incrociarsi, inserirsi uno dell'altro. Il gioco del doppio canale interagisce con quello della frammentazione e polverizzazione poichè l'elettronica pare un reagente chimico atto solo a trasformare quanto esce dalle corde della chitarra.

Le quattro tracce corporizzano un processo astratto, che ha molto a che fare con l'improvvisazione dandocene però una variante [di stile, contenuto e risultato finale] di grande interesse.

Tetuzi Akiyama - Greg Malcolm

Six Strings

Korm Plastics

(2006)

Valutazione: 4,5 stelle

Anche questo secondo [dodicesimo della Brombron serie] CD realizzato dalla Korm Plastics è una coproduzione tra Staalplaat e Extrapool che ha visto due artisti, i chitarristi Tetuzi Akiyama e Greg Malcolm, ospiti di Frans de Waard negli studi di Nijmegen.

In "Six Strings" tutto è stato ridotto all'essenziale, a due chitarre acustiche, ad uno Steve Lacy d'ispirazione per le otto lunghe tracce d'improvvisazione [suoi "Life on it's way", "Nijmegen duck"], alle proprie ossessioni sonore e alla propria tecnica.

Greg Malcolm suona simultaneamente su più linee melodiche più chitarre [alcune delle quali adattate], Tetuzi Akiyama gli si intreccia, e a volte avvinghia addosso, con la sua chitarra acustica, in fondo semplice, primitiva, bruciante. Il risultato è una musica giocata all'osso - parrà strano - minimale, essenziale, pulita, rapsodicamente melodica, il cui intimo segreto risiede nel controllo corporale del volume dei suoni, che variano continuamente da micro a macro livelli, spostando così il baricentro dell'ascolto sul fatto fisico, concreto, tangibile del quantitativo di suono ascoltato.

Effetto disorientante a tratti, riuscito nell'arco delle otto tracce, mai spettacolare, eppure di enorme interesse.

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