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Time in Jazz 2018

Libero Farnè By

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Con Steve Coleman ci si è trovati di fronte a uno dei capostipiti del jazz di oggi. Se talvolta è capitato di assistere a suoi concerti arenati su un'enunciazione geometrica e un po' rigida senza decollare, non è stato così a Berchidda, dove l'edizione attuale dei Five Elements è parsa estremamente compatta e finalizzata a un discorso senza fronzoli. Sublimi le introduzioni ai brani in duo con il fedele Jonathan Finlayson, in cui hanno preso forma parafrasi enigmatiche di ballad e temi ellingtoniani. Di seguito hanno preso corpo le tipiche linee ben stagliate e le metriche spigolose e apparentemente ripetitive -a volte un'esplicita esasperazione della complessità bebop -sulle quali si è sviluppata un'interazione tesa e sfaccettata. Oltre al fraseggio arabescato del contralto del leader e a quello sinuoso del trombettista già citato, si sono messi in evidenza il vocalist Kokayi, dalla dizione declamatoria e contagiosa, l'imperturbabile implacabilità di Anthony Tidd al basso elettrico e il variegato e granitico drumming di Sean Rickman. Ne è risultata un'orgogliosa e personale sintesi della cultura nero-americana, dalla tradizione al bebop al free all'hip hop, mentre su schermi alle spalle degli esecutori venivano proiettate elaborazioni delle copertine dei dischi di Coleman.

Anche Dhafer Youssef, che non ascoltavo da molti anni, ha offerto una prova ragguardevole ibridando la sua tradizione araba con il jazz, impersonato dai suoi validi partner: il pianista azero Isfar Rzayev Sarabski, il bassista newyorchese Matt Brewer e il batterista Ferenc Nemeth, ungherese ma residente a New York. Nelle fasi lente e trattenute, sia alla voce, intonatissima dal registro basso fino agli acuti in falsetto, sia nell'uso dell'oud con un pizzicato netto e scandito, gli interventi di Youssef hanno preso i toni di perorazioni, preghiere, declamazioni. Ma questi momenti preparatori introducevano a dinamici collettivi del quartetto, dal ritmo sostenuto e d'impianto vagamente modale. È prevalso un messaggio semplice, essenziale, diretto; poi nel finale il leader ha chiamato sul palco Paolo Fresu, che ha preso subito possesso della situazione costruendo un crescendo strepitoso.

A sancire l'opportuna diversificazione delle proposte anche sul main stage, non sono mancati i set di una comunicativa più spettacolare, adeguati alle notti delle feste ferragostane. Con una professionalità collaudata il Nils Landgren Funk Unit ha profuso ritmi energici e motori, facendo ballare un'intera platea, dai bambini agli ottantenni; in evidenza il trombone del sessantaduenne leader svedese. Dopo la prima apparizione sul traghetto della Sardinia Ferries nella traversata Livorno -Golfo Aranci, e varie altre situazioni concertistiche con una formazione ridotta, la Fanfarai Big Band, formata da musicisti provenienti da diverse esperienze, ha animato la notte di Ferragosto sul palco principale. Ne è sortita non solo una proposta accattivante e plateale, ma una vitale musica di incrocio fra varie culture dell'area arabo-andalusa; una certa complessità orchestrale è stata modulata su diversi registri melodici e ritmici con apprezzabili, brevi spunti personali.

Time in Jazz 2018 non si è concluso con la festa notturna di Ferragosto, ma il giorno seguente. Nel tardo pomeriggio, alla Peschiera dello stagno di San Teodoro c'era attesa per il duo Paolo Fresu—Dahfer Youssef, che non si riuniva da forse un decennio. Per alcune ragioni l'incontro ha stentato a ingranare: una frattura fisica fra il numeroso pubblico assiepato lungo la riva e gli interpreti collocati su una zattera nell'acqua, una sonorità ovattata, l'uso esclusivamente ritmico dell'oud, i temi un po' risaputi e non sufficientemente sviluppati... Poi le cose sono andate gradualmente migliorando concretizzando un interplay più serrato e convincente.

In serata, la chiusura definitiva si è svolta fra pochi intimi nella serena atmosfera del parco del Museo del Vino con il sestetto Plus 39, che riuniva i migliori allievi del Seminario di Nuoro Jazz 2017. A poco servirebbe stilare fra di loro graduatorie di valore; l'aspetto che invece vale la pena di sottolineare è la contrastata articolazione degli original da loro studiati appositamente per l'occasione.

Foto: Roberto Cifarelli.

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