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Il Claudia Quintet al Sudwerk Club di Bolzano

Giuseppe Segala By

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The Claudia Quintet
Club Series
Sudwerk Club
Bolzano
18.03.2015

Il Sudwerk Club di Bolzano funziona come supporto alla programmazione dell'Alto Adige Jazz Festival, in una sorta di tessuto connettivo che distribuisce i concerti lungo tutto l'arco dell'anno (dall'autunno alla primavera), per arrivare senza una dolorosa pausa invernale al cartellone del festival, programmato quest'anno dal 26 giugno al 5 luglio. Dunque spesso agli appuntamenti del piccolo club, che ha l'atmosfera di una cave parigina, intervengono musicisti che poi si vedranno con altri progetti nella rassegna estiva, e comunque il discorso legato alla programmazione nel club anticipa o prosegue quanto è proposto nel festival.

Il concerto del Claudia Quintet, guidato dal batterista e compositore John Hollenbeck, portava a Bolzano per la prima volta il musicista, con un'edizione della storica formazione che vede il nuovo entrato Jeremy Vimer al clarinetto e sax tenore in luogo di Chris Speed. Il giovane solista è perfettamente integrato nei complessi meccanismi del quintetto, e porta nei suoi momenti in solo una verve muscolare, a volte di stampo coltraniano. Ma naturalmente ciò che risalta in primo luogo nell'organizzazione del gruppo è proprio l'immagine di insieme, del meccanismo perfettamente oliato in cui si muovono come ruote dentate i singoli elementi.

Il motore di Hollenbeck per un verso dà l'impressione di muoversi come un sistema basato su ruote dentate di varie dimensioni: ognuna, a seconda della dimensione, si muove a velocità diversa, ma tutte contribuiscono a creare un moto costante, fluido, implacabile. Naturalmente la metafora del motore è solo una delle possibili, e descrivere la musica del quintetto attraverso una suggestione meccanicista sarebbe davvero riduttivo. Al contrario, è proprio la quantità e la qualità dei contrasti tra precisione meticolosa e respiro emotivo che apre continuamente nuove dimensioni e prospettive alla musica.

Conosciamo le caratteristiche della composizione di Hollenbeck: il quintetto è usato con criteri orchestrali, talvolta a vere e proprie sezioni, sempre con grande attenzione al dosaggio e alla fusione delle singole voci. Le voci del vibrafono di Matt Moran, della fisarmonica di Red Wierenga, del contrabbasso di Drew Gress, delle ance e della batteria entrano in un gioco di abbinamenti e contrasti in cui i ruoli si scambiano nella creazione di linee melodiche, riff e scansioni ritmiche, in continua tensione e fusione. In certi episodi si evocano gli schemi iterativi e le sonorità della minimal music, ma è solo un ingrediente funzionale: si esce subito e con intelligenza creativa da quei modelli, passando ad altro. Le virate espressive e tematiche sono spesso affidate alla batteria del leader, che passa con disinvoltura dalla funzione connettiva a quella di indicatore di una nuova direzione. Esemplare in tal senso il brano "September 9th Wayne Phases," tratto dal più recente album del quintetto, in cui è la stessa batteria che tiene le redini di tutta la narrazione, pur non cedendo mai allo schema stantio del brano "batteristico."

Foto
Daniele Torresan.
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