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Vicenza Jazz: fra Italia e America

Libero Farnè By

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Vicenza Jazz 2016
Varie sedi
06-14.05.2016

"Di nuovo in viaggio verso la libertà" era il titolo programmatico del festival veneto, sempre sotto la direzione artistica di Riccardo Brazzale: un titolo che da un lato presuppone un'identità forte e storica del jazz, dall'altro sprona in modo propositivo e benaugurale a tenere sempre ben vivo questo distintivo anelito alla libertà. Aperta al Teatro Olimpico il 6 maggio con il Joe Lovano Classic Quartet e conclusasi nello stesso teatro il 14 maggio con l'Enrico Rava New Quartet, la ventunesima edizione di Vicenza Jazz nei suoi concerti serali in teatro ha alternato in pari misura gruppi italiani e statunitensi, presentando nella parte centrale del suo calendario alcune proposte rappresentative dell'attuale ricerca jazzistica.

C'era molta attesa per due gruppi americani, che si sono formati negli ultimi anni e che raccolgono protagonisti di diverse generazioni e scuole, esibitisi entrambi al Teatro Comunale: il Power Trio e il Billy Hart Group. La prima formazione, nata per iniziativa di Terri Lyne Carrington, è completata da Geri Allen e David Murray. Del trio paritario, periodicamente on stage, è freschissimo di stampa il CD Perfection, registrato nel giugno 2015 e prodotto dalla stessa batterista.
La performance vicentina è risultata un po' discontinua, meno compatta rispetto alle aspettative, pur racchiudendo momenti notevoli. In particolare nella parte centrale del concerto si sono stagliate due gemme perfettamente rifinite e cariche di vibrante lirismo: "Perfection" appunto, ballad inedita di Ornette Coleman grondante una struggente malinconia, e "Barbara Allen," una folk song della tradizione che ha visto una progressione trascinante del tenorista, memore della sua derivazione da Albert Ayler. Negli altri brani si sono comunque inseriti pregevoli duetti piano -batteria, di ipnotica, intensa energia, e sax -batteria, mossi da una robusta estroversione bluesy.

Non è del tutto facile inquadrare anche l'esibizione del Billy Hart Group, in cui il settantacinquenne batterista e leader di Washington si contorna di più giovani ma ben noti protagonisti dell'attualità jazzistica: Ethan Iverson, Mark Turner e Ben Street. In alcuni brani, in particolare il primo, l'esposizione del tema all'unisono in apertura, la pulsazione ritmica regolare e lo spirito bluesy hanno aderito quasi pedissequamente ai canoni del mainstream; in altri invece, spesso a firma del pianista, in grande evidenza anche per il suo tocco cristallino e le evoluzioni circonvolute, sono emerse strutture più oblique e imprevedibili, d'indubbio fascino.
In ogni situazione il quartetto ha comunque espresso una pronuncia ben coesa, andamenti mai banali, atmosfere lunari e allucinate. Non a caso gli accenti più spigolosi ed espliciti sono venuti dal leader, che fra l'altro nel lungo assolo che ha aperto il penultimo brano, dal singolare impianto, ha reso espressamente omaggio a Max Roach.

Assai diversi fra loro, ma entrambi di alto interesse, i due progetti italiani presentati nei concerti serali. "A cento metri comincia il bosco: guerra, memoria, natura" era il titolo del complesso lavoro dedicato al ricordo letterario della Grande Guerra da Giancarlo Schiaffini, che con autorevolezza ha guidato il suo Phantabrass, ottetto di ottoni (fra i quali Sebi Tramontana, Beppe Caruso, Lauro Rossi) più e Giovanni Maier al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria. Ma un ruolo particolare ha avuto soprattutto la voce di Silvia Schiavoni, che ha cantato e recitato con palpabile espressività su testi di Mario Rigoni Stern e altri autori, da lei stessa selezionati. La loro esecuzione dal vivo si è sovrapposta ad un nastro preregistrato, contenente le efficaci parti elettroniche e altri testi recitati. Inoltre su un ampio schermo alle spalle degli interpreti scorreva un video con immagini di varia origine: foto e filmati d'epoca, vignette, manifesti, opere d'arte del Futurismo ma anche più recenti...
Questa operazione multimediale, dall'evidente dimensione teatrale, ha pienamente convinto per la sincronia perfetta dei vari passaggi, per la coerenza delle connessioni fra i diversi linguaggi utilizzati, per gli essenziali contributi dei singoli. Soprattutto sono emerse le qualità musicali della partitura di Schiaffini, ricca di soluzioni armoniche, timbriche e dinamiche; l'originalità dei suoi arrangiamenti si è palesata anche nel trattamento dei due standard gershwiniani proposti come bis.

Dopo quattro anni esatti che non suonavano assieme, Paolo Fresu e Ralph Towner si sono ritrovati per una lunga tournée, della quale il concerto vicentino ha rappresentato l'unica data italiana. Come ha sottolineato Riccardo Brazzale nel presentarli, si tratta di due protagonisti di formazione jazzistica che però oggi fanno musica tout court, sfuggendo a rigidi incapsulamenti di genere. L'esibizione, basata prevalentemente su brani del chitarrista, ha infatti racchiuso inflessioni di eleganza classica, echi esotizzanti, filtrati riferimenti alla musica brasiliana e al flamenco, suadenti malie quasi di matrice pop... Il loro dialogo rilassato e intimo, solo raramente ravvivato da toni più infervorati, si è retto su un'infallibile qualità del suono (coadiuvata dall'amplificazione ideale per il Teatro Olimpico): una sonorità pura, morbida e limpida ha caratterizzato sia le chitarre di Towner sia il flicorno e la tromba di Fresu, che in questo contesto non è mai ricorso all'elettronica e alla respirazione circolare.
Ne è risultato un concerto pregevole e coinvolgente, di grande equilibrio formale, anche se forse un po' troppo uniforme sotto il profilo dei mood melodici e della conduzione dinamica, senza discostarsi da una linea centrale nitidamente orientata.

Il duo era stato preceduto da un'articolata solo performance di David Liebman, che ha dedicato partecipati omaggi a maestri del passato. Al soprano ha voluto ricordare prima Steve Lacy, costruendo una parabola narrativa logica ed essenziale, corroborata dall'enfasi di un sound rotondo, poi Sidney Bechet, reinterpretando "Petit fleur" con una pronuncia netta e antileziosa. Al tenore, dopo aver proposto un suo original, una suggestiva ballad dedicata ai propri genitori, non poteva evitare di omaggiare il suo iniziale ispiratore, John Coltrane, rivisitando con pensoso lirismo "Peace." Confermata la sua maestria ai sax, Liebman ha voluto dimostrare di possedere perizia anche su altri strumenti. Alla batteria ha rievocato Elvin Jones tramite un drumming energico e scabro, mentre al pianoforte con pochi accordi ha accompagnato se stesso al flautino dolce nell'interpretazione incantatoria e intimista del colemaniano "Lonely Woman." La sua esibizione, forse un po' frammentaria e dimostrativa, ha tuttavia convinto per l'onestà dell'atteggiamento culturale storicistico, oltre che per la personalità della pronuncia strumentale.
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