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La (con)fusione del mondo

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Non si può dire che la fusion sia una corrente musicale senza peccati. Anzi potremmo forse sostenere che spesso si è dimostrata un coacervo magnetico dove i peccati sembrano convergere. Troppe attese, troppe speranze che ben poco hanno a che vedere con l’ispirazione vera. Ma non si può neppure pensare che questo azzeri in assoluto la possibilità di avere riscontri artisticamente interessanti anche in questo ambito. Perchè l’idea centrale della fusion, quella per l’appunto di mischiare le radici, nel grande melting-pot delle culture globali, non è affatto una idea malvagia. Anzi...

Il nome di Jaco Pastorius continua ad essere un richiamo molto forte che i discografici cercano di non lasciarsi scappare. In questo caso la Jaco Pastorius Big Band ci propone l’album The Word Is Out (Heads Up International). Per fortuna questa volta l’uso del nome del bassista è abbastanza legittimo e vede coinvolti musicisti che furono molto vicini a Jaco nella sua non troppo lunga carriera, conclusa tragicamente nella natia Florida con il pestaggio selvaggio da parte di un buttafuori che lo portò alla morte prematura. Questa big band che porta il nome dello sfortunato bassista aveva già pubblicato nel 2003 l’album Word of Mouth Revisited e ora si ripropone con il solito ampio schieramento di ospiti per questa convincente seconda prova. Gli arrangiamenti sono di buon livello e rispecchiano il modo di pensare la musica per big band che lo stesso Jaco aveva avuto modo di sperimentare anche con progetti a proprio nome. I solisti (citiamo a caso Mike Stern, Hiram Bullock, Toots Thielemans, Randy Brecker, Bob Mintzer, Richard Bona e tanti altri) sono in gran spolvero, i brani sono scelti con cura e sono sempre in qualche modo legati a Jaco. Per chiudere l’album in gloria il trombonista Peter Greaves, conduttore dell’orchestra attuale e collega di Jaco quando costui muoveva i primi passi professionali in Florida, ha isolato la traccia di basso di Jaco tratta da una esecuzione dal vivo di “Reza” della metà degli anni ottanta e ha costruito sopra alla stessa un arrangiamento per tutta la big band, lasciando ovviamente in primo piano il basso di Pastorius.

Anche l’ultimo album di Mike Stern, il divertente Who Let The Cats Out? è stato pubblicato da Heads Up. Sono undici brani (tutti firmati da Stern) che vedono il chitarrista alla testa di varie formazioni (che vanno dal quartetto al sestetto) basate sull’interscambio di una dozzina di noti musicsti che appartengono da tempo al suo giro musicale. Si va dal tastierista Jim Beard ai bassisti Richard Bona, Anthony Jackson e Chris Minh Doky, dai saxofonisti Bob Franceschini e Bob Malach ai batteristi Dave Weckl e Kim Thompson. Graditissimi ospiti sono anche il trombettista Roy Hargrove, i bassisti Victor Wooten e Meshell Ndegeocello e l’armonicista Gregoire Maret. Il gioco di Stern sembra più vigoroso del solito e abbiamo l’impressione che il chitarrista americano stia cercando di superare quel modello di fusion in quintetto con tastiere e sax, oltre alla ritmica, che è diventato un po’ la sua cifra espressiva da troppo tempo. Qui cerca una scappatoia verso il blues (il bel “Texas” con l’armonica di Maret in evidenza), verso emozioni caraibiche che si tingono di frasi post-bop per muovere poi verso scenari meno aggressivi che ne mettono in evidenza le doti di strumentista a tutto tondo.

Il trio Tunnels arriva al suo quinto album e sceglie di affrontare i nove brani di questo Natural Selection (Buckyball Music) senza spedire le solite cartoline di invito per ospitate mirabolanti ai vari chitarristi amici della band americana (cosa che succedeva regolarmente negli album precedenti). In questo caso i tre musicisti titolari decidono di fare tutto da soli e il vibrafono midi di Marc Wagnon si fa carico di tutte le sfumature di colore possibili ed immaginabili e nelle sue sapienti evoluzioni siamo sempre spinti in aree che sembrano irraggiungibili per un trio fronteggiato da un vibrafonista. Ovviamente in questi esercizi di magia aiuta il fatto di avere come compagni di palco il bravissimo Percy Jones (uno dei maestri indiscussi del moderno basso elettrico fretless) e il nuovo batterista John O’Reilly, perfettamente calato nella parte e già in contatto telepatico coi due partner. Marc Wagnon è autore di sei brani e lascia i tre rimanenti a Percy Jones. Sono raffinate escursioni in territorio fusion che non lasciano nulla al caso, sin dall’iniziale contorta “Devil’s Staircase” per giungere alla finale “Io’s Dream” che si muove fra cambi di tempo e di scenario che si integrano perfettamente nella cavalcata prospettica che ci viene proposta.

