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Vicenza Jazz 2018 - Seconda parte

Angelo Leonardi By

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Dopo il solo di Midón abbiamo ascoltato il progetto «Salida» del pianista Giovanni Guidi con David Virelles alle tastiere, Dezron Douglas al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria. Il progetto è alle sue prime uscite ed evidenzia un'originale organico strumentale: due pianisti/tastieristi di fronte a due strumentisti ritmici. Se la partnership di Guidi con questi ultimi è di lunga data, risulta inedita quella con il cubano, uno dei massimi pianisti emergenti (già con Tomasz Stanko, Henry Threadgill e Chris Potter). Il nome «Salida» è stato scelto per rappresentare un musica in crescita ma anche un'uscita dalle convenzioni strumentali e stilistiche. Il progetto pone in essere un libero spazio improvvisativo, dando vita a lunghe sequenze che trascolorano da un motivo all'altro, in un confronto orientato prevalentemente sulla dimensione ritmica e sul contrasto tra acustico ed elettrico. Nella musica di «Salida» troviamo riferimenti all'estetica davisiana dei primi anni settanta e al free storico ma anche al retroterra classico europeo e alla dolcezza delle melodie latine. Il tutto si sviluppa in sofisticati percorsi che nel concerto vicentino hanno visto prevalere nella prima parte il camerismo astratto di Guidi al pianoforte e l' l'articolato dinamismo ritmico —timbrico dei partner nel finale.

Il confronto tra dimensione acustica ed elettrica s'è riproposto la sera successiva con il primo dei due gruppi in programma: il trio di Gianluca Petrella al trombone, Michele Rabbia alle percussioni e Eivind Aarset all'elettronica e chitarra synth. Una formazione attiva dall'estate scorsa che ha appena inciso un disco per l'ECM. Sul variopinto tappeto ritmico-timbrico creato dai partner, il trombone di Petrella ha iniziato svettando con eloquenza in un contesto quasi tradizionale che è presto confluito in libera improvvisazione. La peculiarità del trio consiste nella capacità di equilibrare le rispettive voci strumentali e le componenti chiave del linguaggio musicale: il fluire melodico del trombone, i fondali armonico-timbrici della chitarra e quelli ritmici delle percussioni. Il risultato è una musica che sa essere profondamente lirica quanto impetuosa, sia palpitante che riflessiva, dove i silenzi e le pause assumono un ruolo chiave. Uno dei momenti più alti del festival.

Il secondo set era dedicato al quintetto del trombettista Ralph Alessi comprendente noti partner vicini al movimento M—Base degli anni '80 (il pianista Andy Milne e il sassofonista Ravi Coltrane) e una ritmica fantasiosa costituita da John Hébert al contrabbasso e Mark Ferber alla batteria. Il repertorio comprendeva i temi dell'imminente pubblicazione ECM e il primo brano, «Imaginary Friends», ha evidenziato le coordinate espressive del set: un contemporary mainstream dalla frastagliata articolazione ritmica, ricco nella dimensione compositiva (temi ricercati, di largo respiro) e negli assoli. La tromba di Alessi ha assunto il ruolo di protagonista evidenziando raffinata sensibilità in relazione all'ellittico tenore di Coltrane, più vicino a Shorter ed Henderson che all'eloquio paterno.

Il pubblico delle grandi occasioni ha festeggiato la sera seguente, nella sala maggiore del Teatro Comunale, i 45 anni dei Manhattan Transfer, il gruppo vocale fondato da Tim Hauser. Com'è noto questi è deceduto quattro anni fa ed era sostituito da Trist Curless. Purtroppo è rimasto poco del vocalese e delle sofisticate armonizzazioni vocali della prima fase. La formazione ormai accentua la dimensione spettacolare e accontenta il pubblico che vuole divertirsi. In quasi due ore di concerto abbiamo riascoltato i suoi principali successi (immancabile «Birdland»), qualche tuffo nel passato (un omaggio a Ella Fitzgerald con «A-Tisket, A-Tasket» affidato a Janis Siegel), un brano per ricordare Hauser presente in voce registrata, successi della Swing Era. Con il bis hanno regalato un'anticipazione dal nuovo disco: una versione del serrato «Cantaloupe Island» che ha galvanizzato il pubblico. Non c'è molto altro da dire: ripensando criticamente il concerto, uno dei momenti migliori è venuto dall'esecuzione di «Poinciana».

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