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Things We Like: Ottobre 2016

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Finito il mese di ottobre, riprendiamo la vecchia rubrica "Things We Like," dove, un po' per passione e un po' per gioco, descriviamo le cose (musicali e non) che ci rimarranno impresse del mese appena trascorso.

Alberto Bazzurro

Ottobre, mese pre-referendario per eccellenza (non quel referendum...), si porta generalmente appresso una caterva di dischi, per il solito meccanismo secondo cui noi, votanti plenipotenziari, saremmo tutti affetti da più o meno precoce demenza senile, facendo di conseguenza una gran fatica a tenere a mente ciò che non è uscito nell'immediato (il che è fra l'altro falso al punto da diventare controproducente: ascoltare tutto di corsa fa perdere inevitabilmente per strada qualcosa e non aiuta certo la memorizzazione).

Forse qualcuno—nel gran calderone musici/etichette/uffici stampa—sta forse iniziando a capirlo, tant'è che quest'anno, almeno per chi scrive, gli arrivi sono stati più scaglionati. Grandi sfracelli non se ne sono peraltro registrati. A lavori (leggi ascolti) in corso, una bella scoperta (in mezzo a qualche conferma, ci mancherebbe) è la cantante franco-occitana (di Ariège) Leïla Martial, figlia d'arte (padre oboista, madre cantante lirica), collaboratrice in particolare di Vincent Peirani, che in Baabel (Laborie Jazz) evidenzia mischiamenti (di genere, ma anche fra le sue voci sovrapposte) piuttosto stimolanti.

Ottobre è anche mese di Premio Tenco (quest'anno dal 20 al 22) e quindi qualche rilievo anche da quella parte. Edizione dedicata a Tenco (a breve mezzo secolo dalla morte), ma anche ad altro. Otello Profazio, per esempio, a cui è andato l'annuale premio omonimo (Tenco, ohibò!), mentre Peppe Voltarelli, che gli aveva dedicato mesi fa un album monografico, si è portato a casa la targa per il miglior disco d'interprete. Si sono esibiti assieme, e Profazio anche in improvvisate chiacchierate con chiunque gli capitasse a tiro nei due giorni susseguenti la sua esibizione (il 20, ovviamente).

Il premio IMAIE destinato a un esordiente di talento, in tema di nuove voci (riferimento alla Martial, si capisce, non certo all'ottantenne Profazio), è andato invece a Gianluca Secco, sperimentare degno di grande attenzione (anche lui non avaro di sovraincisioni), mentre un altro bell'esordio è stato quello di Alfina Scorza, e già una conferma, invece, quella di Vanessa Tagliabue Yorke, entrambe nella conclusiva serata su Tenco, la prima in una coinvolgente (conturbante?) "Io sì," la seconda su una geniale rilettura—con inserto arabeggiante—di "Ho capito che ti amo," responsabile Mauro Ottolini, arrangiatore di tutti i pezzi (22) e direttore, in loco, dell'Orchestra Sinfonica di Sanremo.

Le contagiose schitarrate di Bombino e, per contro, le soffici cantilene voce e chitarra (ma quanto diversa) di Lula Pena sono le altre cose che ci porteremo dentro, su tutto, di questo Tenco 2016. E ora—parafrasando appena Guccini— "cali novembre e le inquietanti nebbie / gravi coprano gli orti."
Ciò trascorso, ci si rilegge.

Claudio Bonomi

L'infaticabile Svart Records, piccola etichetta finlandese con base a Turku, riporta alla luce una serie di splendidi e inediti concerti risalenti ai primi anni Settanta del Serious Music Ensemble, quintetto guidato dal pianista e compositore Heikki Sarmanto, al Fender Rhodes, e composto dal fratello Pekka Sarmanto al basso elettrico, Juhani Altonen al sax, craig Herndon alla batteria e Lance Gunderson alla chitarra elettrica.

In tutto si tratta di tre album, battezzati The Helsinki Tapes, che raccolgono le registrazioni del gruppo in un piccolo club di Helsinki, N-Club, tra il 1971 e il 1972. Nastri che sono rimasti in soffitta per decenni fino alla recente riscoperta ad opera proprio dei segugi dell'etichetta scandinava che li ha doverosamente tirati a lucido e rimasterizzati. Il sassofonista Aaltonen non è presente in nessuna delle tre session che vedono, invece, la partecipazione della cantante Maija Hapuoja e, nel terzo album della serie, del grande Eero Koivistoinen al sax.

