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Sun Ra Arkestra: Sunrise in Different Dimensions

AAJ Italy Staff By

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C'è sempre un buon motivo per portarsi a casa un disco di Sun Ra, qualsiasi disco di Sun Ra. Nel caso di Sunrise in Different Dimensions, giunto alla quarta ristampa (la seconda in CD dopo le due edizioni in Lp), di motivi buoni ce ne sono almeno due.

Il primo, di natura, per così dire, accidentale, riguarda la singolare line-up dell'Arkestra. A Willisau, quella sera del 24 febbraio del 1980, non c'erano né tromboni, né contrabbassi: cinque ance, una tromba, due batterie e il pianoforte. Una visionaria intuizione? Manco per idea. L'ennesimo tour organizzato male. Sun Ra e i suoi erano appena sbarcati in Europa alla spicciolata. La totale disorganizzazione nelle trasferte dell'Arkestra era la norma. Qualcuno in Svizzera c'era arrivato, qualcun altro si sarebbe aggregato alla combriccola strada facendo. Ecco il perché di un'Arkestra in versione "light," nella quale il pianoforte può godere di ampi margini di manovra e di un'inedita visibilità, squisitamente esaltata da una registrazione vivida e brillante.

Motivo numero due: la mano di un produttore. Nella fattispecie, Werner X. Uehlinger, il signor Hat Hut. A lui dobbiamo il montaggio della scaletta. Dovendo condensare in due Lp il concerto di Willisau, Uehlinger decise di tagliare gran parte dei brani "spaziali," lasciando invece tutti gli standard. Monk, Ellington, Hawkins, Jelly Roll Morton, l'immancabile "Take the A Train" di Strayhorn e la bellezza di cinque pezzi pescati nel repertorio dell'orchestra di Fletcher Henderson, musicista per il quale Sun Ra nutriva un'ammirazione sconfinata (e al fianco del quale aveva lavorato a Chicago nel '46-'47): "Big John's Special," "Queer Notions," "Yeah Man!," "Limehouse Blues" e "King Porter Stomp". L'Arkestra in frac e papillon sarebbe diventata la norma negli anni a venire, ma nel 1980 il viaggio intergalattico verso l'età dell'oro delle big-band era appena agli inizi.

Non vi basta? Allora mettete in fila John Gilmore, Marshall Allen, Michael Ray e Danny Thompson, quattro dei migliori solisti che l'Arkestra abbia mai avuto. Immaginateli alle prese con il repertorio di cui sopra, esaltati da un pubblico in delirio. Energia, entusiasmo, genialità debordante.

Che altro vi serve? Non esitate, perdiana, non esitate.

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