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William Tatge, un italiano (di radici americane) a New York

Neri Pollastri By

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AAJ: Avendo frequentato l'ambiente jazzistico italiano e statunitense, che differenze vedi sul piano organizzativo e del rapporto con il pubblico?

WT: A livello organizzativo non saprei con precisione. Sicuramente, come è noto, negli Stati Uniti c'è molto meno legame tra l'organizzazione di eventi culturali e la politica. Evidentemente questo fatto ha conseguenze sia positive che negative: da una parte c'è meno burocrazia e più spazio per la libera iniziativa, dall'altra latita un po' il concetto di cultura come qualcosa da proteggere e sostenere al di là del seguito e degli incassi. Per quanto riguarda il pubblico è ovvio che la situazione cambia a seconda del contesto. Nell'ambito concertistico vero e proprio (auditorium, festival) non ho trovato una grandissima differenza. Le cose cambiano invece nei club, soprattutto quelli più piccoli e nascosti. Qui si può di solito notare un'attenzione, una preparazione e una partecipazione difficile da trovare in posti del genere in Italia. Certo, nel caso di New York questo è anche dovuto al fatto che gran parte del pubblico è composto da musicisti! Tra parentesi, questa cosa a me non fa necessariamente impazzire di gioia, preferisco di gran lunga un pubblico più neutrale e indefinito, più facile da ingannare in momenti di difficoltà.

AAJ: E quali sono invece le differenze sul piano artistico? Cosa cambia lavorando in Italia con artisti italiani invece che negli U.S.A. con artisti statunitensi?

WT: Anche questa è una domanda difficile, è quasi inevitabile scivolare in generalizzazioni errate. Non penso che ci sia una differenza abissale: in ogni luogo un musicista cerca di tenersi intorno persone che lavorano in modo consono al raggiungimento di certi obbiettivi e che hanno una sensibilità compatibile con la propria. Posso dire che qui a New York ho trovato un livello medio di preparazione altissimo, molta professionalità, grande rispetto per il mestiere e tanta passione. Capita spesso, per esempio, di trovarsi durante una session casalinga a suonare musica originale anche molto difficile senza che nessuno si scandalizzi troppo. E forse, anche solo per questioni di numero, c'è meno possessività morbosa tra musicisti, o almeno rimane più nascosta.

Ho avuto però più difficoltà a trovare persone con cui parlare in modo diretto di questioni artistiche, estetiche. Sembra quasi che, per tutto ciò che concerne gli aspetti più profondi dell'interpretazione e dell'improvvisazione, le cose debbano per forza semplicemente accadere, senza che se ne parli troppo prima o dopo. Si esita a dare giudizi perentori o a esprimere dissenso, cosa che io invece sono portato a fare fin troppo spesso. È abbastanza diffuso una sorta di culto dell'onestà espressiva personale e della spontaneità creativa che trovo un po' ingenuo e noioso. Ma è molto probabile che tutto ciò abbia più a che fare con l'abitudine americana di presentare sempre un atteggiamento positivo, spesso di facciata, che con una reale mancanza di consapevolezza critica. Dico questo generalizzando grossolanamente, le eccezioni si trovano e sono numerose.

AAJ: Progetti in vista?

WT: A parte la prossima registrazione con Last Call che ho menzionato prima, penso che rimetterò presto mano ad una serie di pezzi che ho scritto qualche tempo fa, su invito del collettivo Agus di Roma, per voce ed ensemble. Il lavoro, composto e provato in gran fretta, è stato eseguito una sola volta al Cantiere in Trastevere con il bel contributo vocale di Alice Ricciardi. L'idea sarebbe quella di trasformarlo in qualcosa di abbastanza esteso da occupare un concerto intero (nel caso di Roma ho suonato un secondo set in quartetto) e, chissà, magari in un disco. Poi ho molte idee per mettere insieme vari gruppi qui a New York (quartetti, quintetti, sestetti), anche con l'intenzione di introdurmi più facilmente in spazi che richiedono una maggiore presenza sonora rispetto al piano trio. Spero anche di tornare ad esibirmi in solo, una dimensione che mi è sempre piaciuta molto. E, se ne avrò la forza, vorrei tanto ricominciare con la composizione "totale," di indirizzo più classico-contemporaneo, che nell'ultimo decennio è rimasta nel cassetto e che ora mi chiama incessantemente a sé. Vedremo.

Foto: Max Sequeira.
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