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Umbria Jazz 15

Libero Farnè By

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Perugia, vari luoghi
10—19 luglio

Oltre 35.000 biglietti venduti con un incasso di 1.500.000 euro, 450.000 presenze in città nei giorni del festival: i numeri danno ragione dell'enorme successo di pubblico di Umbria Jazz 2015. La manifestazione, come sempre articolata in appuntamenti gratuiti nel centro storico e in concerti a pagamento, all'Arena Santa Giuliana con nomi di grande richiamo e al Teatro Morlacchi con proposte più finalizzate, darebbe adito a non marginali considerazioni di carattere socio-culturale. Un'analisi che ci porterebbe troppo lontano; è preferibile quindi attenersi a un bilancio musicale, rilevando in estrema sintesi l'alto livello quantitativo e qualitativo delle presenze jazzistiche di questa edizione. Rispetto agli anni passati è fra l'altro da registrare un aumento del pubblico ai concerti del Morlacchi, diurni o di mezzanotte.

Prendiamo l'avvio recensendo i concerti all'Arena Santa Giuliana, a cominciare dalla riuscita serata "italiana," che è risultata una delle più coinvolgenti sotto il profilo jazzistico.
Dopo anni dal suo esordio l'omaggio a Frank Zappa da parte di Stefano Bollani ha evidentemente raggiunto una sintesi convincente. A differenza del primo esperimento di quattro anni fa, che risultò dispersivo e velleitario, ed ancor più che nel CD Sheik Yer Zappa del 2014, l'attuale quartetto ha dimostrato una compattezza e un'asciuttezza espressiva notevoli. I perentori interventi del vibrafono di Jason Adasiewicz e della batteria di Jim Black e la rotonda conduzione del contrabbasso di Paul Santner hanno corroborato il pianismo del leader, ricco ma più concreto e finalizzato del solito, ed hanno rivestito arrangiamenti essenziali, ben organizzati in fasi conseguenti. Il pianista sembra aver preso le distanze dal composito mondo di Zappa, che ha perso così molti dei suoi caratteri trasgressivi e visionari per venire trasfigurato in una dimensione eminentemente jazzistica, assumendo una densità e colorazioni diverse dall'originale.
Apprezzabile tra l'altro il fatto che Bollani non abbia ecceduto nell'abituale captatio benevolentiae tramite le simpatiche ma ormai prevedibili presentazioni verbali. Forse anche per una ragione di tempo, cioè per lasciare democraticamente spazio al secondo set della serata, a carico della Brass Bang! di Paolo Fresu, Steven Bernstein, Gianluca Petrella e Marcus Rojas.

Immancabile da parte di questi ultimi un ingresso in scena processionale e alla spicciolata, nell'ottavo appuntamento di un tour di sedici date consecutive, che hanno dimostrato non solo il loro affiatamento, ma anche la flessibilità, la capacità di interpretare in modo sempre differente le opportunità dei diversi contesti, pur riproponendo il collaudato repertorio contenuto anche nel CD edito dalla Tuk Music. Nel concerto di Perugia sono prevalsi un approccio esuberante e animoso, una stringata compattezza e una grande coesione d'intenti; l'interplay risoluto del quartetto di ottoni ha espresso la solidale integrazione fra quattro diverse e forti personalità.
Polifonie sapienti e articolate sono state infarcite da piccole invenzioni personali, da minime, estemporanee eccentricità dinamiche e timbriche che hanno movimentato e motivato il discorso collettivo. Fra l'altro l'alta amplificazione richiesta dal luogo non ha affatto disturbato l'equilibrio di queste polifonie, a volte d'impronta cameristica, ma anzi ne ha esaltato e permesso di cogliere tutte le sfaccettature.

Alta gradazione jazzistica anche la sera seguente con il concerto dei The Bad Plus affiancati da Joshua Redman. La collaborazione fra il trio e il tenorista, che non rappresenta più una novità, costituisce una delle espressioni più significative, anzi ormai un classico, del jazz attuale, e come tale un'esperienza d'ascolto da non perdere, almeno fino a quando non subentrerà la routine.
I Bad Plus sono un trio paritario e originale, in cui al pianismo costruttivo e limpido di Ethan Iverson fanno riscontro l'azione incalzante e scura del basso di Reid Anderson e il drumming frastagliato, mobilissimo di Dave King. In questo contesto Redman, che non potrebbe sperare di suonare con una sezione ritmica più potente e coesa, s'inserisce perfettamente e, costretto a una certa concisione di esposizione, dà corpo a evoluzioni compresse e trascinanti. La qualità melodica dei loro original, ora evocativa ora dalle insolite geometrie, si traduce in sviluppi corposi e inesorabili. Di tutto questo si è avuta palese conferma nel concerto perugino.

Anche il sodalizio fra Herbie Hancock e Chick Corea, sebbene dal 1979 ad oggi sia stato replicato con parsimonia, risulta ormai perfettamente rodato, tant'è vero che il loro concerto è sembrato la fotocopia di quello di due anni fa sempre all'Arena. Ciò non toglie che nel loro rinnovato incontro i due giganti della tastiera abbiano improvvisato con impegno e senza risparmiarsi, compendiando vari momenti del pianismo del Novecento e rivisitando famosi standard, anche propri, con concentrazione e smaliziato mestiere. Una serata di alto concertismo pianistico dunque, eppure certe idee sono risultate occasionali, alcuni effetti alle tastiere elettroniche prevedibili e, soprattutto, la "ufficialità" dell'evento ha prevalso sulla sua intrinseca necessità musicale;...d'altra parte è appunto la celebrazione di un rito da parte di due riconosciuti maestri cerimonieri che ha permesso di richiamare il pubblico delle grandi occasioni.

Assai denso di significati anche l'omaggio di Cassandra Wilson a Billie Holiday. Come sempre la cinquantanovenne cantante si è presentata come una sacerdotessa austera, un'officiante orgogliosa della propria appartenenza culturale, modulando la sua voce scura in inflessioni assai diverse: burbere o drammatiche, confidenziali o addirittura infantili. Un set un po' altalenante ha presentato momenti emozionanti per chi era disposto a farsi irretire dalle magie della pigra esposizione canora, ma anche dai cangianti arrangiamenti di una musica eminentemente collettiva, in grado di creare atmosfere gonfie e pastose, formicolanti di effetti. Fondamentale a tale proposito è stato il contributo del sestetto che l'attorniava: i singolari impasti armonici creati da violino, chitarra, tastiere e ance erano incorniciati dal poderoso basso di Lonnie Plaxico e dal drumming tenebroso di Davide Direnzo.
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