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Torino Jazz Festival 2018

Libero Farnè By

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Torino Jazz Festival
Varie sedi
23-30.04.2018

La sesta edizione del Torino Jazz Festival ha rappresentato una nuova tappa di una manifestazione importante alla ricerca di una propria identità. Chiusa l'epoca della direzione artistica di Stefano Zenni, quest'anno le redini sono passate nelle mani dei musicisti torinesi Giorgio Li Calzi e Diego Borotti, che si sono mossi su linee molto chiare. Innanzi tutto la volontà di dare uno spazio consistente ai numerosi jazzisti locali, non solo distribuendo una moltitudine di concerti in una vasta rete di jazz club, ma soprattutto favorendo le collaborazioni fra questi e protagonisti internazionali, collocando le loro apparizioni anche sui palcoscenici principali. Fra i tanti spazi coinvolti è stato privilegiato l'OGR (Officine Grandi Riparazioni), capiente struttura industriale opportunamente ristrutturata, dall'acustica accettabile, al di là di ogni aspettativa.

Altra precisa scelta è stata quella di evitare i concerti gratuiti all'aperto per una serie di ragionevoli motivi, non solo per i rischi connessi con il maltempo e la gestione della sicurezza. Per alcuni si è trattato di una scelta sofferta, ma che personalmente ritengo condivisibile e auspicabile anche per gli anni a venire. Infine le decisioni artistiche sulle produzioni originali e sui gruppi da invitare si sono orientate a 360 gradi coinvolgendo vari generi musicali. Ma a ben vedere è questa una tendenza in atto anche da parte di molti altri festival. Perché mai vincolarsi ad un purismo jazzistico, che nella realtà oggi viene contraddetto da processi di produzione, distribuzione e fruizione musicale molto più complessi e intrecciati?

Venendo al resoconto di tre giornate significative, dal 27 al 29 aprile, di un festival che ha ottenuto un grande successo di pubblico e che ha registrato sempre il tutto esaurito nei concerti pomeridiani e serali (complice anche la popolarità dei prezzi), inizio appunto da una formazione extra jazzistica: il bulgaro Ivo Papasov & His Wedding Band. Non si può generalizzare sulle varie proposte, diverse fra loro per provenienza, mezzi e spessore, di un genere in cui la tradizione popolare viene attualizzata in espressioni enfatiche, più o meno elettrificate, ottenendo sempre un entusiastico consenso di pubblico. Il progetto di Papasov è veramente speciale per genuinità, articolazione e intensità. \I componenti del suo settetto sono tutti strumentisti di valore, a cominciare dalla front line che schiera clarinetto, fisarmonica e keval: essi si sovrappongono per ripetere all'infinito frenetiche linee melodiche, ma poi hanno spazio per esporsi individualmente, dimostrando modulazioni e virtuosismi che non sono solo di maniera. Un elogio particolare merita il clarinetto cangiante e sdrucciolevole del leader, che il nostro orecchio potrebbe erroneamente associare a certe pronunce di origine jazzistica. Ma in questo contesto anche l'uso della chitarra e della batteria sono del tutto particolari: la prima nelle mani di Ateshan Yousseinov assume un incedere liquido, scintillante e stizzoso, mentre il batterista Salif Ali macina metriche implacabili con incredibile disinvoltura e varietà di accenti. Se il tastierista ha quasi esclusivamente una funzione di sottofondo, la cantante Maria Karafizieva dispone di alcuni brani tutti per sé, esponendo una voce calda, dalle vibrazioni gutturali.

L'acustica alonata e offuscante dell'auditorio del Conservatorio Giuseppe Verdi non permette di formulare un giudizio ragionato e convinto sul concerto dell'ottetto di Franco D'Andrea, già documentato dal CD Intervals pubblicato da Parco della Musica. L'ossatura della formazione è costituita da compagni di strada ormai fedelissimi del pianista meranese: Aldo Mella al contrabbasso, Zeno De Rossi alla batteria e una front line che allinea Andrea Ayassot, Daniele D'Agaro e Mauro Ottolini. In alcuni brani la morbida eleganza, un po' tenebrosa, degli impasti armonici richiama alla memoria la tradizione più classica dell'orchestra di Duke Ellington... Poi questa classicità devia verso le deformazioni del primo Sun Ra, oppure, soprattutto per via degli interventi della chitarra di Enrico Terragnoli e dell'elettronica manovrata da Dj Rocca, verso gli eccentrici dirottamenti della ICP Orchestra. Nei primi brani di questo concerto torinese è prevalsa una moderazione pensosa, un decantato controllo della forma. Solo in alcune interpretazioni, nel finale, ha preso corpo un'improvvisazione collettiva che si è inoltrata in intrecci più esuberanti, complessi e rischiosi. Tuttavia, sia nei momenti più introspettivi che in quelli più mossi, appunto l'acustica non ha consentito di cogliere le sfumature di una musica fatta di finezze e gli indispensabili, a volte minuti, contributi dei singoli strumentisti.

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