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William Tatge, un italiano (di radici americane) a New York

Neri Pollastri By

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Il fatto che l'improvvisazione si manifesti fin dall'infanzia, anche se in forma elementare, è molto significativo. È la modalità più naturale e "innata" di fare musica ed è strettamente legata al desiderio in senso lato.
Nato in Umbria da genitori statunitensi, cresciuto in Italia dove si è diplomato al conservatorio e ha studiato jazz con vari maestri del nostro paese, oltre un decennio fa il pianista e compositore William Tatge ha poi deciso di trasferirsi a New York, dove ha da poco pubblicato un disco in trio, General Cargo, pubblicato dalla Brooklyn Jazz Underground Records.

All About Jazz Italia: Tu sei nato in Italia da genitori statunitensi, ti sei formato in Italia, ma da alcuni anni ti sei trasferito a New York. Puoi raccontarci la tua storia così particolare?

William Tatge: I miei genitori si conobbero all'università e finiti gli studi decisero di passare qualche tempo in Italia. Mio padre, di madre italiana, aveva l'esigenza di trovare le sue radici dopo un'infanzia e un'adolescenza molto movimentate dal punto di vista geografico. Dopo un breve periodo a Roma si stabilirono in Umbria, dove siamo nati io e mia sorella, e pian piano divenne evidente che la famiglia sarebbe rimasta in Italia a lungo. Quando avevo nove anni ci trasferimmo da Todi a Firenze, dove ho poi vissuto fino a una decina di anni fa. La decisione di spostarmi a New York è arrivata un paio di anni dopo il completamento degli studi di composizione in Conservatorio. Per vari motivi in quel momento avevo bisogno di cambiare aria. Avevo per un po' considerato l'idea di Berlino o Parigi, ma poi la scelta è caduta su New York, probabilmente perché, oltre a essere la possibilità più folle e improponibile, era anche quella più elettrizzante. Ricordo che quando avevo visitato la città, da bambino e poi da ragazzo, ero stato preso da uno strano senso di terrore e di felice eccitazione al tempo stesso, con quel suono, quel costante e grave risuonare delle strade, e con quel cielo immenso. L'idea di rendere anche solo un poco mio quel "mostro" è parsa dunque irresistibile.

AAJ: La tua formazione in Italia si è incentrata inizialmente sulla musica classica: come sei giunto al jazz e in che modo la formazione classica si è intrecciata con esso?

WT: L'improvvisazione e poi, come conseguenza, la composizione sono apparse molto presto nel mio percorso. Come molti bambini che suonano il pianoforte spesso mi distraevo dal pezzo che stavo imparando e mi dilungavo in interminabili improvvisazioni libere (ahimè, prevedibilmente tutto ciò a volte rischia di succedere tutt'ora). Verso gli undici o dodici anni sono cominciati ad apparire i primi "pezzi." Erano strane ricerche semi-improvvisate: a volte qualcosa era scritto su carta, ma prevalentemente si trattava di itinerari "guidati" e ritenuti a memoria. Qualche anno più tardi sono apparse le prime composizioni vere e proprie. Stilisticamente ero già incline a un preoccupante eclettismo, dato che i miei genitori avevano in casa una buona collezione di dischi che attraversava i generi: classica, jazz, blues, pop, rock, musica brasiliana e quant'altro.

Nei primi anni del liceo ho formato un gruppo rock insieme a dei talentuosi compagni. Suonavamo cover, ma anche molta musica originale, e questa è stata la mia prima preziosa esperienza nell'ambito della musica "extracolta." Ben presto però la mia attenzione ha cominciato a focalizzarsi con più precisione verso il jazz e l'avanguardia contemporanea. Devo dire che con queste nuove passioni arrivò anche un "risveglio" del mio interesse per il repertorio pianistico classico, giusto in tempo per affrontare gli ultimi anni prima del diploma con rinnovato entusiasmo.

Sarò eternamente grato alla mia insegnante di pianoforte in Conservatorio, Gabriella Barsotti, per aver notato e accolto queste mie tendenze. Fu lei a indirizzarmi da una parte verso Rosario Mirigliano e Romano Pezzati per quanto riguarda la composizione classica, e verso Stefano Bollani per il jazz. Con Stefano ho studiato per due o tre anni abbastanza intensamente e a lui devo l'apprendimento delle basi fondamentali. Poi ho proseguito seguendo i seminari di Siena Jazz, sia quelli estivi con D'Andrea e Pieranunzi che quelli invernali tenuti da Stefano Battaglia. Ma devo dire che gran parte dello studio jazzistico e improvvisativo in senso lato è avvenuto, e continua ad avvenire, da autodidatta. Il modo in cui si intrecciano queste diverse formazioni musicali e le conseguenze che hanno sul mio processo creativo è un gran bel nodo da sciogliere!

Per me questo costituisce al tempo stesso un grave dilemma e un grande stimolo: vivo in una una costante schizofrenia estetica, ma penso che se la mia musica ha in se qualcosa di originale e nuovo, ciò deriva in parte da questa commistione profonda di influenze. Questa fusione, quando é presente, non viene però mai messa in moto in maniera intenzionale o premeditata, e la mia speranza è che il risultato rimanga qualcosa di organico e unitario, non un guazzabuglio di elementi eterogenei.

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