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Daniele D’Agaro - Jeb Bishop - Kent Kessler - Robert Barry / Domino Quartet: Chicago Overtones / Radio 3 Sessions

Il "confronto" - in musica come nella vita - è prassi che andrebbe evitata, perché fa perder di vista l'identità. Tuttavia, per le opere in questione un ascolto ravvicinato può risultare interessante. Certo non per fare il conto delle differenze; piuttosto per osservare quali sfumature originali possa generare la medesima idea pur sviluppandosi in condizioni assai simili.

In entrambi i casi l'idea di base si risolve in quello che pare essere lo sport preferito dell'improvvisatore contemporaneo, ovvero l'ammodernamento della tradizione musicale afroamericana, poco importa quanto si abbia a che vedere con essa. Una scrittura, un'esecuzione ed una concezione 'in stile', dunque, che qui raggiunge risultati particolarmente felici grazie soprattutto alla versatilità e alla perizia tecnica dei musicisti coinvolti: linguaggio antico parlato con la propria voce.

In entrambi i casi le direttrici assiali di un solido e fresco post-bop vengono stropicciate e poi stirate all'occorrenza sino alle latitudini di un astrattismo ben controllato, efficacemente corroborante nello scompaginare la routine ma sempre pulito ed essenziale, per la massima conciliazione di sprone e accessibilità.

In entrambi i casi emerge un'accorta calibrazione degli arrangiamenti, attenzione evidente anche dagli autori di riferimento per i brani non originali, Ellington da un lato e Mingus dall'altro. Prevale un'architettura a blocchi ben delineati accostati per accumulazione - esposizione del tema, susseguirsi di soli e poco altro; laddove in quel 'poco altro' saremo in grado di rinvenire i maggiori motivi di valore.

Curioso poi come in entrambi i casi alla batteria sieda l'unico componente del gruppo propriamente discendente da quell'epos cui la musica fa qui riferimento; e come si possa ricondurre (anche) proprio a questi elementi il diverso sentire, la diversa sfumatura assunta. Se la presenza di Hamid Drake (senza dimenticare ovviamente quella di Bergin) sospinge maggiormente verso la componente 'afro', l'apporto di Robert Barry - militante di lunga data dell'Arkestra di Sun Ra - testimonia per Chicago Overtones una predilezione per il versante 'americano'.

Daniele D'Agaro - Jeb Bishop - Kent Kessler - Robert Barry

Chicago Overtones

hatHUT

(2005 - distr. I.R.D.)

Valutazione: 3 stelle

Che il titolo del disco faccia esplicito riferimento alla Windy City non è un caso. L'humus caratteristico di questa esaltante fucina creativa è palpabile: nella coesione degli elementi, nella profonda conoscenza e il rispetto per la musica che (ha) circola(to) in quei luoghi, nel raffinamento da essa di una pletora di intuizioni stilistiche in bilico tra continuità e innovazione.

Che si tratti della rilettura di un Ellington 'minore' in un placido e melancholico swingante disimpegno, dell'improvvisazione accumulativa e accelerativa condotta su base grafica di Ultramarine #13, o della resa libertaria magmatica e marziale che trasforma un tema infantile in fanfara ayleriana, il gruppo mostra - e a conti fatti, a ragione - di prediligere un'organica scompostezza, per cui la salda e compatta andatura dei brani si rivela appunto, ad un ascolto analitico, (s)composta da/in rivoli autonomi, accostati in genere con il preciso intento di dinamizzare l'esecuzione, di mantenere uno stato di equilibrio apparente, in realtà precariamente affidato a linee di fuga perigliosamente oblique.

I piani vengono così allineati secondo architetture ambigue: se sax e trombone continuano a ritagliarsi per educazione dell'orecchio uno spazio maggiormente avanzato, basta una leggerissima sfasatura nell'allineamento della ritmica - sia tra sé che con la front line - per rinverdire l'ascolto e involare la struttura.

A tutto questo contribuisce poi l'accoppiamento lasco dei due fiati, costantemente giustapposti in linee attorcigliate in un fascio cangiante in cui le parti si scambiano continuamente, tra la declamazione vibrante e timbricamente versatile di D'Agaro e la capacità di Bishop di sondare le pieghe più ritorte del proprio strumento, stabilendo col proprio incedere insofferente al riposo continui stimolanti cambi di rotta.

Domino Quartet

Radio 3 Sessions

Auand

(2005 - distr. I.R.D.)

