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William Tatge, un italiano (di radici americane) a New York

Neri Pollastri By

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AAJ: Il ritorno alle tue origini americane ha a che fare con questioni artistiche?

WT: Credo di essermi trovato a considerare il fatto che essere così attratto dal jazz, essere a tutti gli effetti americano (con i miei genitori sono cresciuto parlando inglese in casa), ma non aver mai vissuto negli Stati Uniti era un po' un'assurdità. Mi sentivo come uno spagnolo che nasce e cresce in Svizzera e vuole fare il torero. D'altra parte forse avevo anche l'esigenza di distaccarmi un po' dal pesante fardello classico eurocolto. Sotto questo aspetto lo spostamento è stato del tutto fallimentare e ha avuto conseguenze inverse (non mi sono mai sentito ispirato e oppresso da Beethoven o Schoenberg quanto ora). Oltre a queste parziali verità artistiche c'erano probabilmente motivazioni personali più profonde: un bisogno di avventura, una fuga dai soliti traumi sentimentali e forse l'esigenza di non sentirmi più "straniero." O almeno di sentirmi straniero tra tanti stranieri. Devo dire infatti che nonostante gli anni passati a New York il mio lato italiano ed europeo non accenna a darsi per vinto. E va bene così. Penso che questa dicotomia culturale, oltre a creare un senso di perenne nostalgia, sia una ricchezza, un terreno fertile, almeno lo spero.

AAJ: Il tuo nuovo disco, General Cargo, esce nove anni dopo un altro piano trio, Mutable Enclosures, dove eri accompagnato da Gabriele Evangelista e Piero Borri: in che direzione si è evoluta la tua musica?

WT: Mutable Enclosures è un lavoro a cui sono tutt'ora affezionato e sono molto grato a Piero e Gabriele per avermi aiutato a metterlo insieme. È stato il mio esordio da leader e credo che contenga della buona musica. Ma, sia dal punto di vista pianistico che da quello compositivo, penso di aver fatto parecchia strada nel frattempo. I pezzi inclusi in General Cargo sono tutti piuttosto estesi. C'è molto più materiale scritto (lunghi temi, transizioni, code) e le sezioni improvvisative sono spesso diversificate a seconda dello strumento solista. Dunque pagine e pagine di musica, un lavoro enorme che ha richiesto molto tempo. Credo che ciò derivi non solo da un interesse per la grande forma (per vari motivi una rarità nel jazz per piccolo ensemble), ma anche e soprattutto dal tentativo di creare situazioni inaspettate e sorprendenti in un contesto "classico" come il piano trio, rifuggendo almeno in parte le formule e le dinamiche che, pur gloriosamente, hanno caratterizzato la storia di questo organico. Inoltre ho lavorato molto sul linguaggio, tentando di trovare dei passaggi inesplorati, qualche piccola epifania.

Dal punto di vista stilistico penso che sia evidente una forte componente classica, più specificamente tardo romantica e protomoderna (se è lecito usare il termine), soprattutto per quanto riguarda l'armonia. Questo fatto è per me molto interessante: nel tentativo di sfuggire alle progressioni tipiche dei jazz standards o del jazz modale, e volendo mantenere una griglia di accordi ben definiti e in qualche modo tonalmente funzionali su cui improvvisare, mi sono spesso trovato a navigare in acque vagamente wagneriane o mahleriane. In un territorio cioè in cui, pur essendo tirata al limite, la forza di gravità tonale non è del tutto dissolta. Devo a malincuore ammettere che ciò è probabilmente dovuto, almeno in parte, a un qualche sentimento nostalgico, per di più verso un mondo che era già nostalgico a suo tempo! Ma è anche vero che il linguaggio armonico del jazz è nato proprio in questo crocevia tra romanticismo e modernismo. Dunque esplorare, allargare e deformare questo tipo di vocabolario è forse un istinto più naturale di quel che sembra.