Il gruppo Synergy è guidato dal chitarrista Mike Brannon e per questo Later (pubblicato da Nextep Records) può contare anche sulla collaborazione dei notissimi Bill Evans al sax tenore, Harvie Swartz al basso acustico e Paul Wertico alla batteria. Questi musicisti sono presenti in alcuni brani, mentre nel resto dell’album Mike Brannon è accompagnato dai meno noti Andy Langahm (alle tastiere), Brandon Rivas (al basso acustico) e Gerry Gibbs (alla batteria). Nel progetto originale doveva essere presente anche il saxofonista Bob Berg, ma proprio poche ore prima di andare in studio per registrare la sua parte il saxofonista rimase coinvolto in un incidente stradale, dall’esito purtroppo mortale. Per questa ragione l’album è ovviamente dedicato a lui e presenta una musica fusion di buon livello che non si scosta mai da strade già battute e risulta quindi non particolarmente originale. Nei primi due brani l’impronta più evidente la lascia il sax di Bill Evans, poi il focus si sposta sul gioco chitarristico di Brennan che dimostra di essere un seguace della spaziosità di Pat Metheny, senza averne però la fluidità tecnica e la costanza di ispirazione.

Fabrizio Leo è un giovane chitarrista italiano che sta raccogliendo buoni consensi in campo internazionale, cosa ben testimoniata dalla pubblicazione del suo album Cutaway da parte della etichetta Shrapnel Records di Mike Varney, uno dei guru della musica fusion basata sulla esasperazione del virtuosismo chitarristico. Fabrizio Leo dichiara, sin dalla dedica di uno dei brani, la sua incondizionata ammirazione per l’arte di Vinnie Moore, chitarrista aggressivo che ha raccolto un seguito importante verso la fine degli anni ottanta. I quindici brani dell’album sono una passerella importante per mettere in rilievo la musicalità e la sapienza strumentale di questo giovane italiano che ha praticamente fatto tutto da solo, utilizzando lo studio di registrazione domestico con l’aiuto di qualche amico.

I fratelli Danilo e Domenico Citriniti (rispettivamente batterista e bassista) appartengono per l’appunto allo stesso di giro di Fabrizio Leo (che in questo album completa il trio alla chitarra elettrica) e anche il loro album Between The Music And Latitude è stato pubblicato dalla Shrapnel Records. La musica è molto funky e l’impatto della ritmica è in particolare evidenza. Ci sono alcune collaborazioni esterne (un paio di altri chitarristi, un paio di tastieristi) ma fondamentalmente la maggior parte dell’album è eseguita in trio. Fabrizio Leo si conferma chitarrista pirotecnico, dotato di grande personalità e furore espressivo. La registrazione è di ottima qualità e di grande impatto dinamico e permette di gustare appieno la grande perizia strumentale dei due fratelli Citriniti e la loro perfetta integrazione anche in chiave drum ‘n’ bass.

Il gruppo Nexus affida all’etichetta Roll Over/Astrazioni Foniche il suo album Odynephobia Conversion, una lucida provocazione che si modella sul funk art-rock più aggressivo e moderno, dalle parti di David Fiuczynski, per intenderci, anche se ci troviamo a Torino e non dalle parti di Tribeca. Il cantante Fabrice Dublés esprime le sue frustrazioni in un francese arrotolato che si presta benissimo a questo uso quasi da rapper. Non mancano le citazioni stimolanti come la “Rope Ladder To The Moon” di Jack Bruce stravolta e ricombinata in “Plastic Dodge”, punteggiata dalla chitarra dirompente di Mikaele Pellegrino, caustica e ulcerante nelle sue divagazioni rock-blues ben calate nella strutture dei 12 brani. Al sax alto e soprano troviamo Davide Grottelli, mentre il basso elettrico e la batteria sono affidati rispettivamente a Simone Giannelli e ad Armando Croce. La voce dell’ospite Marilina Vanni aggiunge qua e là ulteriori sfrigolii minacciosi che fanno bene il paio con le divagazioni slide e le farneticazioni wha-wha dell’instancabile Pellegrino. Decisamente da tenere d’occhio.

