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Tra il buio e la luce
Fra il bianco del giorno e il nero della notte...
Wregled
Achtung!
El Gallo Rojo
(2006)
Achtung! del trio Wregled, pubblicato da El Gallo Rojo Records (sicuramente l’etichetta italiana più interessante emersa negli ultimi anni), è un lavoro di ottimo livello che vede affiancati tre musicisti ben noti come Domenico Caliri (alla chitarra elettrica e agli effetti), Giovanni Maier (al contrabbasso) e Zeno De Rossi (alla batteria). Tre delle sette composizioni eseguite sono state scritte dai tre musicisti stessi, mentre le altre quattro arrivano da grandi nomi come Albert Ayler, Don Ayler, Carla Bley e John Zorn. Il tutto è stato inciso dal vivo in studio, senza sovraincisioni o trucchi malandrini. La musica respira in maniera davvero impareggiabile, gonfia di una sua organicità che la sostiene e la rende vitale.
L’approccio percussivo di Zeno De Rossi è il fulcro attorno al quale gira il paesaggio sonoro che si muove con grande senso della profondità, dell’eleganza, della sobrietà, della lucida nostalgia di qualcosa che sta in fondo all’anima e che non vuole saperne di saltar fuori a prendersi i mismi di questo mondo bislacco. La conclusiva “Ida Lupino” scritta da Carla Bley è resa in modo esemplare, luminosa quanto basta per evocare la fine delle tenebre, come un gioco di chiaroscuro nel quale si perdono le anime dell’alba e del tramonto.
Patrick Zimmerli
Phoenix
Songlines
(2006)
Phoenix di Patrick Zimmerli è un eccellente album pieno di bagliori di varia intensità che segnalano profumi di avanguardia e di musica contemporanea, senza dimenticare il retroterra jazzistico che contraddistingue i percorsi di Zimmerli e di buona parte dei musicisti coinvolti in questo album (Kevin Hays al pianoforte, i fratelli Takeishi al basso e alle percussioni e altri). In questa occasione la scrittura di Zimmerli prevede due violini, una viola e un violoncello affiancati da pianoforte, basso elettrico fretless e batteria, oltre al sax soprano suonato dallo stesso leader. I quattordici brani sono tutti scritti da Zimmerli con l’eccezione del celebre “How Insensitive” di Vinicius De Moraes e Tom Jobim che rimane incastonata come un gioiello prezioso nella lunga suite che si forma come per magia ascoltando il lento scorrere dell’album.
Gli archi si muovono costruendo fasce sonore che lasciano una scia luminescente che viene spesso accentuata dall’uso percussivo che Satoshi Takeishi fa del suo arsenale ritmico. Il ritmo è felpato, appena accennato, eppure sempre sottointeso. Lo scorrere della musica è come quello di un sottile torrente di montagna che piano piano si fa strada fra le rocce apparentemente insuperabili che lo vorrebbero incastonare. Una immersione nelle dinamiche zen dell’esistenza che sembra sfumare nel nulla per poi materializzarsi nuovamente come la fenice che risorge dalle sue ceneri.
Empty Cage Quartet
Hello the Damage!
pfMentum
(2006)
Il doppio album Hello the Damage! è accreditato al gruppo Empty Cage Quartet e riporta registrazioni effettuate dal vivo a Los Angeles a fine 2005. Questo gruppo era noto precedentemente come MTKJ Quartet ed è formato da Jason Mears (al sax alto, al clarinetto e a vari flauti), Kris Tiner (alla tromba e al flicorno), Ivan Johnson (al basso) e Paul Kikuchi (alla batteria e alle percussioni). I quattro percorrono le strade del jazz di avanguardia con grande competenza e passione, lavorando con intelligenza negli interstizi che si creano quando la composizione spontanea si intreccia con la conoscenza delle strutture già ben consolidate dal jazz moderno. Il clima è piacevolmente variabile e nei tre lunghissimi brani (che a loro volta si ripartiscono in sottobrani legati fra di loro) assistiamo a evoluzioni piene di fascino e mistero, con una capacità di interazione dei protagonisti degna di nota.
