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Time in Jazz 2018

Libero Farnè By

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All'ombra della chiesa di San Teodoro, ancor più cameristico, ma di àmbito decisamente colto contemporaneo, è stato il nuovo lavoro Seacup del batterista Stefano Tamborrino, spesso in piedi a dirigere una formazione completata da Dan Kinzelman al tenore, Gabriele Evangelista al contrabbasso e un trio d'archi tutto al femminile. Campi lunghi, d'impronta vagamente minimalista, dal tono per lo più sereno anche se misterioso, hanno lasciato raramente spazio a brevi fasi più scandite e toniche o a episodi eccentrici, come un lungo assolo di Kinzelman in respirazione circolare su un'unica vibrante nota. L'intima poesia del set è stata premiata dall'incredibile concentrazione del pubblico (ma questa è una delle costanti nei concerti diurni del festival) e da un applauso interminabile.

Di recente formazione è anche il trio Blackline di Francesco Diodati, che ha proposto "canzoni" sospese o di scabro surrealismo, delle quali il chitarrista è autore anche dei testi. Al centro della scena il leader, su toni bassi o lancinanti dello strumento, ha avuto una prevalente funzione registica o coloristica. Alla sua destra si è articolata la voce espressiva e spericolata di Leila Martial; alla sinistra la batteria di Tamborrino, dal sound crudo e dalle metriche sghembe. Di fianco alla chiesa di Telti, la combinazione di queste componenti fortemente caratterizzate ha dato risultati di concreta consistenza, oltre a una nota di coraggiosa novità.

Più jazzistica l'impronta del trio ClarOscuro, nel quale si trovano riuniti due dei nuovi talenti vincitori del Top Jazz negli ultimi anni: Enrico Zanisi e Matteo Bortone. Il terzo vertice del triangolo è costituito ancora da Tamborrino. Che la leadership di un trio piano-basso-batteria sia nelle mani del contrabbassista comporta un ulteriore scardinamento di questa formazione classica del jazz, per altro soggetta nell'ultimo ventennio a notevoli innovazioni. A Bortigiadas una narrazione quasi continua, dai toni prevalentemente meditativi e distesi, ha variamente distribuito gli spunti tematici, gli umori, gli interventi dei singoli.

Ancora diverso l'orientamento del giovane e anomalo trio campano TriApology, già su disco Tuk, che rivisita successi del pop e del rock, elettrificando il contralto di Vincenzo Saetta. Pur coerente, piacevole e intrigante la loro reinterpretazione è risultata per lo più aderente appunto alla prassi del pop-rock, vale a dire perseguendo un'esecuzione un po' preconfezionata secondo un ruolo ben definito dei singoli: soprattutto della batteria di Ernesto Bolognini, mentre la chitarra e l'elettronica di Michele Penta hanno somministrato colori non invadenti.

Ma al festival erano numerose le produzioni originali, che favorivano l'inedita collaborazione fra giovani musicisti italiani e non solo. Fra quelle che ho potuto ascoltare segnalo solo quella che a Mores ha aggregato il sax di Saetta, la chitarra di Gabrio Baldacci e il vibrafono di Pasquale Mirra. Con un ampio uso dell'elettronica da parte dei primi due si è verificato dapprima un prudente ascolto reciproco, poi un procedere per tentativi, dando largo spazio all'improvvisazione per trovare vie comuni. Ma questo è appunto l'aspetto autentico della sperimentazione: da fasi più incerte e problematiche hanno preso corpo momenti dinamici ed espressivi decisamente riusciti, sia sul versante ritmicamente movimentato, sia su toni più evocativi e poetici.

Molto diverse fra loro ma tutte di ottimo livello sono state le quattro serate in Piazza del Popolo a Berchidda, inaugurate il 12 agosto dall'Enrico Rava Tribe allargato. Rava non è un'icona e tanto meno un veterano del jazz mondiale; egli rappresenta semplicemente l'essenza più vera, senza tempo e sempre attuale del jazz. La consistenza dei suoi temi inconfondibili e l'autorevolezza della leadership ottengono la più piena motivazione dei partner e un interplay empatico secondo un'autentica improvvisazione jazzistica. Nel concerto berchiddese, i complici indispensabili del trombettista, che ha suonato esclusivamente il suo nuovo flicorno dorato con impeccabile personalità di pronuncia, erano i migliori specialisti della giovane leva italiana: Giovanni Guidi, Gianluca Petrella, Francesco Diodati, Gabriele Evangelista, affiancati dall'esperto Fabrizio Sferra alla batteria, ognuno dei quali ha dato il meglio di sé.

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