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Carlo Pagnotta, Direttore Artistico Di Umbria Jazz

Libero Farnè By

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CP: Il criterio è sempre stato quello della qualità. Che si tratti di concerti di nicchia, quelli per esperti della materia, o di eventi popolari, rivolti al grande pubblico, Umbria Jazz non ha mai rinunciato alla qualità, sia artistica che organizzativa. Lo slogan potrebbe essere: buona musica ascoltata nelle migliori condizioni possibili; tenendo sempre gli occhi ben aperti e le orecchie sintonizzate sui personaggi emergenti.

AAJ: Uno dei meriti del festival è stato quello di aver fatto conoscere al pubblico italiano artisti sconosciuti poi diventati famosissimi: per esempio Brad Mehldau. Ci puoi parlare di queste scelte coraggiose e rivelatrici?

CP: Non posso non citare una giovanissima Diana Krall, che esordì a Umbria Jazz come resident artist in un locale per cento persone, e ora, quando torna, canta all'Arena. Ma pure un Ahmad Jamal, che in Italia non era particolarmente noto e trovò la sua consacrazione nelle infuocate notti dei club. Vorrei anche ricordare che nel 1988, quando Umbria Jazz fece il suo primo grande concerto Gospel (tre cori, con più di cento cantanti di New Orleans nella Basilica di San Francesco ad Assisi), il Gospel era un oggetto sconosciuto, per lo meno al grande pubblico, mentre ora nel periodo di Natale l'Italia è piena di cori Gospel.

AAJ: Inoltre, soprattutto negli ultimi vent'anni, UJ è diventata la ribalta anche per jazzisti italiani di grande successo. È così?

CP: Non solo. Umbria Jazz li ha lanciati anche all'estero. Abbiamo organizzato concerti, tour e veri e propri festival con il marchio UJ in tutti i continenti. Noi consideriamo una missione prioritaria promuovere la musica e la cultura italiana in tutto il mondo. Bisogna dire che l'altissima qualità dei nostri musicisti facilita questo impegno: ovunque, sia nelle piazze più esigenti come New York sia dove il jazz solo adesso sta affermandosi come la Cina, il jazz italiano si è guadagnato attenzione e stima.

AAJ: Come è cambiato il pubblico di UJ nei decenni?

CP: Per rispondere ci vorrebbe un libro. Forse Umbria Jazz è stato un fenomeno di costume ancor prima che un evento culturale. Il pubblico delle prime edizioni, quelle degli anni Settanta, ed il tipo di audience di oggi hanno davvero poco in comune. La manifestazione ha cercato di seguire questi mutamenti, spesso addirittura anticipandoli, cambiando essa stessa. Oggi abbiamo un pubblico più consapevole, esigente, musicalmente colto. I complimenti più belli al pubblico di Umbria Jazz li fanno i musicisti. Ma senza quei ragazzi degli anni Settanta, magari ingenui, talvolta turbolenti, ma anche curiosi di capire quell'oggetto per loro sconosciuto che era il jazz, Umbria Jazz, semplicemente, non sarebbe diventata il fenomeno che è oggi.

AAJ: ...E come sono cambiati nel tempo i finanziamenti pubblici e i contributi degli sponsor privati?

CP: L'anno scorso, per legge del Parlamento italiano, Umbria Jazz è stata riconosciuta manifestazione di interesse nazionale, entrando a far parte di un piccolo quanto prestigioso club di festival. Questo comporta un finanziamento importante, ed è la prima volta che il festival usufruisce di un contributo nazionale di questa portata. Lo consideriamo non tanto un premio quanto una responsabilità e uno stimolo a fare sempre meglio. La Regione, proprietaria del Marchio UJ, ci sostiene sempre, ma i contributi dei Comuni sono irrilevanti se pensiamo a cosa significano in termini di indotto i festival a Perugia e Orvieto. Quest'anno poi la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia ha cancellato il contributo alle Clinics del Berklee, ed è stato un duro colpo. Con i privati va abbastanza bene, a partire dal grande aiuto che ci dà Conad, il nostro sponsor principale. In generale, da qualche anno le difficoltà con i privati sono aumentate, per tutti.

AAJ: Fra gli innumerevoli aneddoti e ricordi che puoi avere sui tanti personaggi transitati a UJ, ce ne puoi raccontare almeno uno particolarmente significativo?

CP: Sono davvero innumerevoli, in questi 45 anni di festival, perché i musicisti sono spesso persone singolari. Non dimenticherò mai Count Basie, che non riuscì a raggiungere la città del concerto, con il bus che trasportava l'orchestra, perché le strade erano diventate un colossale ingorgo. "Mi è capitato tante volte —mi disse —di suonare e poi non essere pagato, questa è la prima volta che mi pagano senza poter suonare." Oppure Art Blakey che partecipò al mio matrimonio e per il concerto dei suoi Jazz Messengers non volle una lira di cachet. O le nozze di Woody Shaw, che voleva a tutti i costi sposarsi a Perugia durante il festival.

Foto: Roberto Cifarelli.

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