I tre album raccolgono oltre a diverse composizioni dei primi due album del Serious Music Ensemble, Like a Fragonard e Counterbalance, anche molte tracce inedite. The Helsinki Tapes sono una testimonianza straordinaria di un jazz rock lirico e avventuroso allo stesso tempo. E, purtroppo, da sempre sottovalutato.

Luca Canini

Ottobre mese di ascolti ossessivi, di musiche che non se ne vogliono andare, di dischi che girano e rigirano all'infinito.

Tra i tanti, The Film Music of Toru Takemitsu, preziosa raccolta di alcune delle colonne sonore messe su spartito dal compositore giapponese per Akira Kurosawa, Nagisa Oshima, Shoei Imamura, Kon Ichikawa e tanti altri registi giapponesi più o meno celebri. Musiche di una bellezza commovente: frammenti luccicanti, temi delicati, partiture più complesse e strutturare, canzoni e canzoncine, marcette, paesaggi incantati e un valzer inquieto scritto per "The Face of Another," film allucinato e visionario girato nel 1966 da Hiroshi Teshigahara. Da ascoltare, riascoltare ancora e poi ascoltare di nuovo.

Altra raccolta, altra ossessione. Pubblicata dalla rivista inglese Mojo a mezzo secolo dall'uscita di uno dei pochi dischi che ha davvero cambiato la storia del musica (e non solo di quella), Blonde on Blonde Revisisted è un omaggio sotto forma di cover che alterna cose buone ad altre decisamente prescindibili. Nel calderone però una perla assoluta: "Sad Eyed Lady of the Lowlands" riletta da Jim O'Rourke. Una meraviglia assoluta che ci ricorda due cose. La prima: la statura di O'Rourke come musicista a tutto tondo, pensatore, improvvisatore, cantante, alchimista e chi più ne ha, più ne metta. La seconda: prima di lanciarsi in spericolate opinioni sul Nobel a Bob Dylan, con annesse dissertazioni su limiti, ambiti e rilevanza del signor Zimmerman, sarebbe bene approfondire con dedizione (e poi comunque stare zitti).

Da Bob Dylan a John Lurie e alla New York che non c'è più. Mi è capitato di recente di tornare con sempre maggiore frequenza alla musica di Lurie. Ai Lounge Lizards, certo, ma anche a produzioni solo all'apparenza minori. Come l'incantevole Bella by Barlight, composta per la colonna sonora del film "Stranger Than Paradise" di Jim Jarmusch. Un piccolo saggio di equilibrio e delicatezza, una carezza autunnale perfetta per cieli tersi e boschi ingialliti.

Ultima segnalazione dal Brasile. La voce di Alessandra Leão alle prese con uno stuolo di percussionisti, musicisti e cantanti impegnati in un omaggio estatico ai riti del candomblè, la più misteriosa e nobile delle religioni afrobrasiliane. Una dolcissima deriva tra psichedelia, orixàs danzanti e cinéma nôvo.

Libero Farnè

È davvero così timido Ottavio?
Una segnalazione anomala: un romanzo. E le ragioni sono due: l'autore è un famoso critico di jazz e il jazz è uno dei temi della narrazione, anche se non il principale. Il libro s'intitola "Ottavio il timido" (Robin Edizioni, Torino 2016, pagg. 282, Euro 15) e, per molti aspetti, è la trasposizione autobiografica del suo autore, Aldo Gianolio. Chi conosce Aldo potrà riconoscere nel personaggio la sua stazza bonaria, la sua flemma pensosa, caparbia e ipercritica, la sua candida curiosità che lo rende capace di sorprendersi, la grande sensibilità che lo fa partecipe di fatti sociali e umani ma rimanendo appartato, mai in primo piano, quasi un gregario. Nell'alternarsi di cadenze e umori dello stile letterario si potrà riascoltare l'inflessione del suo parlare e in definitiva la sua "reggianità," che lo accomuna fra l'altro ad altri scrittori di punta.
La vicenda, ambientata fra le nebbie padane, riprende i motivi del capolavoro di Gianolio, "Teste quadre" (Aliberti 2006). Vi si respira la disillusione dell'ex comunista che lavora in un'azienda pubblica, la frustrazione dell'aspirante scrittore che si vede continuamente rifiutati i suoi testi, da lui ritenuti geniali, il rapporto, invano ambìto e perennemente frustrato, con le donne, lo scontro impotente con la sopraffazione dei "potenti..." ma sempre nell'ostinata difesa di una propria sacrosanta autonomia individuale. Il tutto è trattato con mano leggera, fra toni grotteschi e ironici, fra slanci fantastici e indignate recriminazioni, fra reiterazioni e divagazioni.
Quanto al jazz, vi fa la sua comparsa a più riprese. Il protagonista, Ottavio, è fra l'altro un critico di jazz (forse l'unico àmbito in cui il suo valore è unanimemente riconosciuto), oltre a suonare la batteria in un complessino rock senza ingaggi. Il jazz inoltre è la passione di uno zio che, essendo stato a lavorare in America, lo porta con sé nel suo bagaglio di memorie. Ma soprattutto, per l'autore Gianolio, diventa l'occasione per rievocare di sfuggita insoliti risvolti storici (la presenza delle donne nel jazz classico) o per inserire uno dei suoi umoristici racconti di fantasia (un Sun Ra maestro controverso per le giovani leve).

