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Time in Jazz compie trent'anni

Libero Farnè By

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Time in Jazz 2017
Berchidda e altri comuni
8-16.8.2017

Il testo scritto quest'anno da Paolo Fresu sul programma del Festival non voleva essere tanto una presentazione delle scelte artistiche della trentesima edizione di Time in Jazz, quanto piuttosto un riepilogo in tono estremamente poetico degli obiettivi e criteri in cui il Festival ha sempre creduto e di quanto è riuscito a creare e a raggiungere in questi decenni. In nuce tutto era già presente nel manifesto artistico e filosofico stilato nel 1988, a cominciare dal tema dell'incontro interculturale nel nome della musica. La dimensione ambientale della distribuzione dei concerti gratuiti su un vasto territorio è poi diventata caratterizzante, a contatto con luoghi sempre diversi e suggestivi, con la presenza di una natura prevaricante, soprattutto quando tira il vento, ..."quel maestrale che è il vero protagonista e che porta quanto ha raccolto a nord-ovest del mondo, rubando un po' di suono e rendendolo ad altri." Quest'anno per un paio di giorni il maestrale non è mancato, frusciando nei microfoni e sferzando gli spettatori di giorno e gelido di notte.

Sembrerebbe che in un festival che giunge alla trentesima edizione tutto dovrebbe essere rodato, consolidato, fluido. Non è così: ogni edizione è unica, momento di un processo in continua trasformazione, e deve comunque superare problemi di carattere organizzativo, logistico e finanziario. Cosa che a Berchidda hanno affrontato con realismo e inventiva, trovando anche soluzioni brillanti: è il caso per esempio del ritorno, dopo quattro anni di assenza, all'Agnata, la tenuta/residenza di De Andrè, con il concerto a lui dedicato da Gaetano Curreri e Fabrizio Fuschini degli Stadio, affiancati da Paolo Fresu e Raffaele Casarano. Grazie a un'attenta regolamentazione dell'accesso, tutto si è svolto garantendo la massima sicurezza e il minimo disagio per i numerosi spettatori, senza che si verificassero gli incredibili intasamenti di traffico come in passato.

Ovunque e come sempre il fedele pubblico, con un anno di più sulle spalle, ha risposto con entusiasmo, anche agli appuntamenti a pagamento in Piazza del Popolo. Proprio da questi, quasi tutti di notevole livello artistico, iniziamo un resoconto selettivo e inevitabilmente personale secondo il criterio della qualità e della novità delle proposte.

Ottimo jazz americano, che è sempre più raro ascoltare nei festival italiani, è venuto da due formazioni. Il trio di Uri Caine, completato da Mark Helias e Clarence Penn, ha espresso un interplay pulsante e variegato su una frenetica concezione dinamica. Gli interventi pianistici del leader sono risultati di una potenza percussiva e di un'inventiva che da tempo non mi capitava di ascoltare, mentre il contributo dei due partner si è rivelato paritario ed esemplare. Un concerto esaltante, al di sopra di ogni attesa.

Un altro imperdibile, memorabile esempio di musica afroamericana è stato offerto dalla versione attuale dell'Art Ensemble Of Chicago, diretta dal caposaldo Roscoe Mitchell. È stato creato lentamente un flusso collettivo sempre più denso fino a raggiungere una dimensione dionisiaca, grazie all'indispensabile contributo delle singole individualità: le progressioni lancinanti in respirazione circolare di Mitchell, il senso narrativo della tromba di Hugh Ragin, la pulsazione ritmica aperta e continua fornita dal giovane validissimo contrabbassista Junius Paul e da un Famoudou Don Moye ancora motivato e in forma nell'approccio alla batteria. Una breve versione di "Odwalla" ha siglato il concerto.

Due, in due serate diverse, le validissime presenze italiane sul palco principale. Dopo circa due anni, il progetto This Machine Kills Fascists del Francesco Bearzatti Tinissima Quartet non ha perso un grammo di vitalità. Gli original dedicati a Woody Guthrie, dall'impronta quasi revival, sono stati esposti e sviluppati con la consueta compattezza: Danilo Gallo e Zeno De Rossi hanno macinato ritmo a sostegno della superlativa front line di Bearzatti e Giovanni Falzone.
Il previsto Rava Tribe non si è potuto esibire a causa dell'indisposizione del suo leader, colpito da polmonite lo scorso luglio. A Enrico Rava, in collegamento telefonico, è stato fra l'altro consegnato un premio alla carriera. Per rimpiazzarlo si è optato per il quintetto storico di Paolo Fresu, il medesimo che nella primavera del 1988 si esibì a Berchidda suscitando l'idea di organizzare il festival.
Su un repertorio ottimamente strutturato, fra gli infiniti che il quintetto potrebbe imbastire dopo trentacinque anni di vita, la formazione ha dimostrato una grande precisione nei passaggi obbligati, un entusiasmo e una consistenza ammirevoli, concretizzando cadenze distese, un sound pastoso e suadente. Nel finale, con l'ingresso in scena degli ospiti Giovanni Guidi, Gianluca Petrella, Raffaele Casarano e Dino Rubino, si sono rimescolate le carte con risultati sorprendenti.

