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Tyshawn Sorey: The Inner Spectrum of Variables

Enrico Bettinello By

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Ok, proviamoci. Proviamo a parlare di questo disco uscendo dalle convenzioni che di solito si adottano quando ci si pone di fronte a un percorso musicale come quello di Tyshawn Sorey.

Sorey non dovrebbe avere bisogno di troppe presentazioni. Oddio, magari in un'Italia del jazz mediamente poco curiosa di quello che sta oltre il conosciuto o l'ultima moda del momento, magari c'è anche chi non sa chi sia.
Se l'hai visto dal vivo impossibile dimenticarlo. Sia per la fisicità corpulenta cui corrisponde -o forse per qualcuno "non" corrisponde -un cipiglio un po' serioso e giustamente concentrato sulla musica. Sia perché è uno dei batteristi più originali, dotati e intelligenti che si siano ascoltati negli ultimi anni.
Ma anche se solo l'hai ascoltato su disco. Con Vijay Iyer o con Steve Coleman, con Steve Lehman o Kris Davis, con Wadada Leo Smith o John Zorn...

Se lo conoscete un po' saprete anche che Sorey è artista particolarmente interessato alla composizione: ha un dottorato alla Columbia, ha ricevuto il Doris Duke Impact Award nel 2015, dal prossimo anno sostituirà nientemeno che Anthony Braxton alla Wesleyan University e ha già pubblicato qualche disco dedicato al suo aspetto di compositore.

Non è certo il primo musicista africano-americano di estrazione jazzistica a cercare in modelli compositivi articolati -spesso di tradizione novecentesco-europea -una strada personale (in questo senso il lato AACM la fa da padrone, pensiamo a Henry Threadgill, Roscoe Mitchell, Muhal Richard Abrams, ovviamente allo stesso Braxton o, più recentemente anche a Iyer) e non è certo il primo il cui lato "serio" (chiamiamolo così per intenderci, non prendetela alla lettera) trova alla fine un riscontro meno significativo di quanto il ruolo di questi lavori meriterebbe ad uno sguardo più ampio.

Perché la questione della ricezione, che vi piaccia o no, alla fine è sempre rilevante.
E se è vero che esiste una buona comunità di ascoltatori che, per approccio e storia personale, ama ascoltare senza barriere sia la cosiddetta "contemporanea" che il jazz di ricerca (e che spesso trova in un "avanguardismo" di natura schiettamente novecentesco il comun denominatore di questi mondi), è altrettanto vero che molti ascoltatori più "jazz," che hanno strabuzzato gli occhi dal piacere a ascoltare Sorey con Steve Coleman o Vijay Iyer possano dedicare a dischi come The Inner Spectrum Of Variables un ascolto meno entusiasta e magari un imbarazzato "però che palle!" bisbigliato a mezza bocca.

Accade poi d'altro canto che il mondo della musica "colta" rischi di riservare poca attenzione a artisti che tende a rubricare come provenienti da altre scene e che tenda a accusare di naïveté ogniqualvolta (cioè praticamente sempre) non riesce a classificarli dentro i confini rigidi delle discendenze accademiche.

Cosa troviamo quindi in questo nuovo lavoro, un doppio CD pubblicato dalla sempre splendida PI Recordings? The Inner Spectrum of Variables è una lunga composizione per doppio trio suddivisa in sei movimenti, una "Reverie" centrale e una "Reprise" finale.
Il doppio trio giustappone (o fonde) una metà strumentalmente più jazzistica, con Cory Smythe al pianoforte, Chris Tordini al contrabbasso e lo stesso Sorey a batteria e direzione a un'altra più cameristica con Chern Hwei Fung al violino, Kyle Armburst alla viola e Rubin Kodheli al violoncello.

Nelle note accluse al disco, Sorey dichiara esplicitamente l'influenza di Butch Morris su questa musica, insieme a quella di Harold Budd e di Braxton. Sebbene il disco ce ne offra ovviamente solo una versione, la partitura è infatti flessibile, dal momento che prevede la possibilità di molti "interventi" di conduction (attraverso un lessico di gesti), oppure che i performer si attengano a regole improvvisative predeterminate o non improvvisino affatto.

Quello che ascoltiamo nelle quasi due ore di questo doppio è fondamentalmente -generalizzando -una musica di accensioni visionarie novecentesche, con alcune fasi molto dilatate e un aggregarsi di strumenti sempre variabile. Pochissimi i momenti in cui l'aspetto ritmico viene evidenziato, come accade all'inizio del terzo movimento o quando, nel bel quarto movimento, si spalanca un paesaggio dal profumo marcatamente zorniano. È un ascolto che richiede impegno, che presuppone che l'ascoltatore abbia pazienza e che sappia decodificare con chiarezza alcune evidenti strategie sonore e alternativamente lasciare che siano parte di un flusso emotivo.
I musicisti sembrano sempre molto intensi e attenti a eccedere (quasi in senso filosofico) il concetto di sintesi che inevitabilmente emerge dai grandi disegni di Sorey, anche se in alcune parti si va un po' troppo per le lunghe.

Io alla fine, non so esattamente che dirti, caro Tyshawn Sorey (e caro lettore se hai pazientato fin qui).
So che mi sembra un lavoro interessante -e sarebbe bello poterne sentire più versioni per capire tutte le potenzialità della partitura -e che sei un musicista di provata eccellenza.
So anche, e lo devo dire, che in alcune parti mi sembra di ascoltare una cosa tanto simile a molte che ascolto nei (prevalentemente tediosi) festival di musica contemporanea in Europa e sono proprio quelle cose da cui mi capita di pensare che voglio fuggire, che non mi rappresentano e fanno difficoltà a raccontare a me -pensa te a un pubblico più giovane e meno benintenzionato! -l'urgenza del presente.

Però mi ero ripromesso di uscire dalle solite convenzioni e quindi voglio continuare a pensare questo tuo disco pienamente incastonato nella tua evoluzione di compositore e improvvisatore, cosa che mi fa dire che è certo un buon lavoro e che, "voltairianamente," mi batterò perché tu possa continuare questa splendida carriera accademica.

Ma, dopo i molti ascolti che ho dedicato al disco per recensirlo, non me la sento di dire che mi faccia davvero battere il cuore.

Track Listing: Disc 1: Movement I (Introduction); Movement II; Movement III; Disc 2: Reverie; Movement IV; Movement V + VI + Reprise.

Personnel: Tyshawn Sorey: drums; Cory Smythe: piano; Christopher Tordini: bass; Fung Chern Hwei: violin; Kyle Armburst: viola; Rubin Kodheli: violoncello.

Title: The Inner Spectrum of Variables | Year Released: 2016 | Record Label: Pi Recordings


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