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Umbria Jazz 2010: dalla ECM a Sonny Rollins

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Perugia - 9.18-7.2010

La grafica del manifesto di Umbria Jazz, che in passato era stata firmata fra gli altri da Tadini, Nespolo, Dorazio, quest'anno è stata curata dall'artista Marco Lodola.

L'immagine su fondo nero, forse ispirata a Chet Baker, raffigurava un trombettista seduto: un'immagine nitida, di un cool elettrico, forse non abbastanza accattivante per il grosso pubblico, in gran parte giovane, richiamato da un festival sempre più polimorfo, che dal 9 al 18 luglio ha coinvolto l'intera Perugia, distribuendo in spazi diversi, a pagamento o gratuite, musiche e iniziative molto diverse fra loro.

Come lo scorso anno al Teatro Morlacchi era stata dedicata una serie di concerti a una grossa formazione della AACM di Chicago, così in questa trentaquattresima edizione una sezione specifica ha puntato i riflettori su alcuni gruppi della scuderia ECM.

Mondi rarefatti e sospesi, atmosfere riflessive e meditabonde, alla ricerca di un equilibrio e di una pulizia estrema; gli eccessi sono banditi o smussati in una dimensione senza tempo... Non si tratta solo di un luogo comune, ma di un'estetica ponderata, coerente e storicizzata, che a Perugia ha preso declinazioni diverse nei primi tre concerti relativi a questa etichetta.

Un interplay misuratissimo e funzionale ha legato Bobo Stenson ai due partner del suo trio: Anders Jormin al contrabbasso e Jon Fält alla batteria. Il panismo di Stenson, che racchiude l'influenza di Paul Bley, ha espresso un'estesa gamma di sentimenti anche contrapposti: malinconia, disillusione, perfino un livore incapsulato nelle profondità dell'inconscio, ma anche gioia trattenuta, una forza propositiva e un po' stizzosa, sia pure a volte interiorizzata, un'esigenza di semplicità e candore.

Diversa, decisamente cameristica nel senso più comune e restrittivo del termine, è parsa la proposta del quartetto del pianista François Couturier, ispirata al cinema di Andrej Tarkovsky. Sia pure sostenuta da un senso narrativo lento e dilatato con qualche episodica increspatura, si è dipanata una musica ancor più rarefatta e fluttuante, con circoscritti spazi solistici (non di improvvisazione) assegnati alle voci del quartetto: oltre al piano del leader, il violoncello di Anja Lechner, il saxello di Jean-Marc Larché e la fisarmonica di Jean-Louis Matinier.

L'attualità della produzione ECM è stata rappresentata dal quintetto Ronin, pilotato dal tastierista svizzero Nik Bärtsch, che ha anticipato il repertorio del CD in uscita il prossimo settembre. Il leader definisce il proprio programma musicale col termine "zenfunk," quasi a sottolineare la ricerca di una conciliazione fra gli opposti. In realtà l'intimo distacco zen (ricordate Zen Maditations inciso da Tony Scott mezzo secolo fa?) e la rituale concitazione funky si sono incontrati sul terreno uniformante di trame minimaliste. Soluzioni variate e sonorità abbastanza crude e crepitanti hanno conferito alla proposta un certo interesse.

Dalla prevalente linea estetica della ECM si sono discostate, eccentriche, alcune proposte che pure rientrano nella produzione discografica dell'etichetta di Eicher. Ciò a conferma da un lato che l'estetica ECM non è dogma univoco, ma accoglie linguaggi di musicisti molto diversi fra loro, dall'altro che l'esibizione concertistica risulta essere sempre espressione ben diversa, e per me preferibile, dal documento discografico.

Il nuovo quintetto di Louis Sclavis al Teatro Morlacchi ha convinto senza forse eguagliare certe prove, innovative ed esaltanti, di suoi gruppi del passato. Nella musica del clarinettista francese i temi melodici arabescati, esposti all'unisono dalle due ance non necessariamente all'inizio dei brani, e le marcate, variate scansioni ritmiche hanno costituito le strutture portanti, in grado di generare progressioni visionarie e d'incastonare gli sviluppi solistici. I partner di Sclavis si sono dimostrati all'altezza della situazione, in particolare Mathias Metzger, che al contralto più che al soprano ha esposto un fraseggio acuminato e guizzante.