Ellen Burr
Duos
pfMentum
(2006)
Per questo album semplicemente intitolato Duos, la flautista Ellen Burr ha scelto di avvalersi di compagni di strada molto competenti come Sara Schoenbeck (al fagotto), Andrew Pask (al clarinetto), Steuart Liebig (al basso) e Jeanette Kangas (alle percussioni). Ognuno di loro è impegnato in un brano, con l’eccezione di Sara Schoenbeck che compare due volte. Inoltre si aggiungono due brani (il primo e l’ultimo) nel quali Ellen Burr è da sola con il suo flauto. Siamo più dalle parti di John Cage che non da quelle di Roland Kirk (anche se a volte la pronuncia forzata di Ellen Burr ricorda l’enfasi espressiva del grande flautista cieco afro-americano). Le composizioni sono tutte della flautista e si basano su un approccio grafico che molto lascia alla libera interpretazione e all’improvvisazione. Particolarmente affascinanti sono gli impasti fra flauto e fagotto, con la magia delle note soffiate che si attorcigliano in lente spirali che riempiono pigramente lo spazio.
Scott Fraser - Bruce Friedman
Landscape with Figure
pfMentum
(2006)
Il chitarrista Scott Fraser e il trombettista Bruce Friedman scoprono di avere molte cose in comune in questo misterioso Landscape with Figure che riporta alla memoria suggestioni astratte che dichiaratamente si materializzano sotto forma di Improvvisazioni, Composizioni Spontanee e Interazioni. La musica è eseguita dal vivo, con alcune operazioni di editing a posteriori, ma senza alcuna sovraincisione. La chitarra elettrica di Fraser fornisce una sorta di paesaggio sonoro liquido e multiforme sul quale la tromba di Friedman aggiunge pennellate di colore che si stagliano emblematiche e irreali allo stesso tempo. Un dialogo sottile che si ciba di minimalismo e di varianti timbriche che possono contare anche sulle manipolazioni materiche che si dipanano dalle molle di una unità di riverbero che Fraser sa controllare con intelligenza e senso geometrico.
Jeff Kaiser - Tom McNalley
Zugzwang
pfMentum
(2006)
Anche l’album Zugzwang vede impegnati un chitarrista e un trombettista. In questo caso i protagonisti sono i ben noti Tom McNalley e Jeff Kaiser. A differenza dell’album di cui abbiamo appena parlato, il clima è decisamente più infuocato, sulfureo, denso di colate laviche complesse e grumose. Le timbriche naturali dei due strumenti sono stravolte e dimenticate in una mattanza elettronica che non prende prigionieri e si sprigiona con il piglio industriale di situazioni strumentali dove la materia si stratifica in mille layers e sfugge alla classificazione certosina. Questi oltre settanta minuti di follia creativa sono stati registrati dal vivo in studio, senza sovraincisioni, con tutte le manipolazioni elettroniche eseguite in tempo reale, vive e frizzanti come non mai.
Rich West
Heavenly Breakfast
pfMentum
(2006)
Heavenly Breakfast del quintetto guidato dal batterista Rich West è un album che miscela con grande fantasia atmosfere derivate dal free jazz degli anni sessanta con suggestioni che fanno tornare in mente invece i lavori iconoclasti di Frank Zappa e dell’Art Ensemble of Chicago. Le voci che si mettono in particolare evidenza sono quelle del trombettista Bruce Friedman e del saxofonista/clarinettista Guild Lynn Johnston. Il gruppo è completato dal bassista elettrico Dan Krimm e dalla tastierista Emily Beezhold che utilizza in questa occasione il piano elettrico e un synth Korg Ms2000 dal quale arrivano spesso soluzioni timbriche che si muovono fra marimbe e vibrafoni. Le voci dei due fiati sono spesso impegnate a rincorrersi in dialoghi che sono a volte rarefatti, a volte concitati. Rich West si conferma un ottimo batterista e soprattutto un leader con una eccellente capacità progettuale.
George Burt / Raymond MacDonald Sextet featuring Keith Tippett
Boohoo Fever
Leo Records
(2006)
Il sestetto di George Burt e Raymond MacDonald, con Keith Tippett ospite d'eccezione, presenta l’album Boohoo Fever che ci porta dalle parti dell’astrattismo basato sulla esplorazione di mood informali che vedono il pianoforte di Tippett sempre in bella evidenza. La musica è tosta e determinata, flessibile quanto basta per dare spazio alla voce e alla melodica di Nicola MacDonald e alla chitarra puntillista di George Burt. Le evoluzioni del sax alto e soprano di Raymond MacDonald sono spesso al centro della scena, con evidenti richiami alla lunga tradizione britannica in ambito Free Jazz che vede Evan Parker come punto di raccordo più noto e importante. In questi contesti il ruolo dell’improvvisazione e la capacità di comprenderne i dettami più sottili sono determinanti e vengono svolti mettendo a profitto un interessante approccio tribale che rafforza le linee strutturali e la coesione generale del progetto.
