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Yuri Goloubev Trio al Lyceum Club Internazionale, Firenze

Neri Pollastri By

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Lyceum Club Internazionale
Firenze
9.12.2013

Un paio d'anni fa il Lyceum, storico istituto culturale fiorentino, ha provato ad allargare al mondo del jazz le offerte musicali invitando Yuri Goloubev, fidando sulla sua formazione classica all'interno dell'orchestra di Mosca. E il contrabbassista russo deve aver ben convinto i frequentatori del club, visto che ormai regolarmente viene riproposto nel programma. Goloubev, intelligentemente, ogni volta si presenta con partner e proposte diverse: dopo il duo con Gwilym Simcock e il Just Music Trio con Roberto Olzer e Fabrizio Spadea, stavolta ha portato con se un altro trio, con Michele Di Toro al pianoforte e Marco Zanoli alla batteria.

Anche in questo caso, sia nella formazione dei musicisti che nelle ispirazioni del programma faceva capolino la musica classica, ma forse stavolta l'accento si poneva più che in passato sul jazz, come si poteva percepire fin dal brano d'apertura del concerto: "Homage," a nome del pianista, una narrazione lieve e dai tempi cangianti in equilibrio tra classica e canzone, ma dagli assolo (per esempio quello del piano) in tutto e per tutto jazzistici.

Anche i brani successivi hanno poi confermato questa impressione: il secondo, privo di titolo, cangiante nei temi, prima più dolci, ma poi dinamici e veloci; il successivo, su atmosfere sospese e ispirato da composizioni classiche rilette in modalità proprie del jazz; "From the Sky," dall'omonimo CD registrato dal trio con la presenza del sassofonista Klaus Gesing, dal clima ancor più propriamente jazzistico, ma con Goloubev che l'ha suonato interamente all'archetto, confessando candidamente alla fine di non averlo mai fatto prima.

I brani in programma erano a firma di tutti i musicisti: di Zanoli "Il passo del gatto," dalle atmosfere tipicamente melodico-narrative del nostro jazz, ma con un suggestivo assolo del pianista condotto su pochi tasti della parte medio grave della tastiera; di Di Toro una suggestiva composizione ispirata ai corali bachiani, aperta e chiusa dal contrabbasso archettato e condotta in scambio continuo tra tastiera e corde, mentre la batteria accompagnava alle spazzole. Non mancavano gli standard, come una elegante e originale "Soul Eyes" dai sapori evansiani, sulla quale Goloubev ha piazzato un assolo magistrale. Proprio lo standard, assieme al corale, è stato probabilmente il momento più alto di un concerto concluso da un bis acclamato, ancora all'insegna dell'ibridazione, con un brano di classica novecentesca reinterpretato in chiave jazzistica senza alcuna ombra di manierismo. Per la rinnovata gioia di un pubblico che si sta sempre più abituando anche al jazz.

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