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Vicenza Jazz Festival 2017

Libero Farnè By

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Vicenza Jazz Festival 2017
Vicenza, varie sedi
12-21.05.2017

Dipanandosi per una decina di giorni in vari spazi, per larga misura luoghi di alto valore storico-monumentale, il festival diretto da Riccardo Brazzale ha confermato la sua linea possibilista, alla ricerca di certezze e sorprese, di nomi noti e proposte più specialistiche, in grado di richiamare un pubblico vasto ed eterogeneo. Un pubblico però differenziato alla prova dei fatti, di volta in volta attratto dal protagonista di turno, fino a riempire la Piazza dei Signori di una massa partecipe e in vena di divertimento per il concerto gratuito dell'orchestra popolare La Notte della Taranta. Nei concerti in teatro comunque balzava agli occhi l'età media abbastanza elevata degli ascoltatori. Di particolare interesse i concerti della prima metà della rassegna, di cui parliamo qui di seguito

Per aprire la sua ventiduesima edizione, sottotitolata programmaticamente "To Be or not To Play," il festival vicentino è andato sul sicuro recuperando dal proprio passato uno dei protagonisti che ne hanno fatto la storia. Uri Caine, vecchio mattatore della solo performance, ha disegnato un concerto di cinquanta minuti indubbiamente concentrato e imprevedibile, alternando un perifrastico "'Round Midnight" e un più deciso "Honey Sukle Rose," aggrovigliati passaggi di musica classica e temi pop, un brioso accenno al ragtime e uno scardinata versione di "Les feuilles mortes." Soprattutto, il pianista di Filadelfia è riuscito a tenere costantemente alta la tensione accostando sapientemente e a ritmo frenetico momenti percussivi di tempestosa energia e delicate decantazioni, affermazioni perentorie e maliziose insinuazioni. Il tutto senza alcuna sosta e circondato dal silenzio assoluto del pubblico del Teatro Olimpico, fino alla liberatoria ovazione finale.

Alla personale sintesi della storia musicale, non solo del jazz, di Caine, tutta in acustico, ha fatto da contraltare il recupero della più centrale tradizione jazzistica da parte del Dave Douglas Quintet, leggermente amplificato. Non mi pare improprio definire modern mainstream il jazz di questo progetto del trombettista del New Jersey, caratterizzato da temi precisi, da un impianto ritmico e dinamico altrettanto ben definito, da un sinergico interplay. All'interno di questa griglia non sono mancati collettivi pieni e articolati e spunti solistici pregevoli, soprattutto da parte del leader e del giovane pianista Fabian Almazan, dall'avvincente diteggiatura. Il pur inventivo e frenetico possibilismo del tenore di Jon Irabagon si è rivelato forse meno centrato; ben oltre che professionali si sono inseriti i contributi di Yasushi Nakamura e Rudy Royston, rispettivamente contrabbasso e batteria.
Con questa esperienza il cinquantaquattrenne trombettista sembra dunque guardare alle forme, all'equilibrio e all'espressività di certi schemi della tradizione; il che è dimostrato anche da una ragionata scelta di immagine: quella di presentarsi in scena tutti in abito scuro, camicia bianca e stricchetto, ricordando il look del Modern Jazz Quartet e più in generale dei gruppi degli anni Cinquanta. Significativamente nel finale si è stagliata una partecipata interpretazione dello spiritual "There Is a Balm in Gilead." Uri Caine, che in un brano aveva preso il posto di Almazan senza esiti significativi, nel bis è riapparso in scena per eseguire con Douglas un duo di evocativa malinconia popolaresca.

Nel salone vasto e austero della Basilica Palladiana, gremito da una folta schiera di fan della chitarra, il sessantaduenne Marc Ribot ha estratto una sghemba solo performance pomeridiana dal cappello a cilindro della sua composita esperienza. La sua chitarra acustica ha saputo narrare storie diverse fra toni intimi o più espliciti, fra un atteggiamento più colloquiale o una ricerca ostica ma di immediata comunicativa nell'istante del suo disvelamento. Conducendo contemporaneamente le puntute e nitide linee melodiche e il relativo accompagnamento su timbri ronzanti e offuscati, ha inanellato un repertorio comprendente canzoni di protesta e blues, standard e original, temi di Coltrane e di Ayler (da citare in particolare un "Ghosts" coriaceo e lirico al tempo stesso).

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