Birdsongs of the Mesozoic
Extreme Spirituals
Cuneiform Records
(2006)
Il gruppo Birdsongs of the Mesozoic si imbarca in un progetto assolutamente originale in questo Extreme Spirituals che vede le funamboliche doti strumentali di Ken Field e compagni alle prese con la voce profonda del basso baritono Oral Moses. Il repertorio è costituito da dodici spirituals tradizionali che sono stravolti dall’approccio strumentale modernissimo del gruppo americano, per poi essere riportati alle antiche suggestioni dalla voce carica di pathos del cantante. La chitarra di Michael Bierylo, i saxofoni e il flauto di Ken Field, il pianoforte di Erik Lindgren e il synth di Rick Scott costruiscono strutture da rock progressivo evoluto che si avvalgono anche dell’apporto di alcuni ospiti impegnati alla batteria e alle percussioni. La ottima registrazione fa scintillare questa musica antica e moderna allo stesso tempo e ci lascia sospesi nel vuoto a interrogarci sul futuro, sotto il segno della spiritualità.
NeBeLNeST
ZePTO
Cuneiform Records
(2006)
ZePTO è il terzo album del gruppo francese NeBeLNeST. La loro arte si è ulteriormente affinata e le influenze derivate dal rock progressivo europeo sono diluite nella giusta misura in una pozione magica che esalta la dimensione epica in lunghe cavalcate che profumano di medioevo, di streghe e di sfide fra cavalieri senza armatura. Il quartetto è in una fase di transizione con il ruolo della chitarra che passa di mano rapidamente da Cyril Malderez a Sebastien Carmona. Il batterista Michael Anselmi, il bassista Grégory Tejedor e il tastierista Olivier Tejedor sono il nucleo stabile che assicura la doverosa continuità. Il clarinetto dell’ospite Vincent Boukefa si affaccia in qualche momento, guardandosi attorno con gli occhi sbarrati. Il suono è grumoso, denso, minaccioso, senza timori, senza vergogne. Non ci sono fermate per riprendere fiato e gli scossoni del viaggio devono essere assorbiti lentamente, senza mai fermarsi.
Giulio Risi
Deep Down Where the Hearts Beats No More
Cuneiform Records
(2006)
Il tastierista Giulio Risi ci propone questo Deep Down Where the Hearts Beats No More (autoprodotto) che profuma di sud, di dolci brezze rese torride dal sole. L’album è stato registrato fra Londra e Napoli, con una doverosa capatina in Andalusia per la chitarra flamenco e le percussioni. I riferimenti latineggianti sono ben inseriti nel contesto e il tributo alla fase spagnoleggiante di Chick Corea sembra implicito. I preziosi contributi del saxofonista Gilad Atzmon, del chitarrista Rocco Zifarelli, del bassista Nick Haward e di molti altri, danno lustro ad un lavoro che è un vero e proprio atto di amore per la solarità, in netto contrasto con la dichiarazione dell’amore per il buio che Giulio Risi fa nelle note di copertina e con i toni dark della grafica.
Alex Diambrini
This Guitar... This Music…
Rhombus Records
(2006)
This Guitar... This Music… è il quarto lavoro discografico del chitarrista romano Alex Diambrini. Il suo lungo percorso di vita e di ricerca lo ha portato da Roma a Genova, a Ithaca, a Ginevra, a Los Angeles e il suo approccio stilistico lo ha visto spostarsi dal rock al classico, dall’heavy metal al jazz. Un artista poliedrico che in questo album proteiforme si avvale del contributo del tastierista Yuko Tamura, del bassista Tim Powell e del batterista Donny Pucillo jr, musicisti non molto noti in Italia che hanno alle spalle importanti collaborazioni con artisti del calibro di Herbie Hancock, Stevie Wonder, Aretha Franklin e altri. Il saxofonista Gary Herbig fornisce un bell’assolo nel brano “The Goodbye Girls”. Il clima di base è quello di un jazz-rock suonato con competenza e passione, con al centro di tutto la voglia di raccontare la propria storia.