AAJ: Puoi dirci qualcosa dei tuoi attuali compagni, Pablo Menares e Nick Anderson?

WT: Innanzitutto devo ringraziarli tantissimo per il loro grande contributo e per la generosità con cui mi hanno donato il loro tempo. Ho conosciuto Nick circa un anno dopo essermi trasferito a Brooklyn. Al tempo viveva in una casa del mio quartiere insieme ad altri cinque o sei musicisti, e partecipava spesso a una jam session in un luogo ormai defunto chiamato Solo Kitchen Bar. È lì che abbiamo cominciato a suonare insieme. Quel che mi ha attratto di Nick per questo progetto, a parte il suo grande entusiasmo, era il fatto che per certi aspetti è un batterista ruvido, minimale, antiromantico, e credo che questo aiuti molto a non lasciar cadere la musica in un sentimentalismo stucchevole.

Con Pablo abbiamo suonato per qualche anno nel quartetto del chitarrista Aki Ishiguro, con cui abbiamo registrato un disco e fatto un paio di tour in Giappone e Sud America. Mi sono trovato subito bene con lui sia musicalmente che umanamente. È un bassista eccezionale che ha una consapevolezza notevole del suono di insieme. È stato spesso fondamentale sentire il suo parere sui tempi, sulla struttura o sull'intenzione espressiva dei vari brani.

AAJ: In mezzo ai due lavori per piano trio hai messo in piedi e diretto Last Call (clicca qui per leggere la recensione di un concerto del gruppo), un quartetto con Dan Kinzelman al sax e la ritmica di Francesco Ponticelli e Stefano Tamborrino. Puoi dirci qualcosa di quel gruppo e di come ha influenzato la realizzazione di General Cargo?

WT: Last Call è un progetto a cui sono molto legato e che spero di continuare a tenere in piedi. Abbiamo una grandissima intesa in fase di improvvisazione e sono molto contento del disco che abbiamo registrato Borderlands. Sto scrivendo del nuovo materiale e credo che presto potremo registrare un secondo album. Il punto di partenza di quel quartetto però è radicalmente diverso da quello di General Cargo, è l'improvvisazione libera. L'unico pezzo di Borderlands che si può accomunare ai pezzi in trio è proprio la title track. È infatti un pezzo molto articolato, con vari passaggi scritti e una struttura per i soli precisamente definita. È probabile che nel prossimo disco ci saranno più brani di questo genere per bilanciare un po' meglio il repertorio, ma non voglio perdere troppo della libertà improvvisativa che è il forte di quella formazione.

AAJ: Proprio Kinzelman, che abbiamo intervistato qualche tempo fa, ha fatto un percorso per certi versi opposto al tuo: nato e formatosi negli U.S.A., si è poi trasferito in Italia alla ricerca di un proprio "completamento" artistico. Come vedi questa similitudine inversa?

WT: Sì, è una cosa a cui penso spessissimo, e credo che ci siano dei punti in comune. Tra l'altro Dan viene da Racine, la stessa piccola città del Wisconsin da cui viene mia madre, e vive a Foligno che è il mio luogo di nascita! Credo che gli spostamenti di questo tipo, gli "esili volontari," siano per certi versi difficili, ma che possano essere fertili dal punto di vista creativo. Non tenterò di elencare le centinaia di cose che possono arricchire una persona che si trasferisce dall'estero in Italia, sono facilmente intuibili! Per quel che mi riguarda, avendo assorbito per quasi trent'anni le meraviglie della cultura italiana, è stato importante confrontarmi con qualcosa di diverso e trovarmi in un luogo lontano da casa. Il mio "vecchio" bagaglio culturale me lo porto dietro e in un certo senso diventa sempre più prezioso e significativo. Certamente non sono tutte rose e fiori: lo shock culturale, sebbene mitigato dal mio retroterra familiare, c'è stato e continua ad esserci.
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