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The Bryan Ferry Orchestra: The Jazz Age

AAJ Italy Staff By

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Dal giorno della sua pubblicazione mezzo mondo editoriale musicale è pieno di commenti entusiastici relativi a The Jazz Age, e le famose 4 o 5 stelle si sprecano. Bryan Ferry ci è simpatico e troviamo pure questa idea fondamentalmente divertente e corroborante ma pregherei quel mezzo mondo di scendere con i piedi per terra. Il signor Ferry, insieme a David Sylvian insignito a più riprese del titolo di Mr. Dandy per eccellenza di molte stagioni musicali del pop britannico, non ha bisogno di presentazione.

Male in arnese da vari anni anche perché le primavere avanzano e non sempre - nonostante una voce di rara bellezza - si può essere creativamente reattivi alle richieste di uno show business che non perdona, a Ferry è venuta in mente una "solita" idea che a molti vecchi leoni della musica "industriale" sembra immancabilmente balzare in testa a un certo punto della propria carriera. Omaggiare i grandi temi della musica amata nel periodo adolescenziale che, icone o meno, sono poi divenuti pezzi storici della storia della musica moderna. Che quella musica sia poi addirittura il jazz del periodo d'oro degli anni Venti e Trenta dello scorso secolo in odor di dixieland orchestrale o giù di lì, può, poi, calzare a pennello con il gusto di un dandy, lui stesso già divenuto un evergreen senza tempo. E, sin qui, nulla da eccepire e si potrebbe chiudere l'articolo bollandolo con la valenza di cronaca che giustamente un evento del genere dovrebbe avere.

Ferry però, alla ricerca di una parte creativa diversa dall'usuale, ne combina una delle sue perché, stili e forme di questo disco sono sì quelle della "jazz era" orchestrale in voga fra le due guerre e alla quale abbiamo già accennato, ma il "materiale" è quello firmato dal nostro in una carriera pluridecennale. E, credetelo, ascoltare brani come "Virginia Plain," "Do the Strand" oppure "Avalon" o "Don't Stop the Dance" arrangiati in peculiare guisa "anni venti," suonati da musicisti specializzati in quel tipo di suono, fa il suo bell'effetto.

Lui ha ideato, prodotto e benedetto il lavoro collaborando a stretto fianco di quel Colin Good che ormai da lustri è il "curatore musicale" delle opere del nostro. Non altro: non suona nemmeno il triangolo e non proferisce parola o suono vocale. Meno male, potrebbe avanzare qualcuno, anche perché cantare quelle liriche su tempi stravolti o in altro stile, non farebbe proprio una bella figura. In breve, questo disco non è altro che uno straordinario divertissement mentale di un altolocato signore della musica pop inglese.

C'è chi invecchia come Peter Gabriel che re-inforna i suoi tanti hit arrangiando versioni orchestrali con mega orchestre sinfoniche, chi - come David Bowie - apre il suo marchio in borsa, sta zitto dieci anni e poi alla soglia dei settanta tira fuori un nuovo disco lucido di ricordo e chi come Ferry analizza il tempo che passa e si concede un regalo di emozioni e di ricordi di altro stampo andando a scavare in un campo che ormai è usualmente visitato da turisti in cerca di ricordi della Chicago o della New Orleans di un'altra era oppure da Woody Allen quando preferisce distrarsi al clarinetto piuttosto che stare dietro la macchina da presa. The Jazz Age è solo questo. Mezz'oretta di amabili suoni, ben ordinati e di rimando. Una bella copertina, "dolci" disegni interni, confezione curata, poche pretese. Dietro forse ci possono essere tutte le ricerche para-filosofiche che volete, l'eleganza innata di Ferry e la cornucopia dispensatrice di gioia e felicità ma, sebbene il paradigma possa offrire di più, almeno noi di stelle e di gioia non ne riusciamo a vivere più di tante. Con buona pace dello "sceicco d'Arabia" e del "Grande Gatsby". Grazie Bryan per averci reso partecipi della festa dei tuoi quarant'anni di carriera. Peccato che Bix Beiderbecke non abbia potuto essere presente nell'incisione. Si sarebbe divertito. E, per favore, non avertene, infine, se la nostra recensione non ti regala le quattro stelle che molte altre riviste e magazine chic sicuramente assegneranno a questo disco per molto tempo ancora. Playboy, ad esempio, aveva - se non ricordo male - una splendida pagina dedicata alla "Cocktail music". Vedrai che ti danno un premio speciale.

Track Listing: 01. Do the Strand – 2:10; 02. Love Is the Drug – 3:14; 03. Don’t Stop the Dance – 2:51; 04. Just Like You – 3:24; 05. Avalon – 2:23; 06. The Bogus Man – 2:07; 07. Slave to Love – 2:38; 08. This Is Tomorrow – 2:27; 09. The Only Face – 2:57; 10. I Thought – 2:36; 11. Reason Or Rhyme – 4:15; 12. Virginia Plain – 2:14; 13. This Island Earth – 4:24.

Personnel: Colin Good (piano); Enrico Tomasso (cornetta, tromba); Malcolm Earle-Smith (trombone); Richard White (sassofoni, clarinetti); Robert Fowler (sassofono, clarinetto); Alan Barnes - (sassofono, clarinetto); Martin Wheatley (banjo, chitarra); John Sutton (batteria).

Title: The Jazz Age | Year Released: 2013 | Record Label: BMG

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