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Neneh Cherry & The Thing: The Cherry Thing

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A chi è abituato a muoversi nell'ombra, tra i vicoli angusti e gli scantinati bui dell'avant-jazz, non capita spesso di avere a che fare con una stella di prima grandezza. D'accordo, un po' fuori dal giro, e ferma, discograficamente parlando, a Man, anno di grazia 1996. Ma pur sempre un'artista capace di sfornare hit milionarie tipo "Kisses on the Wind," "Buffalo Stance," e "7 Seconds". Roba dell'altro mondo per il quartierino jazz, ordini di grandezze e di idee inconcepibili.

Eppure, a pensarci bene, non è poi così strano che Neneh e i The Thing si siano incontrati. Svezia a parte, il Paese nel quale Mats Gustafsson e la Cherry sono nati 48 anni fa, il rendezvous ha tutte le carte in regola per rientrare nella categoria del "prima o poi doveva succedere". Da una parte la figlia adottiva di Don Cherry, cantante che, a prescindere dal successo planetario e dalle classifiche, il vizio di sporcarsi le mani ce l'ha dai tempi dei Rip Rig + Panic; dall'altra un trio scandinavo che il marchio "Don Cherry" lo porta impresso nel nome, in quelle due lettere, "The Thing," rubate al titolo di un brano di Where Is Brooklyn? (disco Blue Note del '66). Insomma, un cerchio che si chiude. Soprattutto per la rediviva Neneh, che mai aveva avuto il coraggio di affrontare così a viso aperto le proprie radici.

Buon per noi che il coraggio l'abbia trovato, perché The Cherry Thing (a proposito, titolo meraviglioso) è quanto di meglio potesse capitare al jazz, non solo avant, di questi tempi. L'equilibrio tra la ruvida aggressività del trio scandinavo, che non sveste i panni che è solito portare, e la vena "pop" della Cherry, ha del miracoloso. E alla base di questo magico equilibrio non ci sono calcoli, non c'è nessun compromesso. Due mondi che si credevano estranei, distanti, all'improvviso si incontrano, si scrutano e, con gioia mista a stupore, si scoprono simili. È la storia di un colpo di fulmine, The Cherry Thing: i primi a restare folgorati, in studio, furono Neneh, Mats, Ingebrigt e Paal. Ora tocca a noi.

E il cuore comincia a battere all'impazzata fin dall'iniziale "Cashback," scritta dalla Cherry (già, si è pure rimessa a scrivere). Niente comunque in confronto allo shock amoroso di "Dream Baby Dream," brano dei Suicide coverizzato a suo tempo anche da Bruce Springsteen. Dimenticate, però, la versione onirica del Boss. Qui ci si scotta le orecchie: otto minuti e passa di pulsazioni scandite dall'ostinato del baritono e dall'incedere marziale della sezione ritmica, mentre la voce, dimessa e quasi distante, ripete ossessivamente le poche parole che compongono il testo. Lo schema è di una semplicità disarmante, ma al crescendo non si può resistere.

Così come non si può resistere alla veemenza punk-ayleriana di "Too Tough to Die," pescata dal repertorio di Martina Topley-Bird. Simile per approccio e intensità l'omaggio agli Stooges di "Dirt," con il baritono al posto del basso di Dave Alexander e la Cherry nei panni di un Iggy Pop meno lascivo ma altrettanto sexy. Il meglio? I sei minuti di "Accordion," pezzo scritto dal rapper MF Doom: è qui che ci si accorge che al centro di tutto c'è la voce, intrisa di dolente fragilità, eppure capace di frustare e mordere. Siamo nel solco della scuola "black" che partendo da Bessie Smith e Billie Holiday ha risalito la storia della musica fino ad Erykah Badu. E il doveroso omaggio agli spiriti guida Ornette e Don, evocati in "What Reason" e "Golden Heart," è il degno suggello a un disco che è jazz fino al midollo.

Capolavoro.

Visita i siti di Neneh Cherry e The Thing.

Track Listing: 1. Cashback (Neneh Cherry); 2. Dream Baby Dream (Suicide); 3. Too Tough To Die (Martina Topley-Bird); 4. Sudden Movement (Mats Gustafsson); 5. Accordion (MF Doom); 6. Golden Heart (Don Cherry); 7. Dirt (The Stooges); 8. What Reason (Ornette Coleman).

Personnel: Neneh Cherry (voce); Mats Gustafsson (sax baritono); Ingebrigt Håker Flaten (contrabbasso), Paal Nilssen-Love (batteria).

Title: The Cherry Thing | Year Released: 2012

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