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Chris McGregor’s Brotherhood of Breath: Chris McGregor’s Brotherhood of Breath - Brotherhood / Hugh Hopper: Hopper Tunity Box
Dobbiamo invece salutare con grande favore l’arrivo di una nuova casa discografica, la londinese Fledg’ling Records, che sdogana definitivamente, nell'edizione in CD, i due straordinari primi album della 'Brotherhood of Breath' di Chris McGregor, una delle formazioni allargate più affascinati del jazz europeo. Una band che ha chiara origine sudafricana, terra di nascita del pianista bianco Chris McGregor e dei suoi compari di colore Mongezi Feza, Dudu Pukwana e Louis Moholo, il nocciolo duro che sta al centro di questo meraviglioso progetto che ha dato frutti succosi e profumatissimi.
Chris McGregor’s Brotherhood of Breath
Chris McGregor’s Brotherhood of Breath / Brotherhood
Fledg’ling Records
(rist. 1971/1972 - 2007)
I loro due primi album avevano titoli molto simili e spesso sono stati confusi anche dai collezionisti che sono generalmente a conoscenza del primo album (quello che ha in copertina le due divinità africane intagliate nel legno, uscito nel 1971) ma sono del tutto ignari dell’esistenza del secondo, uscito nel 1972, con la copertina completamente diversa sulla quale campeggia una bella foto in bianco e nero che presenta una scena tipicamente sudafricana di un gruppo di persone sotto ad alcuni alberi frondosi.
Facciamo un po’ di ordine: entrambi gli album furono originariamente pubblicati dalla etichetta Neon della RCA. Il primo si chiamava semplicemente Chris McGregor’s Brotherhood of Breath e come si diceva era stato pubblicato nel 1971. Il secondo si intitolava ancora più semplicemente Brotherhood ed era uscito l’anno successivo, mentre l’etichetta stava per chiudere i battenti. Quindi nessuna promozione, distribuzione scarsa e poca attenzione da parte della stampa e degli appassionati. Un vero peccato perchè l'album, come già il primo, era davvero eccellente.
Le formazioni erano molto simili e in sostanza l’unica vera differenza è rappresentata dall’assenza nel secondo album dei saxofonisti John Surman e Ronnie Beer, sostituiti dall’ottimo Gary Windo. Rimangono confermati in entrambi i casi, a fianco del pianista leader Chris McGregor, i trombettisti Harry Beckett, Mongezi Feza e Marc Charig, i trombonisti Nick Evans e Malcom Griffiths, i saxofonisti Mike Osborne, Alan Skidmore e Dudu Pukwana, il bassista (anche lui di origine sudafricana) Henry Miller e il batterista Louis Moholo. Il meglio del jazz inglese, con diversi punti di contatto con i gruppi di Keith Tippett e di Mike Westbrook, a conferma che in quel periodo il jazz inglese era davvero una sorta di grande famiglia con molti figli prediletti.
I due album sono veramente bellissimi, ricchi di momenti in cui il suono sembra esplodere verso la galassia, pieni di eccitanti riff nei quali i fiati giocano a rimpiattino con la sezione ritmica, carichi di giocosità e voglia di trascinare. Il free jazz dimostra forse per la prima volta di potersi ben raccordare con la musica di strada, la musica del popolo, una musica talmente libera da potersi permettere di essere anche accattivante. I solisti sembrano sempre baciati da uno stato di grazia particolare che li vede esprimersi in situazioni che spesso rappresentano il vero e proprio apice delle loro carriere musicali. John Surman è devastante nel primo album, mentre nel secondo il gioco si fa, se possibile, ancora più collettivo.
Questa definitiva edizione su CD è eccellente da tutti i punti di vista e ci auguriamo che la Fledg’ling Records possa continuare a lavorare su progetti altrettanto affascinati che certamente meritano di essere riproposti con la stessa cura per tutti i dettagli qui dimostrata. Intanto va precisato che i nastri originali dai quali sono stati ricavati i master arrivano con l’approvazione personale di Maxine McGregor e Hazel Miller, mogli degli scomparsi Chris e Harry, due mitiche compagne che hanno supportato con grande determinazione (e continuano a farlo) le carriere dei loro mariti, nella buona e nella cattiva sorte. In particolare Hazel Miller continua tenere ben viva, fra mille difficoltà, l’avventura della Ogun Records, la casa discografica che è riuscita negli anni settanta a dare spazio a molto bel jazz inglese, a cominciare dagli album della Brotherhood of Breath successivi a questi primi due. Le copertine degli album in vinile sono riprodotte con grande cura e vengono mantenute le belle note di copertina che nel caso del secondo album sono firmate da Richard Williams, certamente il giornalista inglese che in quei mitici anni si dimostrò più attento e più capace nel leggere fra le mille righe della musica prodotta oltremanica (e non solo).
Hugh Hopper
Hopper Tunity Box
Cuneiform Records
(2007)
Marc Charig e Gary Windo sono l’elemento di congiunzione con il disco di Hugh Hopper, un album che conferma la grande passione per gli esperimenti in sala di registrazione che già aveva marcato l’album 1984, il primo progetto solista del bassista divenuto celebre per il suo ruolo nei Soft Machine. Sono con loro il saxofonista Elton Dean, i batteristi Nigel Morris e Mike Travis, i tastieristi Dave Stewart e Frank Roberts, il chitarrista Richard Brunton.
Come si diceva le sperimentazioni con anelli di nastro, accelerazioni e rallentamenti, sovraincisioni e altre tecniche creative tipiche della ‘musique concrete’, affascinavano particolarmente Hopper e in questo album il bassista inglese dimostra di avere messo a punto una miscela di situazioni che interagiscono molto bene fra di loro. La collaborazione con gli altri musicisti avviene quasi sempre attraverso la tecnica delle sovraincisioni in tempi diversi, per cui i musicisti non si incontrano quasi mai in studio e solo i loro strumenti si incontrano sul nastro, pronti ad essere mixati per il master definitivo.
Elton Dean è particolarmente vivace nella ottima “Spanish Knee”, chiaro riferimento, almeno nel titolo, alla “Spanish Key” che compare in Bitches Brew di Miles Davis. Dave Stewart tiene bene la strada e si mette in luce particolarmente in “Gnat Prong”, mentre Gary Windo è quasi sempre presente e marca con grande intensità la versione lunare della ornettiana “Lonely Woman”.
Scene dilatate che sembrano arrivare direttamente dalla mente di Hugh Hopper, paesaggi onirici e incantati, piccoli sberleffi che fanno accendere un sorriso. Le melodie sono spesso un chiaro riferimento a quello che succedeva anni prima nei territori dei Soft Machine, anche se il contesto sonoro è piuttosto diverso, ricco di echi ed aloni, di anelli saturnini densi di fumi e sostanze gassose. Tutto questo si trova nella scatola delle meraviglie di Mastro Hopper, un box pieno di immaginazione che con un solo giro di chiave può diventare il nostro caleidoscopio personale.
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