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Carlo Pagnotta, Direttore Artistico Di Umbria Jazz

Carlo Pagnotta, Direttore Artistico Di Umbria Jazz
Libero Farnè By

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Da quando prese le mosse nel lontano 1973, il festival di Umbria Jazz si è evoluto nel tempo ed è cresciuto, senza mai rinunciare alla sua primaria identità, vale a dire la volontà di innestare la forza prorompente del jazz sulla cultura e la storia millenaria di un'intera regione. La direzione artistica della manifestazione, che nei decenni sui suoi palcoscenici ha visto transitare innumerevoli jazzisti di peso internazionale, è rimasta sempre nelle salde mani del suo fondatore: il perugino DOC Carlo Pagnotta nato nel 1933, che nell'aspetto appare inossidabile all'avanzare dell'età.

La costanza e le scelte mirate della sua guida, ma anche il suo carattere dinamico e sanguigno, senza peli sulla lingua, lo hanno reso un personaggio unico, che non passa certo inosservato, a volte polemico nella sua impulsiva sincerità. L'intervista che ci ha gentilmente concesso si propone di sondare, anche se in modo sintetico, i vari aspetti che caratterizzano l'ormai storico festival umbro.

All About Jazz: Nella lunga storia di Umbria Jazz, prima e dopo la sospensione dal 1979 all 1981, si può dire che i diversi spazi (Piazza IV Novembre, San Francesco al Prato, I Giardini del Frontone, l'Arena Santa Giuliana, i teatri...) hanno via via caratterizzato e determinato le varie fasi del festival?

Carlo Pagnotta: Umbria Jazz ha cambiato più volte formula, ma il filo rosso che lega tra loro i diversi periodi è il tentativo, credo riuscito, di coniugare musica di qualità con gli ambienti architettonici, urbani e naturali dell'Umbria. Come dire: la musica del ventesimo secolo per eccellenza negli spazi della storia millenaria di questa parte d'Italia, il Medioevo con la contemporaneità, i suoni del Nuovo Mondo con le nostre tradizioni culturali. Un'apparente contraddizione che si è risolta in un fascino unico. Tutte le formule di Umbria Jazz hanno rispettato questa intuizione iniziale. Poi, è chiaro che l'immagine del festival cambia se il main stage è ai Giardini del Frontone, allo stadio o all'Arena Santa Giuliana. E i programmi ne tengono conto. I concerti nella Galleria Nazionale non sono come quelli all'Arena.

AAJ: In particolare l'Arena Santa Giuliana, per la sua dimensione, costringe a programmare nomi di grande richiamo e quindi anche di generi extra jazzistici.

CP: L'Arena è entrata nella programmazione di Umbria Jazz nel 2003, edizione del trentesimo anniversario. Doveva essere una location da utilizzare una tantum, in occasione di un'annata speciale. Funzionò tanto bene che diventò naturale confermarla. È una location molto impegnativa, a partire dai costi fissi, e lo è anche per la programmazione, perché si tratta di uno spazio che può tranquillamente ospitare cinquemila spettatori seduti ed il doppio in piedi. Difficile programmare qui molto jazz, anche se in quindici anni l'Arena ha visto molti jazzmen importanti, che a Umbria Jazz hanno un pubblico che altrove non hanno. In conclusione, l'Arena rappresenta un'opportunità (cito a memoria: i Rem, Prince, Sting, Lady Gaga, Santana, Mark Knopfler, Elton John, James Brown) anche se nello stesso tempo pone qualche problema.

AAJ: Quando e perché si è deciso di non fare più concerti fuori Perugia: al Lago Trasimeno, Cortona, Terni, Gubbio, Spello...?

CP: Nelle prime edizioni, quelle degli anni Settanta, non c'era una sede prevalente: Umbria Jazz era un festival itinerante che ogni sera piazzava il suo palco in una città diversa. A partire dal 1982 il festival si insediò a Perugia, ma restarono, in contemporanea con i concerti perugini, alcune "escursioni" in altre città. A quel tempo si chiamava decentramento. Non funzionò, perché il clima che si creava a Perugia, per via di una formula che letteralmente riempiva il centro storico di musica, dalla mattina all'alba del giorno dopo, era difficilmente ripetibile. Altra cosa è stata inventare un nuovo festival, invernale, a Orvieto e, più recentemente, uno primaverile a Terni.

AAJ: Dal 1993 si organizza appunto anche Umbria Jazz Winter a Orvieto. Quali sono le differenze più rilevanti fra la manifestazione estiva e quella invernale?

CP: Prima delle differenze, parlerei delle analogie. Lo spirito di fondo è lo stesso: i centri storici di due delle più belle città dell'Umbria che fanno da scenario ad una festa della musica. Eventi a tutte le ore negli spazi più suggestivi e storici. Cambiano ovviamente le dimensioni ed il periodo dell'anno. Per Orvieto, questo comporta per esempio alcune scelte molto precise del cartellone, come per esempio il coro Gospel nel Duomo per la Messa della pace, il pomeriggio di Capodanno, e i veglioni per festeggiare l'arrivo del nuovo anno. Più in generale, Umbria Jazz Winter, per via delle dimensioni più raccolte dei suoi spazi, può permettersi di pensare a proposte musicali più da puristi.