Ludovico Granvassu

John Zorn Bagatelles Marathon. National Sawdust. New York. 22 ottobre 2016. 2pm-mezzanotte.
Le "Bagatelles" sono l'ennesimo, mastodontico, capitolo della sempre più stupefacente e inclassificabile opera zorniana. 300 brani composti tra marzo e maggio del 2015 che coprono come di consueto l'intera gamma che va dal cameristico al rumoristico. Ognuno di essi poco più di un breve canovaccio, di stampo cromatico, che lascia ampio spazio all'interprete, lungo un percorso iniziato come processo compositivo e rapidamente trasformatosi in impresa performativa appaltata all'ampio Gotha di fidati downtoners. Durante diversi mesi di concerti pomeridiani domenicali, presso il locale del Lower East Side newyorchese gestito da Zorn, lo Stone, le "Bagatelles" hanno garantito spesso e volentieri il tutto esaurito e offerto al pubblico il piacere di scoprire come, di volta in volta, il materiale di partenza venisse metabolizzato, appropriato e reso estremamente personale da una girandola di musicisti.

Le "Bagatelles" quindi reflettono perfettamente gli aspetti principali dell anima di Zorn, quella del compositore inarrestabile e ipertrofico che non fallisce neanche quando ci prova, con quella di organizzatore, promotore, catalizzatore e chioccia della scena creativa newyorchese.

Finita la fase di rodaggio allo Stone, le "Bagatelles" hanno iniziato un tour mondiale durante il quale sono state presentate nel corso di lunghi concerti di all star zorniane. Il tutto è iniziato in maggio al festival di Victoriaville e proseguito al Village Vanguard e al festival di Willisau, e proseguirà a Sarajevo e Vienna a novembre e Parigi l'anno prossimo (e sicuramente altre tappe si aggiungeranno).

Il 22 ottobre tappa newyorchese in quella che sta diventano una nuova (ennesima) mecca della musica creativa. Il National Sawdust ideato e getito da Paola Prestini. Dopo un centinaio di brani suonati in 20 mini concerti di circa 25 minuti da oltre quaranta musicisti (collaboratori storici come Ikue Mori, Erik Friedlander, Mark Feldman o Dave Douglas, altri consolidati come John Medeski, Sylvie Courvoisier o Kenny Wollesen fino alle "nuove leve" Kris Davis, Mary Halvorson, Julian Lage, Matt Mitchell e Craig Taborn, questi ultimi autori delle performance più memorabili della serata) forse la cosa che rimane maggiormente impressa è la completa mancanza di cali di tensione e di ripetizioni lungo un percorso che ha toccato prog, stride, eletteonica, free, boogie woogie, classica, e tanto "jazz" sopraffino.

Alla fine dei conti, 10 ore consecutive diventano paradossalmente la maniera ottimale, se non addirittura l'unica, per apprezzare appieno il genio del sassofonista newyorchese. E pensare che si tratta solo della mini punta di un mega iceberg le cui dimensioni continuano a crescere. Apoteosi del massimalismo zorniano.

Angelo Leonardi

Se il più innovativo bandleader statunitense è Darcy James Argue, le nuove frontiere dell'orchestrazione europea si rispecchiano nella musica del Lisbon Underground Music Ensemble. L'occasione per riparlare dell'orchestra lusitana ce la dà il nuovo album Xabregas 10, pubblicato dalla Clean Feed, a tre anni dal debutto discografico con L.U.M.E (Challenge Records, 2013).

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