Ancora da Torino arriva il trio Flex che ci propone l’album Nord (edito da DDE Records). Qui la musica è molto più spaziosa, aperta, curiosamente attiva verso il mondo del jazz ma non immune da aperture pop (vedi la cover di un brano di James Taylor) e folk. Il chitarrista Karsten Lipp è il perno attorno al quale gira il progetto, ma non sono certo semplici comprimari il bassista Federico Marchesano e il batterista Marco Puxeddu. In particolare il bassista è autore di tre degli undici brani, mentre altri sette sono stati scritti da Karsten Lipp. Il basso acustico di Marchesano è una preziosa risorsa anche da un punto di vista timbrico e il suo interplay con la chitarra è davvero interessante. Vengono in mente certi momenti del trio di Bill Frisell e in particolare il disco in duo di Pat Metheny e Charlie Haden dedicato ai cieli del Missouri. Per non volere addirittura scomodare paragoni con certe cose di Jim Hall meno intrinsecamente legate al filone centrale del jazz (vedi il suo meraviglioso album in duo con Red Mitchell). L’incedere è elegante, privo di frenesie, discorsivo e raccolto. Un piccolo mondo lieve che si srotola con semplicità davanti a noi. Da gustare senza fretta come un buon Calvados.

Il chitarrista brasiliano Marco Pereira, vero virtuoso dello strumento acustico, arriva al suo primo album con una etichetta italiana (la Egea) che lo vede impegnato in otto brani pescati in buona parte dalla tradizione brasileira, anche se non mancano due suoi originali. L’album si chiama Stella del Mattino e vede la chitarra di Pereira al centro della scena, circondato dai suoni provenienti dal contrabbasso di Erasmo Petringa e dalle percussioni discrete di Enzo Zirilli, vere e proprie spruzzate di colore che riscaldano l’atmosfera. In alcuni brani partecipa alle esplorazioni sonore anche il clarinetto prezioso di Gabriele Mirabassi che aggiunge una dimensione più jazzistica ad una musica che sa essere sempre elegante e coinvolgente, giocata sull’universalità delle invenzioni melodiche, sulla complicità dei ritmi sempre frizzanti, sul virtuosismo mai fine a se stesso. In particolare si segnalano l’iniziale “Na Baixa Do Sapateiro” di Ary Barroso, la fascinosa medley di temi di Baden Powell e una ben ritmata versione di “Frevo” di Egberto Gismonti.

Il batterista Claudio Scolari è un veterano con alle spalle importanti collaborazioni con musicisti molto famosi come Steve Gadd, Zucchero e tanti altri (in particolare in occasione delle ultime edizione Pavarotti & Friends). Scolari è molto attivo anche nell’area della musica classica contemporanea (ha collaborato con Sinopoli, Berio, Ughi, Metha e così via) e con le orchestre dalla RAI. Coglie l’occasione della collaborazione con il chitarrista Donnie Romano per proporre un album in duo intitolato The My Fourteen Songs, pubblicato da Principal Records. Romano è decisamente un buon chitarrista e riesce a tenere desta l’attenzione per tutta la durata dell’album, con un suono carico di espressività che si muove fondamentalmente in ambito rock-blues, senza farsi mancare divagazioni in territori che si tingono di jazz-rock. Scolari aggiunge anche tocchi di synth ma sostanzialmente si occupa della batteria e delle percussioni e sceglie la strada della discrezione, evitando di spostare il focus principale sulla parte percussiva. Ci rimane il dubbio sugli strafalcioni della lingua inglese nel titolo dell’album e in quelli di alcuni brani. Anche volendo benevolmente pensare che sono errori voluti ci sembrano talmente sgradevoli che avremmo preferito a questo punto una titolazione in italiano. In fondo “Le Mie Quattordici Canzoni” poteva avere una sua dignità.

Il chitarrista Roberto Testini convoca una mezza dozzina di amici musicisti e mette assieme gli undici brani di questo Caffè Espresso (autoprodotto) che si presenta come una discreta miscela di rock-blues e fusion, con gli ingredienti ben calibrati per tre quarti d’ora di musica godibile e ben suonata. Intendiamoci, non c’è nulla di originale, il tutto suona un po’ già sentito, ma i musicisti sembrano bene assortiti, la sezione fiati aggiunge la giusta dose di spinta e il tiro non è lontanissimo da quello delle band sudiste, a metà strada fra il Texas e New Orleans, cercando di non cadere nella caricatura, ma mettendo in campo anzi slancio ed energia. Testini dichiara nelle note di copertina di essere un grande ammiratore di Carlos Santana, ma qui siamo più dalle parti di Jimmie Vaughan e di Dr. John. Testini è abbastanza efficace anche come cantante anche se in questa veste va un po’ in crisi quando si allontana dal territorio che meglio conosce, come succede nelle jazzate “Whispers in The Dark” e “Last Call” o nella successiva “Mr. Caliph” che tenta di rifare il verso a Donald Fagen. Come chitarrista non ha ambizioni di primeggiare e si limita a stare al suo posto, senza andare mai fuori dalle righe. Una onesta produzione milanese. Niente di più, niente di meno.

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