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Talos Festival 2018

Talos Festival 2018
Libero Farnè By

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Talos Festival
Varie sedi
Ruvo di Puglia
1-9.9.2018

Chi partecipa al Talos Festival di Ruvo di Puglia non deve andare alla ricerca dell'ortodossia jazzistica e nemmeno dell'ufficialità protocollare dell'evento paludato; se invece si aspetta creatività, partecipazione, passione e sorprese a non finire troverà certo pane per i suoi denti. Nell'edizione 2018, con la direzione artistica di Pino e Livio Minafra e il progetto coreografico di Giulio De Leo, è prevalsa una fervida dimensione laboratoriale, in cui discipline e culture diverse si sono incrociate in modo molto aperto e con un buon tasso d'improvvisazione. Più che in passato la popolazione del centro pugliese, dai bambini agli anziani, tramite le istituzioni, le associazioni e coordinatori molto motivati, è stata coinvolta in una serie di azioni preparatorie al festival: dalla grafica degli annunci sugli schermi al led all'arredo "vegetale" della biglietteria, dai workshop di danza per tutte le età all'allestimento di una mensa, luogo di incontro per gli artisti, i tecnici, i volontari, gli ospiti del festival.

Tema consolidato e caratterizzante del festival, al quale è stato dedicato anche un incontro mattutino alla presenza di addetti ai lavori e autorità politiche, è stato la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio bandistico, in particolare quello pugliese, in tutte le sue vitali espressioni attuali.

Le prime cinque giornate del festival, che sul sagrato della Cattedrale hanno visto sfilare formazioni bandistiche di varia origine, sono state chiuse da Guarda che Banda!, un complesso di ance e ottoni di ampie dimensioni, ma anche anomalo in quanto privo di clarinetti, proveniente da Turi, a Sud di Bari, e diretto in alternanza da Nuccio Gargano e Margherita De Pierro. Nel repertorio composito, ma soprattutto nella ricchezza degli arrangiamenti, nella compattezza della pronuncia dell'insieme e anche nel tipo di presenza scenica l'esuberante e nutrita formazione ha dimostrato cosa possa diventare oggi la tradizionale banda di paese. Con un connubio audace in un paio di brani alla musica ha fatto riscontro la danza contemporanea del gruppo di professionisti che hanno partecipato alla masterclass della coreografa finlandese Sanna Myllylahti.

Ma l'apoteosi della musica bandistica compromessa con altre esperienze della contemporaneità si è verificata tre sere dopo sul palco principale di Piazzetta le Monache, dove si è esibita La Banda, larga formazione vecchia quanto il Talos festival e composta da storici e validi musicisti. Nei primi quattro brani tratti dal repertorio tradizionale per banda, comprese due trascrizioni dalla Norma e dal Barbiere di Siviglia, la direzione di Michele Di Puppo ha fatto subito balzare in evidenza le qualità straordinarie della compagine: attacchi brucianti, crescendo poderosi, l'alternanza di pianissimo e fortissimo, il virtuosismo dei singoli strumentisti, perfino il gusto per l'ironia e le gags.

Questi e altri aspetti dinamici e timbrici sono stati variamente articolati nei brani successivi, quasi tutti scritti per l'occasione da vari autori, che li hanno diretti a volte con la presenza di ospiti. Ai riferimenti alla tradizione greca della composizione di Donato Semeraro ha fatto seguito l'anima siciliana dei fratelli Mancuso con gli arrangiamenti di Livio Minafra. Vittorino Curci ha letto una gustosa novella di Boccaccio tradotta nel dialetto di Noci mentre Pino Minafra dirigeva un suo brano. Michel Godard, ospite anche in altri brani, ha arrangiato per La Banda un pezzo di Charlie Haden. Cesare Dell'Anna ha portato vivaci sapori balcanici e sortite clownesche, per poi lasciare il posto all'approccio più sperimentale della conduzione di Nicola Pisani, all'interno della quale Curci ha recitato un paio di sue poesie. Non poteva mancare come bis il contagioso "Fantozzi" di Minafra. Quasi tre ore di musica hanno testimoniato la vitale attualità di questa formazione pugliese, siglando una serata forse non sempre allo stesso livello qualitativo, ma memorabile per l'immaginifica varietà degli accenti e la potenza espressiva.

Come abbiamo già anticipato, l'altro tema portante di questa edizione era il connubio fra musiche di varia natura e le coreografie risultate dai vari laboratori coordinati da Giulio De Leo della compagnia ruvese Menhir. Soprattutto negli incontri pomeridiani nella corte dell'ex Convento dei Domenicani, che oggi ospita la Pinacoteca d'Arte Contemporanea, si è assistito a imprevedibili sviluppi interdisciplinari.
Il trio formato da Livio Minafra al pianoforte, Roland Neffe al vibrafono e Michel Godard alla tuba e serpentone, già documentato su disco, era collocato al centro della corte quadrata con il pubblico disposto sui quattro lati. I loro temi semplici ed evocativi hanno avviato un intreccio delle voci equilibrato, un tono brioso e rilassato, una narrazione ora intimista ora più mossa. Ma i momenti più magici e misteriosi si sono verificati quando alle venti finestre del piano superiore sono apparse altrettante donne di varia età, alternandosi con il loro alter ego infantile rappresentato da venti bambine; tutte, donne e bambine, vestite di bianco. Le loro lente e minime movenze simboliche si sono sovrapposte alla musica, scandendo una memoria personale e collettiva dal carattere tipicamente mediterraneo.

