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Bologna: l’esordio di Omar Sosa su un organo antico

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Oratorio di San Filippo Neri - Bologna - 25.10.2013

L'occasione era estremamente ghiotta: Omar Sosa per la prima volta in assoluto alle prese con un organo antico. Così annunciava il telegrafico comunicato stampa, da me letto all'ultimo momento sulla cronaca locale di un quotidiano. Per di più il pianista cubano avrebbe dialogato con le movenze di un corpo di ballo.

Poche parole scambiate con un entusiasta Sosa dopo la performance mi hanno confermato che era tutto vero: "mai prima d'ora avevo suonato un organo; è stata un'esperienza straordinaria. Non è stato facile destreggiarsi con la pedaliera e con i tasti dei registri, ma d'ora in poi voglio esercitarmi più seriamente". Un paio di giorni di prove è stato sufficiente per montare l'inedito spettacolo "Corpi vibranti". Alle coreografie di Simone Sandroni, animatore della compagnia Deja Donne, hanno dato corpo tre giovani danzatrici: due italiane e una proveniente dalla Costa Rica. La singolare pièce di musica e danza ha aperto il 25 ottobre la nuova stagione curata dalla Fondazione del Monte di Bologna all'Oratorio di San Filippo Neri.

Che dire in sintesi dello spettacolo? Innanzi tutto che con la sua durata di circa trenta minuti è apparsa come un concentrato di energie, un modo sintetico per affrontare contenuti essenziali e vitali con l'immediatezza di un'improvvisazione dialogante. L'organista e le danzatrici hanno proceduto con indubbia sintonia d'intenti, con motivazione, perfino con sorprendenti sincronismi, evidentemente muovendosi su un semplice canovaccio concordato.

L'improvvisatore cubano (invisibile, in quanto collocato in alto a metà navata) all'organo non se l'è cavata affatto male, anche se ha dovuto economizzare la sua tecnica rudimentale, riducendo al minimo indispensabile il ricorso ai pedali e ai tasti dei registri. Comunque è riuscito ad innescare cadenze efficaci, armonie suggestive, buoni spunti melodici; utilizzando anche un semplice set di percussioni crepitanti e nodose, ha creato una trama musicale indubbiamente funzionale alla danza.

La coreografia di Sandroni ha cercato di sfruttare le caratteristiche fisiche del bellissimo ex oratorio, ormai da molti anni restituito alla città come spazio per manifestazioni culturali dopo un restauro intelligente. Egli ha cioè articolato la danza delle tre interpreti sul palco di fondo, lungo la corsia centrale fra le poltroncine del pubblico e in un pulpito laterale, sotto l'organo. Le movenze delle snodate e scatenate danzatrici, ora contrapposte fra loro ora coordinate, hanno sprigionato prevalentemente una forza ancestrale, una natura sensuale, perfino provocante. I temi di fondo trattati sembravano essere la possessione, l'ossessione, istinti primordiali e irrazionali ma insopprimibili, che tramite la trance possono condurre all'estasi... una sorta di rito delle tarantolate, fino a placarsi nel terapeutico sfinimento finale. Queste tematiche non stanno forse a cuore anche al mistico Omar Sosa, in quanto appartengono alla sua tradizione culturale originaria?

Foto, di repertorio, di Hans Speekenbrink.

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