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Umbria Jazz 14 - Fra spettacolo e buon jazz

Libero Farnè By

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Ma a Perugia le esperienze più attuali e di ricerca del jazz italiano erano ospitate dalla sezione Young Jazz, organizzata dall'omonima associazione di Foligno per il secondo anno consecutivo a Palazzo della Penna. Si è succeduta una selezione assai significativa di quanto sta fermentando oggi in Italia, per altro in sintonia con la sperimentazione degli esponenti dell'avant jazz internazionale.

Da segnalare innanzi tutto due solo performance di piano nella raccolta sala sotterranea. Con concretezza, un tocco d'ironia e un'enorme varietà timbrica, risultante da un vasto campionario di oggetti, giocattoli e carillon, Fabrizio Puglisi ha dato un personalissima sintesi di molte avanguardie del Novecento: dal futurismo di Mosolov alle ronzanti ipnosi del minimalismo e della techno, dalle iterazioni del piano preparato di John Cage a una potenza percussiva a tutta tastiera memore di Cecil Taylor e non solo, fino a filtrare l'influenza di musiche africane, approfondite dal pianista siciliano negli ultimi anni in vari contesti. Nei bis si è rivolto a brani degli amati e imprescindibili Monk e Mingus, dandone versioni poderose e trasversali. Quello di Puglisi è stato uno dei concerti più esaltanti di Umbria Jazz 14.

In una delle sue rare esibizioni in solo, anche Alfonso Santimone ha riassunto la ricerca pianistica da lui sviluppata nel corso di un ventennio, enucleando vari approcci ed esiti improvvisativi: un'evoluzione narrativa mossa e fantasiosa, a tratti forse un po' divagante, una rivisitazione dilatata e obliqua del monkiano "Friday Thirteen," momenti più insistiti e percussivi, intricati sviluppi di moduli minimalisti...

Fra i gruppi ha spiccato il quintetto guidato dal giovane pianista Simone Graziano. Con il suo progetto Frontal, inaugurato tre anni fa, egli ha proposto una musica attuale e ben organizzata, di lontana ascendenza free, in cui toniche e ossessive progressioni si sono alternate a introspettivi momenti di distensione. I temi, esposti prevalentemente all'unisono, e la pulsante conduzione ritmica fornita da Gabriele Evangelista e Stefano Tamborrino hanno proiettato consistenti e coriacei spazi solistici: soprattutto quelli della front line, in cui al tenore corrusco di Dan Kinzelman hanno fatto riscontro le trascinanti escursioni del contralto di David Binney.

D'impianto ancor più esasperatamente free è risultata l'apparizione di Piero Bittolo Bon & His Original Pigneto Stompers, comprendente Jamaaladeen Tacuma, il cui uso del basso elettrico, almeno in questo contesto, si è rivelato diverso, più vociante e meno perentorio rispetto a un ventennio fa. Un flusso improvvisativo continuo si è agitato senza interruzioni fra sussulti e diversificate agglomerazioni di strumenti. I momenti migliori si sono verificati quando il quintetto ha lavorato a pieno regime, con le vampate chitarristiche di Simone Massaron, il forsennato e abrasivo fraseggio del leader al contralto e il materico raddoppio batteristico di Federico Scettri e Massimiliano Sorrentino.

Il quartetto Brooks di Cristiano Arcelli è attivo ormai da quattro anni e vanta un pregevole CD al suo attivo. Il contraltista umbro si è confermato musicista completo e maturo, purtroppo non esposto quanto meriterebbe: compositore dalla vena solida e aggiornata, a volte di discendenza colemaniana, arrangiatore di vaglia, strumentista dalla pronuncia agile e acuminata e leader autorevole. Su temi ora perentori ora più evocativi, la compattezza del quartetto si è retta sul drumming asciutto di Zeno De Rossi e sulla stretta coesione fra due chitarristi fra loro complementari: Federico Casagrande e Marcello Giannini.

Il progetto Ghost di Dan Kinzelman, anch'esso già su disco, prevede quattro fiati, che all'occorrenza suonano anche le percussioni: Mirco Rubegni alla tromba, Manuele Morbidini e Rossano Emili, oltre al leader, alle ance. I quattro si sono esibiti, in acustico e nella penombra, al centro di una sala del Palazzo della Penna, mentre il pubblico era disposto sui quattro lati. La proposta, decisamente originale e coinvolgente, con esiti del tutto diversi da quelli lasciatici in passato dai quartetti di sassofoni, si è dipanata su original, ma anche su una marcia funebre spagnola ed altri temi anomali e suggestivi. Un camerismo disteso non ha escluso turgidi impasti dei fiati o una rituale eccitazione percussiva.

Un'impronta originale, tutt'altro che cameristica o artificiosa, ma forse ancora da rodare appieno, ha dimostrato infine anche il quartetto Eraserheads, formatosi circa un anno fa: Gaia Mattiuzzi alla voce, Enrico Terragnoli alle chitarre e banjo, Stefano Senni al contrabbasso e Nelide Bandello alla batteria. Un repertorio comprendente brani del contrabbassista, ma anche di Krzysztof Komeda, Neil Young e Robert Wyatt, ha avviato tese e scandite progressioni collettive, sofisticate linee melodiche, soprattutto nell'emissione della cantante, brevi spunti aleatori, inflessioni neofolk, in particolare da parte di un Terragnoli decisamente più esposto che in altri contesti.

Foto
Daniele Franchi.
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