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Umbria Jazz 2018 - seconda parte

Libero Farnè By

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Umbria Jazz
Varie sedi
Perugia
13-22.07.2018

Umbria Jazz 2018 ha chiuso i battenti: 1 milione 450 mila euro di incassi da biglietti e merchandising con 35.000 paganti. Numeri invidiabili, da capogiro, anche se un bilancio ragionato fra entrate e uscite richiederebbe un'analisi molto più approfondita.
Come abbiamo anticipato nella prima parte della recensione, l'articolata mappa delle sedi concertistiche perugine rappresenta l'anima di Umbria Jazz, assegnando di volta in volta spazi idonei alle diversificate proposte dello sterminato programma. Quest'anno fra l'altro si sono aggiunte due nuove location in pieno centro storico. Per i più nottambuli il jazz club presso il ristorante Cesarino ha ripreso la tradizione delle affollate jam session notturne, che hanno visto sfilare alcuni ospiti del festival accanto ad un affidabile gruppo stabile costituito da Andrea Pozza, Piero Odorici, Daniele Scannapieco, Aldo Zunino e Luca Santaniello.

Una sala, rivelatasi troppo piccola, del polivalente locale Umbrò ha invece ospitato, tutti i giorni di un'intera settimana, due concerti gratuiti di due ferratissimi duetti di musica brasiliana, genere che in più contesti ha rappresentato uno dei fili rossi di questa edizione del festival. Come già su disco, Anat Cohen e Marcelo Gonçalves hanno reinterpretato prevalentemente le musiche di Moacir Santos, compositore e arrangiatore del Nord Est del Brasile, ma anche propri original, choro e un brano di Chico Buarque. Un'empatia morbida, profonda, complice ha legato le complessità orchestrali racchiuse dalla chitarra a sette corde di Gonçalves e le sghembe variazioni dinamiche e timbriche della clarinettista. Totalmente diverso il duo formato da Yamandu Costa (chitarra a sette corde) e Guto Wirtti (chitarra basso), entrambi provenienti dal Sud del Brasile. I loro set, forse un po' troppo amplificati, sono stati tutti giocati su ritmi sostenuti e di danza, su un'esuberanza esplicita, sull'esibizione sfrenata e coinvolgente di una smaliziata tecnica chitarristica.

Fra gli appuntamenti serali all'Arena Santa Giuliana, eterogenei, di grosso richiamo, destinati ad audience differenziate, è il caso di soffermarci su due voci nuove da non sottovalutare: l'americana Somi e l'anglo-francese Benjamin Clementine, le cui famiglie sono entrambe originarie dell'Africa ed entrambi sostenuti da piccole formazioni di efficiente professionalità. In un inevitabile incrocio di pop, folk e poco jazz, fra toni carezzevoli e aspre impennate, le canzoni politicamente impegnate della prima hanno perseguito una "ricercata naturalezza" per raccontare un'Africa immaginaria e più che mai vicina alla cultura occidentale. L'emissione vocale del trentenne Clementine è parsa allo stesso tempo più intellettualistica e di più cruda immediatezza, sul tono ironico e corrosivo dei testi e delle introduzioni verbali. Il suo uso rudimentale delle tastiere ha trovato in basso e batteria un apporto univocamente punk-rock.

L'apparizione di Pat Metheny ha lasciato in parte positivamente sorpresi. In altre occasioni il chitarrista era risultato stucchevole per la prolissità e per l'enfasi dell'esibizionismo virtuosistico; questa volta si è spostato verso un approccio opposto. La prolissità non è stata scongiurata (un concerto di due ore e un quarto, dopo il convincente e tonico jazz canonico del quintetto di Kyle Eastwood), ma l'orientamento musicale è risultato in buona parte cambiato. Brani prevalentemente lenti e relativamente brevi sono stati eseguiti su una chitarra dalla sonorità limpida, ma chiusa e un po' anonima, con un fraseggio essenziale, frammentato, quasi schivo. Quindi una pronuncia prosciugata e selettiva rispetto al passato. In questo il leader è stato assecondato dal contrabbasso diretto e un po' schematico di Linda May Han Oh e dal drumming di Antonio Sanchez, d'incredibile ricchezza dinamica e timbrica, ma sempre dal tocco leggerissimo. Il pur bravo pianista Gwilym Simcock è stato chiamato in causa solo in alcuni brani.