Partito in modo un po' stentato, il concerto del New York Quartet di Tomasz Stanko si è presto avviato su strade movimentate e del tutto convincenti. Le strutture aperte concesse dai temi del leader polacco hanno messo in evidenza la pronuncia della sua tromba, ora dalle pieghe malinconiche ora dalle impennate memori del free. Tipicamente "americana" ha spiccato la conduzione dell'ottima sezione ritmica, formata dal pianista cubano David Virelles, dal contrabbassista Reuben Rogers e dal batterista Marcus Gilmore.
La serata era iniziata con il duo composto dal trentenne violinista polacco Adam Baldych e dal quarantenne pianista norvegese Helge Lien, che ha costituito una positiva sorpresa. La solidissima preparazione classica dei due strumentisti e influenze vagamente folk hanno spinto la loro performance verso un camerismo tutt'altro che di maniera, anzi innervato di slanci di esaltante potenza espressiva.

Anche nei concerti gratuiti fuori Berchidda si è assistito ad una grande abbondanza di duo, consolidati o inediti, di musicisti italiani o stranieri. Fra questi ultimi ha spiccato il coeso sodalizio fra Markus Stockhausen e Florian Weber. La bella acustica della Basilica di Sant'Antioco di Bisarcio, avvolgente e moderatamente riverberante, ha esaltato la limpidezza della diteggiatura del pianista e del sound del trombettista. Il rigore delle strutture compositive e la cura della forma hanno unificato un transitare da momenti d'impronta contemporanea a temi di latente influenza popolaresca, a dinamiche più tipicamente jazzistiche, ad austere inflessioni sacre.

A Olbia, la mattina seguente all'esibizione del quartetto di Stanko, l'improvvisazione del duo Stanko-Virelles, una delle produzioni originali di Time in Jazz 2017, ha privilegiato una poetica più scabra ed "europea," forme più ermetiche, toni più meditativi.
Sul Monte Limbara, di non facile raggiungibilità, un'altra produzione originale ha messo assieme i sax di Andy Sheppard e le chitarre di Eivind Aarset. Un procedere con prudenza nel rispetto reciproco ha caratterizzato un duo proteso verso linee distese e sognanti, talvolta su toni nostalgici, sempre dotati di una forte e pervadente impronta melodica, salvo ammantarsi raramente di riverberi e stratificazioni più inquietanti.

Nei concerti diurni distribuiti nel territorio hanno comunque prevalso i musicisti italiani, musicisti residenti che si sono esibiti in diverse formazioni; alcuni di loro partecipavano anche in veste di volontari, svolgendo simpaticamente varie funzioni dal merchandising all'assistenza tecnica al palco.

Il primo incontro assoluto fra Gianluca Petrella e Marco Bardoscia si è svolto fisicamente all'ombra del campanile della chiesa di San Teodoro, ma metaforicamente nel segno del "campanile" fra il trombonista barese e il contrabbassista salentino. Un confronto riuscitissimo, memorabile, contraddistinto da campi distesi, note lunghe, sensualità melodica, pedali ipnotici, ampio e accattivante uso dell'elettronica... Hanno prevalso gli original, ma nel mezzo sono spuntate anche opportune rivisitazioni di Mingus e Monk.
Ben più rodato il sodalizio fra lo stesso Bardoscia e Raffaele Casarano. La mirata scelta tematica, la palpabile concentrazione, la modulazione della potenza sonora in un interplay serratissimo hanno qualificato le loro apparizioni mattutine alle stazioni ferroviarie di Berchidda e Oschiri fra i momenti più intensi del festival.

Per vari aspetti mi sembra percorribile l'ipotesi di accomunare i concerti di un paio di duo supercollaudati e sinergici come quello fra Gianluca Petrella e Giovanni Guidi in SoupStar e quello fra Paolo Fresu e Uri Caine, che tredici anni fa prese le mosse proprio dal Festival di Berchidda. In entrambi i casi la parabola narrativa ha seguito un repertorio di brani intercambiabili, ma in realtà un po' troppo sentiti. Il sapiente timing, la pronuncia inconfondibile degli strumentisti e l'integrazione fra di essi hanno garantito originalità e autenticità all'esposizione. Eppure è sembrata un po' troppo rigida la suddivisione dei ruoli fra i due comprimari e nelle loro apparizioni è stata avvertita un'ombra di routine. Va detto che in entrambi i casi per diverse ragioni le condizioni atmosferiche non hanno favorito il massimo della concentrazione da parte degli escutori.

Fra le varie solo performance segnalo in particolare quella di Francesco Bearzatti a Bortigiadas. Partendo da cadenze, disegni e impianti armonici desunti per lo più dalla musica classica, il sassofonista li ha via via complicati e deformati con uno spiritato senso dell'ironia e dello sberleffo. A Porto Taverna, il piano solo di Giovanni Guidi ha invece girato attorno ai temi in modo lento, complice e insinuante, intrecciandoli e modificandoli, fino a includere quelle parti aggrovigliate e percussive che la sua diteggiatura padroneggia. Particolarmente contrastata e inventiva la versione di "Quizás, Quizás, Quizas."

Non si può trascurare infine, se non altro per le attinenze con la cultura locale, il progetto Shardana, già su disco Caligola, del quartetto della giovane ed emozionata clarinettista Zoe Pia. Esso ha il pregio di tradurre alcuni temi emblematici della tradizione sarda in personali suggestioni musicali, in strutture compositive elaborate, evocative e sufficientemente equilibrate. Assai pertinente il contributo dei partner: Roberto De Nittis alle tastiere, Glauco Benedetti alla tuba e Sebastian Mannutza al violino e batteria. Personalmente ritengo che sarebbe stato preferibile un flusso musicale più continuo, con il minor numero possibile di presentazioni verbali fra un brano e l'altro.

Foto: Roberto Cifarelli.
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