AAJ: A parte le sedi e i luoghi, quali sono stati gli obiettivi e i criteri che in oltre quarant'anni hanno guidato le tue scelte artistiche? Essi sono cambiati nel tempo?

CP: Il criterio è sempre stato quello della qualità. Che si tratti di concerti di nicchia, quelli per esperti della materia, o di eventi popolari, rivolti al grande pubblico, Umbria Jazz non ha mai rinunciato alla qualità, sia artistica che organizzativa. Lo slogan potrebbe essere: buona musica ascoltata nelle migliori condizioni possibili; tenendo sempre gli occhi ben aperti e le orecchie sintonizzate sui personaggi emergenti.

AAJ: Uno dei meriti del festival è stato quello di aver fatto conoscere al pubblico italiano artisti sconosciuti poi diventati famosissimi: per esempio Brad Mehldau. Ci puoi parlare di queste scelte coraggiose e rivelatrici?

CP: Non posso non citare una giovanissima Diana Krall, che esordì a Umbria Jazz come resident artist in un locale per cento persone, e ora, quando torna, canta all'Arena. Ma pure un Ahmad Jamal, che in Italia non era particolarmente noto e trovò la sua consacrazione nelle infuocate notti dei club. Vorrei anche ricordare che nel 1988, quando Umbria Jazz fece il suo primo grande concerto Gospel (tre cori, con più di cento cantanti di New Orleans nella Basilica di San Francesco ad Assisi), il Gospel era un oggetto sconosciuto, per lo meno al grande pubblico, mentre ora nel periodo di Natale l'Italia è piena di cori Gospel.

AAJ: Inoltre, soprattutto negli ultimi vent'anni, UJ è diventata la ribalta anche per jazzisti italiani di grande successo. È così?

CP: Non solo. Umbria Jazz li ha lanciati anche all'estero. Abbiamo organizzato concerti, tour e veri e propri festival con il marchio UJ in tutti i continenti. Noi consideriamo una missione prioritaria promuovere la musica e la cultura italiana in tutto il mondo. Bisogna dire che l'altissima qualità dei nostri musicisti facilita questo impegno: ovunque, sia nelle piazze più esigenti come New York sia dove il jazz solo adesso sta affermandosi come la Cina, il jazz italiano si è guadagnato attenzione e stima.

AAJ: Come è cambiato il pubblico di UJ nei decenni?

CP: Per rispondere ci vorrebbe un libro. Forse Umbria Jazz è stato un fenomeno di costume ancor prima che un evento culturale. Il pubblico delle prime edizioni, quelle degli anni Settanta, ed il tipo di audience di oggi hanno davvero poco in comune. La manifestazione ha cercato di seguire questi mutamenti, spesso addirittura anticipandoli, cambiando essa stessa. Oggi abbiamo un pubblico più consapevole, esigente, musicalmente colto. I complimenti più belli al pubblico di Umbria Jazz li fanno i musicisti. Ma senza quei ragazzi degli anni Settanta, magari ingenui, talvolta turbolenti, ma anche curiosi di capire quell'oggetto per loro sconosciuto che era il jazz, Umbria Jazz, semplicemente, non sarebbe diventata il fenomeno che è oggi.

AAJ: ...E come sono cambiati nel tempo i finanziamenti pubblici e i contributi degli sponsor privati?

CP: L'anno scorso, per legge del Parlamento italiano, Umbria Jazz è stata riconosciuta manifestazione di interesse nazionale, entrando a far parte di un piccolo quanto prestigioso club di festival. Questo comporta un finanziamento importante, ed è la prima volta che il festival usufruisce di un contributo nazionale di questa portata. Lo consideriamo non tanto un premio quanto una responsabilità e uno stimolo a fare sempre meglio. La Regione, proprietaria del Marchio UJ, ci sostiene sempre, ma i contributi dei Comuni sono irrilevanti se pensiamo a cosa significano in termini di indotto i festival a Perugia e Orvieto. Quest'anno poi la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia ha cancellato il contributo alle Clinics del Berklee, ed è stato un duro colpo. Con i privati va abbastanza bene, a partire dal grande aiuto che ci dà Conad, il nostro sponsor principale. In generale, da qualche anno le difficoltà con i privati sono aumentate, per tutti.

AAJ: Fra gli innumerevoli aneddoti e ricordi che puoi avere sui tanti personaggi transitati a UJ, ce ne puoi raccontare almeno uno particolarmente significativo?

CP: Sono davvero innumerevoli, in questi 45 anni di festival, perché i musicisti sono spesso persone singolari. Non dimenticherò mai Count Basie, che non riuscì a raggiungere la città del concerto, con il bus che trasportava l'orchestra, perché le strade erano diventate un colossale ingorgo. "Mi è capitato tante volte —mi disse —di suonare e poi non essere pagato, questa è la prima volta che mi pagano senza poter suonare." Oppure Art Blakey che partecipò al mio matrimonio e per il concerto dei suoi Jazz Messengers non volle una lira di cachet. O le nozze di Woody Shaw, che voleva a tutti i costi sposarsi a Perugia durante il festival.

Foto: Roberto Cifarelli.
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