Il pomeriggio seguente la componente musicale era nelle mani della coppia greca Sakis Papadimitriou—Georgia Sylleu. Anche quando si affida a mezzi empirici come la manipolazione della cordiera, il pianismo di Papadimitriou sembra perseguire un nostalgico e onirico ricongiungimento con lo spirito della poesia e della musica dell'antica Grecia. Ne sono risultate sintetiche evoluzioni, per lo più modali, risonanti e sospese o più ritmate, sulle quali la partecipata e variamente modulata emissione vocale della cantante, su antichi testi poetici, ha esasperato ora il disteso andamento della canzone ora una ricerca più sperimentale. L'inserimento della coreografia "Passionale," pensata da De Leo in funzione di coppie under 50 diversamente abili, ha creato un percorso sulla "fragilità del gesto e delle relazioni umane," risultando non solo consonante con la parte musicale, ma per alcuni aspetti emozionante e sorprendente.

La stessa sede ha ospitato incontri in cui la componente "danza" era più professionale, ottenendo risultati formalmente più maturi, ma anche più risaputi. Vincenzo Mazzone ha opportunamente riproposto la sua composizione Genesis 2 del 1989, dirigendo un ensemble di percussioni formato da nove suoi validi allievi del Conservatorio di Monopoli. Un movimentato percorso, oscillante fra matrici ancestrali e proiezioni nel futuro, ha racchiuso tutta la potenza ritmica ed espressiva delle percussioni, fornendo l'invidiabile materiale su cui il danzatore Rodolfo Piazza Pfitscher Da Silva ha potuto improvvisare movenze flessuose e snodate variamente combinate.

"In the Middle" era invece il titolo del lavoro sortito dall'atelier di creazione coreografica per professionisti, durato due settimane e tenuto dalla già citata Sanna Myllylahti. Lo si potrebbe definire un tentativo di definire provvisoriamente un'idea di spazio, più che una codificata gestualità coreografica: spazio inteso come contenitore fisico e plasmabile dell'azione umana e anche come luogo dell'anima. L'interfaccia musicale era fornito dalle mobili, un po' fosche strutture disegnate dal contrabbasso di Giorgio Vendola.

Tornando ai concerti a pagamento in Piazzetta le Monache, per una serata lo sguardo è stato rivolto verso Est, mettendo a confronto due esempi di culture tradizionali molto diverse fra loro e comunque rivisitate con un'ottica decisamente personale e attuale.
Sul suo composito ma non abnorme set percussionistico l'indiano europeizzato Trilok Gurtu ha condotto un assolo lungo e organico, forse più misurato, "autobiografico" e meno esteriormente effettistico rispetto ad altre apparizioni. Il vertice espressivo, per le cangianti ed enfatiche risorse sonore dovute all'amplificazione, ma anche per gli aspetti visivi, è stato raggiunto quando Gurtu ha agito attorno ad un secchio d'acqua con mazze e gong.
Il coro bulgaro Angelite, di voci femminili, ha intonato canti di varia origine e natura, da reinterpretazioni di canzoni della tradizione contadina a composizioni recenti, con quegli impasti armonici e quelle inflessioni individuali che suonano così tipici ai nostri orecchi.

Una ventata di autenticità siciliana, o meglio una forte, personale, macerata interpretazione di uno spirito autenticamente siciliano, è venuta dai fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso. Una partecipata simbiosi di voci e vari strumenti è stata messa al servizio di canti della tradizione sacra e profana e di proprie composizioni, emanando un senso di profonda sacralità senza tempo. Negli ultimi due brani Michel Godard, con il quale i Mancuso vantano un'antica frequentazione, ha aggiunto colori e timbri pertinenti.

In fin dei conti, per dare una sintesi a questo resoconto, sull'onda di Trilok Gurtu, delle voci bulgare e dei fratelli Mancuso il discorso relativo agli altri gruppi apparsi sul main stage potrebbe concentrarsi proprio sul grado di autenticità.

Una convinta declinazione di certa napoletanità fra sacro e profano è stata esposta da Enzo Avitabile, la cui presenza scenica, in un rapporto di continua botta e risposta col pubblico, ha di volta in volta ricordato un imbonitore di piazza, un santone-guaritore, un fomentatore ed altro ancora, raggiungendo un effetto involontariamente parodistico. I Bottari di Portico che spalleggiavano il suo gruppo hanno scandito un ritmo metronomico con monolitica, ossessiva precisione.
Nello spettacolo Ciclopica, la pugliese BandAdriatica diretta dall'organettista Claudio Prima ha invece coagulato con un fervore inclusivo quasi possibilista musiche appartenenti non solo alle due sponde opposte dell'Adriatico, ma anche ad aree del Mediterraneo dell'Est e dell'Ovest, quasi replicando in musica il viaggio di Odisseo. In un episodio è ricomparso in scena l'immancabile Godard, vero beniamino del festival.

In merito alle apparizioni di queste due ultime formazioni non possono esserci dubbi sulla scaltrita professionalità, sulla comunicativa diretta, stentorea e coinvolgente, su una ritualità esasperata, visionaria, quasi surreale, intrisa di risvolti teatrali, e in definitiva anche sull'autenticità dei messaggi socio-umanitari veicolati... anche se, nel caso di Avitabile, qualche sospetto potrebbe sorgere sulla sincerità disinteressata, autentica e non furbesca, dell'adesione a quegli stessi massaggi.

Foto: Raffaele Puce.

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