Valutazione: 3 stelle

Un po' quello che è accaduto anche nelle sedute di registrazione presso Radio 3 dell'altro magistrale quartetto qui presentato, la cui denominazione rischia forse di portarci fuori strada.

Appare subito evidente difatti come non siano gli incastri fra i pezzi a seguire la logica lineare del gioco del domino, fondata sull'equivalenza dei valori. Anzi, troviamo nuovamente che buona parte dell'impegno viene riposta nella costruzione di virtuose contrapposizioni. È invece l'impatto complessivo della resa di gruppo ad essere calibrato su direttrici convergenti, di modo che pur nella varietà delle configurazioni, i musicisti chiudono qui ciò che i colleghi di cui sopra lasciavano aperto, e per converso sviluppano suggestioni che là erano solo accennate.

Diremo allora che le forme disegnate dal Domino Quartet appaiono estremamente solide, quadrate, sature, per quanto al loro interno si agitino meravigliose contorsioni, arabeschi e inviluppi. Questo spostamento d'accento sembrerebbe imputabile ad almeno un paio di fattori.

Da un lato la predilezione della componente 'afro' - più originaria e basilare quindi rispetto a quella di sintesi che abbiamo rilevato prima - dona alla musica un'immediatezza ed una gravità che bastano di per sé a coinvolgere, tracciare distinzioni nette e spingere all'abbandono, ad un godimento più genuinamente viscerale. La musica assume una fisionomia torrida, materica e ombrosa che avvolge interamente senza troppi suggerimenti a curarsi di dettagli minuti.

Dall'altro lato questo effetto di maggiore 'pesantezza' - da intendesi come pregnanza stilistica e agilità d'imporsi - è accentuato dalla netta distribuzione di ruolo all'interno dell'organico. Qui la ritmica si fa oltremodo compatta ed ostinata nel suo farsi ancora dell'impianto complessivo di contro alle tendenze centrifughe dei fiati. Compito svolto soprattutto da Borghini, il cui basso copioso ruota costantemente su se stesso fungendo da solido baricentro, mentre Hamid Drake ripiega per questo progetto la propria tellurica irruenza su interventi estremamente calibrati, puntuali e puntiformi.

Ad agitare la massa ci pensano poi gli interventi sbracati di Petrella e il sax di Bergin, contemporaneamente impegnato su di un doppio registro che alterna la morbida ruvidezza delle esposizioni tematiche alla gracchiante arcigna scabrosità di libere compostamente feroci arrampicate. Un gioco particolarmente efficace quando i temi - soprattutto di Bergin - si fanno solari e invitanti alla danza dei contrasti.

Rimane che la reiterazione del dialogo con una tradizione sovraesposta come quella afroamericana (ap)paga fino a un certo punto, e qui la musica migliore la troviamo nelle introduzioni ai brani, nelle code, nei momenti di passaggio, laddove si fa avanti con maggior prepotenza - evviva! - l'inventiva dei singoli e di qui del gruppo, libera dalle briglie di brani composti in definitiva 'in stile'.

Elenco dei brani e Musicisti Chicago Overtones Elenco dei brani: 01. Chicago Beer Coaster (D'Agaro) - 6:58; 02. Ultramarine #13 (D'Agaro) - 7:27; 03. Sweet Zurzday (Ellington) - 6:35; 04. L'ago freschio (trad.) - 4:43; 05. Long Armed Woman (D'Agaro) - 5:38; 06. Dog Nose in The Kitchen (D'Agaro/Bishop/Kessler/Barry) - 4:51; 07. Dick's Holler (Leadbelly) - 4:54; 08. Barry K (Clark) - 5:16; 09. Melancholia (Ellington) - 3:04. Musicisti: Daniele D'Agaro (sax tenore, clarinetto); Jeb Bishop (trombone); Kent Kessler (contrabbasso); Robert Barry (batteria). Radio 3 Sessions Elenco dei brani: 01. Navigation #14 (Petrella) - 6:41; 02. Aimlessly (Bergin) - 5:31; 03. Zulu Wedding (Bergin) - 3:06; 04. Alda's Travelling (Borghini) - 6:20; 05. Red Lights (Borghini) - 3:50; 06. Out Of Sadness (Borghini) - 4:15; 07. Stole Away (Bergin) - 4:36; Peggy's Blue Skylight (Mingus) - 10:26. Musicisti: Sean Bergin (sax tenore, flauti); Gianluca Petrella (trombone); Antonio Borghini (contrabbasso); Hamid Drake (batteria).

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