Fonderia
Fonderia / Re>>enter
Vinyl Magic
(2006)
Il gruppo romano Fonderia ha pubblicato due album davvero convincenti che li posizionano con decisione ai vertici delle proposte che arrivano dal nostro paese. Dopo l’ottimo album di esordio del 2002, intitolato semplicemente Fonderia che li vedeva giocare con grande sapienza strumentale fra jazz e rock, senza mai lasciare pendere la bilancia stilistica verso un mondo preciso, arrivano ora alla seconda prova con l’album intitolato Re>>enter che li conferma senza alcun dubbio come una delle band italiane da seguire con la massima attenzione. Se il primo album pagava con grande coerenza un indubbio tributo al Miles Davis elettrico degli anni ottanta (la breve citazione del tema di “Jean Pierre” viene lasciata cadere al momento giusto, i ricami spagnoleggianti si fondono e si sciolgono come una delicata salsa agrodolce sull’arrosto), il secondo album fa un evidente salto in avanti e si porta piuttosto dalla parti di Nils Petter Molvaer ed Erik Truffaz, mantendo però una intrinseca originalità che va a confermare il valore del loro progetto. Il suono è più asciutto, i ritmi sono più secchi, più metropolitani, più spostati verso l’hip-hop. Il jazz-rock che si ascolta è ben bilanciato nelle sue componenti strutturali ed emergono con più decisione le suggestioni elettroniche. La ritmica è tosta e centrata, gli assoli non sono mai troppo invadenti e si ritagliano lo spazio avvolgendosi nella trama complessiva, nel disegno generale che è sempre al centro della scena. Un gruppo che lavora mettendo la squadra davanti a tutto. Davvero bravi.
Gecko’s Tear
Contradiction
MaRoCash Records
(2006)
Contradiction dei napoletani Gecko’s Tear (pubblicato dalla lombarda MaRoCash Records) è un buon album di esordio per il gruppo guidato da Claudio Mirone Roecker, vocalist e chitarrista ben dotato di classe e di determinazione. Sono con lui un manipolo scelto di amici che si alternano al basso e alle tastiere, mentre alla batteria siede sempre il fido Marco Castaldo. Il suono va a pescare il retrogusto barocco dalle parti dei King Crimson ma poi si sposta con decisione in avanti, si fa più giovane e irriverente, si tinge dei colori della protesta e dell’alienazione, si mette a giocare con gli angoli reconditi della mente, alla ricerca di una risposta che non può essere data. La sarrabanda è servita, le danze sono spettrali, illuminate dal chiaro di una luna velata da nubi rossastre. Una citazione particolare merita l’ottimo libretto allegato che contiene tutti i testi ed è baciato da una grafica impeccabile, degna di una produzione di gran classe.
Robin Taylor
TFU Manipulated by Taylor / X Position vol. 2 / Deutsche Schule! / Certain Undiscoveries
Mals
(2006)
L’attività produttiva del chitarrista danese Robin Taylor non si concede tregua e nel 2006 sono ben quattro i progetti portati a termine: TFU Manipulated by Taylor, X Position vol. 2, Deutsche Schule! e Certain Undiscoveries. Sono sostanzialmente tutte autoproduzioni, anche se l’ultimo album citato è firmato dalla casa discografica moscovita Mals. TFU Manipulated by Taylor presenta materiale tratto da registrazioni dal vivo del gruppo Taylor’s Free Universe impegnato al Jazzhouse di Copenhagen a metà settembre del 2005. Successivamente il chitarrista ha manipolato in studio il materiale live e ha costruito dieci brani che assumono forma e si strutturano con lo sguardo rivolto ad un jazz-rock d'avanguardia dilatato e luminoso, bizzarramente sospeso su profumi nordici che si scaldano al pallido sole danese.
I saxofoni di Karsten Vogel e il violino di Pierre Tassone sono gli ingredienti che lasciano le tracce più evidenti. X Position vol. 2 ci riporta al Taylor della metà degli anni ottanta e pesca vecchi nastri di quell’epoca manipolati poi nel 2004. Taylor suona buona parte degli strumenti presenti nell’album e si fa aiutare dal cantante Jon Fischer e dal batterista Mads Hansen (quest’ultimo solo nei due brani conclusivi). Deutsche Schule! prende come dichiarato pretesto il kraut-rock degli anni settanta e se ne serve per una lunga cavalcata in cui le bizzarrie di Taylor si tingono di colori epici e si inerpicano in percorsi ritmicamente complessi che diventano sapientemente circolari e psichedelici.
Certain Undiscoveries è probabilmente il progetto più ambizioso, quello che ci riporta alla centralità di Taylor, alla sua innata voglia di curiosare fra le note e i suoni, al suo gusto di sperimentatore un po’ pazzo che gli fa giustapporre timbriche apparentemente poco compatibili fra di loro, che gli fa trovare progressioni armoniche inconsuete, sequenze ritmiche bislacche, montaggi apparentemente sconnessi. Uno scienziato stralunato, con le rotelle disassate con una sua visione del mondo che vuole appassionatamente condividere con noi.
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