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Time in Jazz 2018

Libero Farnè By

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Time in Jazz
Varie sedi
Berchidda e altri comuni
08-16.08.2018

Ogni festival vive di costanti e variabili. Le prime rappresentano le scelte di fondo maturate nel tempo, le certezze organizzative ed estetiche che determinano, anche agli occhi degli spettatori, la riconoscibile identità della manifestazione. Le seconde esprimono l'esigenza di rinnovamento, sperimentando soluzioni, esperienze o collaborazioni nuove, che possono risultare episodiche o più riuscite e quindi da riprendere l'anno successivo.

A Time in Jazz una delle costanti irrinunciabili è costituita da una programmazione che affianca quattro serate a pagamento in Piazza del Popolo a Berchidda a nove giorni di concerti per lo più diurni e gratuiti, seguiti da un fedelissimo pubblico itinerante e sparsi nelle location più disparate su un territorio sempre più vasto: quest'anno erano diciassette i comuni della Sardegna del Nord coinvolti.

Ma sono un paio d'innovazioni sperimentate da questa trentunesima edizione del festival, diretta come sempre da Paolo Fresu, che meritano un approfondimento. Il progetto "Mediterranea" ha coinvolto sette giovani africani, provenienti dal Centro di prima accoglienza per immigrati di Sassari, in un laboratorio creativo di falegnameria, in cui materiali e arredi di scarto forniti dalla popolazione di Berchidda sono stati recuperati per progettare e costruire sedie di un "habitat immaginario."

In sei incontri pomeridiani i sette giovani si sono inoltre confrontati con musicisti del festival, ognuno dei quali, in veste di animatore, ha organizzato l'incontro secondo propri criteri ottenendo risultati ogni volta diversi. Certo, si è trattato di un tentativo lodevole ma circoscritto di scambio e d'integrazione culturale, ma è molto probabile che questi immigrati, un paio dei quali ha dimostrato propensioni canore e teatrali, conserveranno un positivo ricordo di questa esperienza. Altrettanto si può dire dei bambini, volontari del festival coinvolti nell'iniziativa, e degli spettatori occasionali che hanno assistito agli incontri.

Un altro tentativo di rinnovamento è stato quello di "Time is Over," vale a dire quattro dopo-concerti in Piazza del Popolo curati da Gianluca Petrella e improntati all'hip-hop, all'elettronica, allo scratch e altre attuali contaminazioni. I personaggi ospitati erano Andrea Benini e Pasquale Mirra, già assieme anche nei Mop Mop, il compositore, batterista e DJ Tommaso Cappellato, DJ Gruff, riconosciuto esponente di spicco del genere, e infine Paolo Fresu. Fino a notte fonda essi hanno profuso un linguaggio nuovo e contagioso, fatto di ritmi, reiterazioni e improvvisazione elettronica, a beneficio soprattutto di un pubblico giovane. Ma la densità della musica è aumentata decisamente in quegli episodi in cui il trombone di Petrella si è inserito dialogando con gli ospiti.

Per venire alla recensione dei concerti, è evidente che a Time in Jazz le diverse condizioni ambientali intervengono positivamente o negativamente nella fruizione. Il selezionato resoconto che segue si basa non tanto sull'oggettiva qualità musicale o sulla valenza jazzistica, ma piuttosto sulla caratterizzazione, anche anomala, delle singole situazioni. La programmazione di quest'anno ha rivolto grande attenzione ai giovani musicisti italiani, in particolare a gruppi di recente formazione, che nel prossimo futuro meriterebbero tutti la possibilità di esibirsi anche su altri palcoscenici e di consolidarsi.

Al Museo del Vino, in un'atmosfera particolarmente pertinente sotto le stelle cadenti della notte di San Lorenzo, è stato proposto il progetto Lumina, fortemente voluto e curato nei particolari da Paolo Fresu. L'interpretazione ha convinto per la compitezza dell'approccio al tema scelto: la declinazione della parola "luce" e dei suoi significati nei linguaggi di varie culture. In formazioni diverse di brano in brano sono emersi il pianismo lineare di William Greco, il sound ampio e avvolgente degli archi di Leila Shirvani e Marco Bardoscia (violoncello e contrabbasso), la distesa emissione vocale di Carla Casarano e il drumming di Emanuele Maniscalco, che ha emanato uno spolverio di effetti e accenti minuti. Quello che ne è sortito si potrebbe definire una sorta di raffinato pop cameristico.

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