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Umbria Jazz Winter 2014

Umbria Jazz Winter 2014
Libero Farnè By

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Umbria Jazz Winter
Orvieto
28.12.2013-1.1.2014

Come sempre il cartellone di Umbria Jazz Winter, nel clima festoso a cavallo di Capodanno in vari prestigiosi spazi di Orvieto, si è presentato articolato, giostrando fra nomi più o meno noti, fra protagonisti italiani e americani. I nomi emergenti da non lasciarsi sfuggire erano due: la cantante Cecile McLorin Salvant e la tenorista Melissa Aldana, più o meno coetanee essendo nate la prima a Miami nel 1989 da madre francese e padre haitiano, la seconda a Santiago del Cile nel 1988. C'era molta attesa per loro; l'opportuna verifica ha permesso di inquadrare l'àmbito e lo spessore del loro approccio jazzistico.

La cantante nel luglio scorso a Perugia era stata ospite della Lincoln Center Jazz Orchestra pilotata da Wynton Marsalis, rivisitando lo stile della giovane Billie Holiday. A Orvieto, spalleggiata da un classico e pertinente trio (il pianista Aaron Diehl, un altro dei nomi emergenti, Paul Sikivie al contrabbasso e Rodney Green alla batteria), ha affrontato un repertorio molto composito, che includeva standard classici e original, pop song e il traditional "John Henry," sottoponendolo ad arrangiamenti a volte inusitati e stranianti. Quanto alle sue qualità vocali e interpretative, la Salvant ha esposto un volume prevalentemente basso, inflessioni infantili, un po' leziose nel registro acuto e più morbide in quello medio, un uso estremamente parco del vibrato, un tono per lo più intimista e confidenziale, a tratti audaci passaggi armonici e dinamici.

In definitiva, il suo approccio stilistico e il suo impatto comunicativo sono risultati personali e decisamente sofisticati, forse fin troppo ricercati, senza presentare la caratura e la maturità, per esempio, della chicagoana Dee Alexander, per citare un'altra cantante che in Italia abbiamo potuto apprezzare proprio grazie a passate edizioni di Umbria Jazz.

La cilena Melissa Aldana nel 2006 si è trasferita negli Stati Uniti, dove ha studiato al Berklee College of Music di Boston ed ha inciso due CD per l'etichetta di Greg Osby, Inner Circle Music. Recente è la sua vittoria alla prestigiosa Thelonious Monk International Competition, che nel 2013 era riservata ai sassofonisti (nel 2010, quando era dedicata ai cantanti, era stata vincitrice appunto Cécile McLorin Salvant).

Quello che in questo esordio italiano è risultato già bene orientato è il suo modo di concepire gli original, che, decisamente preferibili rispetto all'interpretazione degli standard, si basano su temi veloci e ripetitivi frammentati da pause, oppure su sinuose ballad dalla matura espressività emotiva. Frutto di una precisa scelta è anche il fatto di guidare un pianoless trio sulle orme degli amati Sonny Rollins e Joe Henderson: ad Orvieto, a differenza che nel tour che nel prossimo aprile la riporterà in Italia per alcune date, era sorretta dai bravi David Wong e Carl Allen, rispettivamente contrabbasso e batteria. Il suo sound, prevalentemente pulito, quasi afono, si è riscaldato in toni bruniti nel registro grave dello strumento, mentre lo smaliziato fraseggio ha incluso veloci scale, digressioni e citazioni.

Complessivamente il suo linguaggio, lontano da un atteggiamento pedissequamente mainstream, si è dimostrato ricco ma non spericolato, anzi consapevole e sorvegliato, assimilabile a quello di alcuni maestri del passato come di protagonisti dell'attualità, per esempio Mark Turner. La giovane sassofonista di Santiago, preparata e fortemente motivata, ha quindi già fatto scelte importanti in una precisa direzione, anche se una ricerca coerente potrà portarla ad una sempre più personale sintesi espressiva.

Nei concerti del gruppo 3 Clarinets (i prorompenti Ken Peplowski, Evan Christopher e Anat Cohen) si è assistito ad una tipica sfida fra tre virtuosi dello strumento. Hanno preso corpo notevoli collettivi, organizzati sull'intreccio delle loro voci complementari, e soprattutto sequele di assoli, in cui ognuno ha cercato di esprimere il meglio di sé dando una prepotente manifestazione della propria personalità improvvisativa. La pronuncia di Peplowski si è dimostrata la più elegante e classica, quella della Cohen la più imprevedibile e volitiva, quella di Christopher quella animata dai colori più contrastati e cangianti. Ne è conseguita un'apoteosi della pronuncia clarinettistica, talvolta certo un po' esteriore e plateale, articolata fra forzature eccessive ed arabescate eleganze, fra enfasi e smorzature, fra note puntate e note filanti.

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