Forse ancor più anomala rispetto alle prerogative dell'etichetta è stata la performance solitaria di Stefano Bollani (insignito durante il festiavl, insieme a Renzo Arbore e Horacio el Negro Hernandez, della laurea honoris causa da parte della prestigiosa Berklee School of Music di Boston). Navigando fra un brano dei Beatles e uno di Lucio Dalla, fra pochi standard e molto Brasile, le interpretazioni del pianista sembravano trascurare le influenze del bop e del free, per ricollegarsi in modo più esplicito all'elaborazione pianistica di Art Tatum o allo spirito al di sopra delle righe di Fats Waller. A proposito del versante umoristico di Bollani, a cominciare dalla metà del concerto perugino, il pianista non ha risparmiato gag cabarettistiche, come se egli sentisse un'irrefrenabile esigenza di non prendersi sul serio, di sviluppare un'ironia dissacrante diretta innanzi tutto verso se stesso, quasi per minimizzare le proprie doti virtuosistiche e mettere in discussione la profondità del proprio messaggio. Eppure nei primi brani del concerto egli aveva dato prova, in modo quasi serioso, di una sapienza armonica e ritmica davvero superlativa.

L'inedita collaborazione fra Enrico Rava, Tore Brunborg, Anders Jormin e Manu Katché, con Bollani a fare da indispensabile trait d'union, sembra che sia stata fortemente voluta dallo stesso Manfred Eicher. Per l'occasione, ultimo appuntamento della serie dedicata alla ECM, Rava ha approntato brani nuovi a fianco di sue hit inconfondibili e arrangiamenti allo stesso tempo tesi e aperti, confermandosi leader motivato e trombettista sempre intrigante.

Variegati tuttavia i contributi dei suoi partner, per via della mancanza di prove adeguate e forse anche per affinità artistiche tutte da verificare. Personalmente, oltre che geniali gli spunti contrastatati ed eccentrici di Bollani, ho trovato il sound morbido del tenore di Brunborg e il suo eloquio insinuante adatti ad interpretare il versante malinconico ed obliquo del mondo di Rava. Mi sembra invece che Jormin non fosse del tutto a suo agio, risultando un po' contratto e poco rilassato nello sviluppare gli spazi solistici concessigli. Ritengo infine che il drumming di Katché, sempre e comunque affermativo, poco problematico, sia stato a tratti invadente soprattutto nei brani d'apertura.

Fra i nomi nuovi del festival ha spiccato quello di David Binney col suo attuale quartetto. Il personale linguaggio del sassofonista californiano si è basato su ritmi sostenuti e spezzati, sospensioni, ossessive reiterazioni, ma anche su malinconiche ballad. Tutti gli sviluppi solistici sono stati costruiti con logica ferrea, sia quelli del leader, prima su andamenti spigolosi dagli ampi intervalli, poi via via più infervorati, sia quelli dei giovani e talentosi partner: il pianista Jacob Sacks, incisivo e rapsodico, il batterista Dan Weiss, concatenato e mai risaputo e il più rotondo e danzante contrabbassista Eivind Opsvik. Jazz intelligente e consapevole quello di Binney, lontano da facili cliché.

Se agli esordi della Unknown Rebel Band di Giovanni Guidi erano già del tutto evidenti le intenzioni ideologiche e musicali, i riferimenti ai precedenti storici di Charlie Haden e Chris McGregor, nonché le notevoli potenzialità, oggi la formazione si presenta come un organismo compatto e palpitante: tutto è funzionale, nulla capita per caso. Al Morlacchi gli arrangiamenti di Dan Kinzelman hanno dato corpo ed enfasi alle composizioni (la maggior parte a firma di Guidi, una di Mauro Ottolini e tre di McGregor) quasi tutte su ritmi di marcia. Tutti gli assoli si sono sviluppati, essenziali e ben caratterizzati, per poi fondersi ai collettivi montanti; i momenti d'improvvisazione anarchica e free hanno connesso i diversi temi. A partire dal terzo brano si è aggiunto l'ospite Gianluca Petrella, il cui trombone stentoreo ha inserito un colore acceso e un valore aggiunto, pur mantenendosi nei ranghi orchestrali. La giovanile ed entusiastica formazione di Guidi ha firmato uno dei set più significativi dell'intero festival.

Numerose sono state le voci maschili e femminili ospitate quest'anno a Perugia: dalla mediterranea Maria Pia De Vito all'emergente Melody Gardot, dall'insinuante José James all'intramontabile Tony Bennett...

Il canto di Roberta Gambarini, ben modulato prevalentemente su registro medio, elegante e sofisticato, non propenso a spericolatezze eccessive, riflette la sua personalità sostenuta e aristocratica: può anche sedurre, ma mantenendo sempre le distanze e senza permettere confidenze. Nel misuratissimo trio che sosteneva la cantante torinese, ormai una star negli Stati Uniti, dove risiede da dodici anni, spiccava il pianista Eric Gunnison, già al festival umbro nel 1988 come accompagnatore di Carmen McRae. Nel bis è stato invitato sul palco Renato Sellani, che a Umbria Jazz è di casa e che fu mentore della Gambarini nella Milano di vent'anni fa.