I concerti di più alta caratura jazzistica si sono svolti al Teatro Morlacchi. Alcuni aspetti del gruppo Not A What, frutto della recentissima collaborazione fra Fabrizio Bosso e Giovanni Guidi, rimandano direttamente all'hard bop: la formazione stessa del quintetto con tromba e tenore, il ruolo dei singoli, il tipo d'interplay... Ciò che rende il loro jazz attuale, tonico e fresco è innanzi tutto la qualità compositiva degli original (in gran parte di Guidi, ma anche di Bosso, per finire con un brano di Freddie Hubbard). Una qualità rivelatasi evocativa nei temi lenti, più spesso briosa e affermativa, quasi epica nei ritmi sostenuti. Il tutto evolveva poi nella costante eccitazione free dei collettivi stratificati e di certi assoli. Se ci erano già ben note la sfrenata e vitale esuberanza del trombettista e le doti del pianista di Foligno, qui rinvigorite ed esplicitate su un versante autenticamente jazzistico, una gradita scoperta hanno invece rappresentato i partner newyorchesi che completavano il gruppo: il tenorista Aaron Djuan Burnett, dal fraseggio sdrucciolo, incalzante, scorrevole, e gli ineccepibili, per consistenza e spigliatezza, Dezron Douglas e Joe Dyson, rispettivamente contrabbasso e batteria.

Tutto sommato anche due attesissimi gruppi americani, espressione dell'attualità più stimolante, hanno portato al Morlacchi una ventata di tradizione jazzistica. Le articolate composizioni di Billy Hart, che si dipanano secondo un crescendo organico dando spazio ad opportuni spazi solistici, possono essere viste come una personale e nobile declinazione del mainstream... nonostante che tra le file del quartetto militassero Ethan Iverson, (che ne fa parte fin dal 2003), e soprattutto l'ospite Joshua Redman. Il pianista, autore di un paio di brani, ha dispiegato un pianismo sofisticato e obliquo, mentre il tenorista, che avrebbe meritato un'amplificazione un po' più elevata, è emerso con lunghi spunti visionari e immaginifici. Al contrabbasso Ben Street ha espresso un pizzicato costante e puntiglioso. Su tutti ha comunque svettato il settantasettenne batterista, sia per l'autorevolezza leaderistica sia per il drumming sempre presente e propulsivo, spumeggiante sui piatti.

Anche il Vijay Iyer Sextet si presenta come una formazione da sogno, con una front line che schiera Mark Shim al tenore, Steve Lehman al contralto, e Graham Haynes alla tromba ed elettronica, perfettamente coesi fra loro, e una ritmica solidissima formata da Stephan Crump al contrabbasso e dal giovane Jeremy Dutton alla batteria. La musica del pianista è resa compatta e originale in primo luogo dalle sue composizioni, geometriche ed evocative al tempo stesso, che si aprono a sviluppi conseguenti. Ne sortiscono fasi lunghe e tese su ritmi veloci, con sequenze di assoli dei singoli dalle pronunce fortemente personalizzate, ma aderenti all'impronta tematica, alternate a momenti di raccordo più distesi e problematici, con formazioni più ristrette. Da segnalare a tale proposito un intervento del trombettista dalle inflessioni vagamente dixoniane e il pianismo sontuoso del leader, in cui a tratti l'uso della mano sinistra e le scale frenetiche possono rappresentare un'esasperazione geometrizzata dello stile di McCoy Tyner. È comunque la dimensione altamente collettiva a fornire il carattere distintivo di questa musica, rendendola perennemente intensa, efficace e di forte impatto.

Uno degli spazi più accoglienti del festival, la sala Podiani presso la Galleria Nazionale dell'Umbria, ha visto sfilare le proposte di mezzogiorno, tutte assai stimolanti in quanto di elevato pregio artistico e diversissime fra loro, pur improntate a musiche trasversali, fortemente ibridate. Notevole è stato il successo di pubblico di questa serie di concerti; tanto è vero che l'ultimo di essi, la solo performance di Danilo Rea, ha dovuto essere replicato nel pomeriggio. Come sempre le madley improvvisate dal pianista romano hanno intrecciato scuole e autori diversi. Rispetto ad altre sue esibizioni si è verificata però una più evidente qualità jazzistica, sia nella scelta del repertorio, sia soprattutto nel contrastato tocco pianistico.