Anche una serata all'Arena Santa Giuliana è stata interamente dedicata alle voci. Randy Crawford, dal timbro vellutato e confidenziale e lo show spettacolare dei Manhattan Transfer sono stati preceduti dalla canadese Nikki Yanofsky, appena sedicenne, che su un repertorio composito ha manifestato un infallibile senso del ritmo, un'intonazione perfetta e una verve sicura. Insomma un'autentica rivelazione, anche se, come per tutti i cantanti, occorreranno decenni perché la sua capacità interpretativa acquisisca sempre più corpo e personalità.

Che dire della Freedom Band pilotata da Chick Corea e comprendente Kenny Garrett, Christian McBride, Roy Haynes? Appunto un supergruppo, con tutti i pregi e i difetti dei supergruppi. Gli arrangiamenti, non particolarmente complessi e innovativi, di brani di Corea, Monk e altri, hanno avviato lunghi sviluppi improvvisativi da parte dei vari membri del quartetto.

Il leader col suo pianismo ricco e ridondante ha fornito le coordinate armoniche e un tessuto connettivo costante; ha preso anche assoli pregevoli, ingaggiando in "Monk's Dream" un immaginifico scambio di battute con il batterista. Quest'ultimo ha profuso durante tutto il concerto la sua generosa, granitica sapienza batteristica. Il sassofonista con la sua sonorità ondivaga e il suo fraseggio ebbro ha sviluppato progressioni dal piglio quasi coltraniano, mentre il contrabbassista ha esposto il suo pizzicato stratosferico con gustose citazioni mingusiane. In definitiva, un concerto non solo di alta professionalità, ma anche denso di situazioni avvincenti.

Non si può dire altrettanto di Herbie Hancock, che in altre circostanza ha dimostrato di essere tuttora in grado di fare dell'autentico jazz; con The Imagine Project ha rinverdito famose hit, sue ma anche di altri come "'Round Midnight," in versione elettrica, tronfia e ridondante. La performance, non priva tuttavia di una sua verità spettacolare, ha previsto anche isole di intimismo acustico.

Della terza apparizione di Sonny Rollins a Umbria Jazz negli ultimi quattro anni, mi piacerebbe poter scrivere che il tempo sembra non passare mai per il Saxophone Colossus e che il suo concerto di quest'anno è stato la riproposizione di quello del 2008, che fu ancor più esaltante di quello dell'anno precedente. Purtroppo a mio avviso non è stato così. L'ottantenne sassofonista è parso sempre più claudicante; la formazione, in parte rimaneggiata, si reggeva sempre sul fedelissimo Bob

Cranshaw al basso elettrico; in parte rinnovato anche il repertorio, con il brano iniziale basato su un tema-pretesto perfino quasi banale. Ma questi sono stati fattori giustificati e del tutto marginali. Forse non è stato inincidente invece il caldo afoso che quella sera attanagliava anche l'Arena Santa Giuliana.

Sta di fatto che si sono evidenziati un certo affanno, nonostante che Rollins per brevi tratti sia ricorso anche alla respirazione circolare, una sonorità più sporca e un'intonazione più incerta rispetto al passato. I suoi torrenziali sviluppi improvvisativi sono così risultati un po' meno energici e fantasiosi, le sue progressioni un po' meno mirate e trascinanti. In un concerto durato due ore e un quarto Rollins si è comunque imposto da grande mattatore per la sua generosità e per la sua carismatica personalità di interprete del sassofono.

Umbria Jazz si è concluso con Projeto Axé, un evento di grande solidarietà, in cui nomi di richiamo si sono messi al servizio di un'iniziativa umanitaria che da oltre vent'anni opera nelle favelas brasiliane, prodigandosi per il recupero di bambini di strada tramite l'arte, la musica e la danza. Ospiti d'eccezione sono stati Hamilton De Holanda e Yamandu Costa, che hanno aperto la serata con un duo mozzafiato, seguiti dal set percussionistico altrettanto travolgente di Giovanni Hidalgo e Horacio "El Negro" Hernandez. Ma i veri protagonisti dello spettacolo al Santa Giuliana sono stati una ventina di ragazzi brasiliani di varia età che con suoni e danze hanno profuso gioia, entusiasmo e un dinamismo sfrenato. Fra essi si è poi inserita la brava Fiorella Mannoia, convinta sostenitrice dell'iniziativa.

Foto di Riccardo Crimi.

Ulteriori immagini del festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Bobo Stenson e Roy Hargrove.

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