Analogamente Ethan Iverson, in uno dei suoi rarissimi concerti in solo, sembrava molto preoccupato di dare di sé un'immagine autenticamente jazzistica. All'inizio ha privilegiato un pianismo rapsodico e vorticoso, di energia neo-romantica, con un uso tenebroso della mano sinistra, anche nella strepitosa reinterpretazione di famosi standard. Ma non è mancato un blues sbilenco dedicato a Enzo Capua o un brano recuperato da Mary Lou Williams. La seconda parte del concerto si è mantenuta su un versante strettamente jazzistico, in cui ha spiccato una centrata versione di "Round Midnight," prima notturna e vaporosa, poi più tormentata. Fra l'altro è stato anticipato che Iverson parteciperà come artista residente alla prossima edizione di Umbria Jazz Winter

Del quartetto Band'Uniòn, attivo da quindici anni, è prevista nell'aprile 2019 la pubblicazione del quarto cd Garofani rossi per la Tuk Music. A Perugia gli arrangiamenti del leader e bandoneonista Daniele di Bonaventura hanno rivestito un repertorio composito, portando l'ascoltatore in un viaggio che, attraversando l'Atlantico, ha unito idealmente le culture del Mediterraneo a quelle dell'America del Sud. L'equilibrio di questa musica decantata e poetica è stato garantito dall'affiatato contributo dei fidi compagni di strada: Marcello Peghin alla chitarra, Felice Del Gaudio al contrabbasso e Alfredo Laviano alle percussioni.

Totalmente in acustico si è presentato il quartetto Ghost, formatosi sei anni fa sotto la guida di Dan Kinzelman, in cui si integrano in modo calibratissimo quattro fiati: Mirco Rubegni alle trombe, Manuele Morbidini al contralto, Rossano Emili al baritono e clarinetto basso, oltre al leader al tenore e flauto. Ognuno di loro, escluso Morbidini, fa uso a tratti anche a semplici percussioni. Una musica prevalentemente scritta e cameristica ha creato un percorso variegato. Un incipit contemplativo, che ha introdotto il pubblico in un giardino incantato, ha lasciato il posto a un vociferare frastagliato, per poi passare a impasti più pieni, a reiterazioni arabescate vagamente minimaliste, a un'epica marcia bandistica, a brevi sprazzi d'improvvisazione, ancora a delicati descrittivismi...

Su un versante totalmente diverso e al di sopra delle già alte aspettative si è mosso il duo Antonello SalisSimone Zanchini, che negli ultimi tempi hanno ripreso ad incrociare le armi, lanciando fuoco e fiamme. Un'improvvisazione scatenata e turbinosa, in cui si concretizzavano masse sonore di visionario espressionismo, ha inserito qua e là estemporanee citazioni, opportunamente deformate, di standard jazz, di musica classica, di risonanze liturgiche e di temi di Ennio Morricone. Una suite di cinquanta minuti, carica di questa energia travolgente, traboccante d'invenzioni, sorprese e deviazioni sarebbe bastata; poco rimaneva da aggiungere se non il noto "Paparazzi" di Salis, proposto come bis a sigla del concerto.

All'opposto contrario, la mattina successiva si è dipanato il concerto del trio formato da Francesco Diodati, Francesco Ponticelli e Filippo Vignato, rispettivamente chitarra, contrabbasso e trombone. Original dei singoli membri del trio, soprattutto di Ponticelli, ma anche un brano di Elvis Costello, hanno creato una musica riflessiva, sedimentata su memorie lontane, su impressioni naturalistiche, su visioni oniriche, solo apparentemente serene. Un intimo interplay ha distillato un paesaggio appiattito e immobile, un flusso narrativo disteso, quasi reticente. Se il set di Salis—Zanchini era paragonabile a un vulcano in eruzione, quello di questo trio era assimilabile a un isolato lago nordico nelle varie ore del giorno.

Foto: Andrea Rotili.
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