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Stefano Merighi - Direttore Artistico del Centro D'Arte Padova

Vincenzo Roggero By

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All About Jazz: Il Centro d'Arte dell'Università di Padova ha una storia lunga più di settant'anni (è iniziata nel lontano 1945). Ce la puoi ricordare sottolineando i momenti chiave?

Stefano Merighi: Sì, è una storia unica nel suo genere, e complessa. Sintetizzando: il primo nucleo studentesco del Centro d'Arte promuoveva incontri di letteratura e arti figurative. Negli anni '50 subentra un interesse più specificamente musicale. Conferenze, rassegne tematiche, con al centro la musica da camera e quella contemporanea. Il jazz arriva già negli anni '50, spinto dall'impulso illuminato di Franco Fayenz. Nomi come quelli di Monk, Modern Jazz Quartet, Tristano, Bechet, hanno suonato per il Centro d'Arte. Negli anni '70 e '80 una nuovo team di direzione artistica caratterizza la programmazione enfatizzando l'interesse per la musica di ricerca. Importante fu la scelta di evitare la formula del festival—pur presente a tratti—e di continuare invece quella della rassegna annuale, con concerti cadenzati in tutto il corso dell'anno. In quei decenni si svilupparono contatti diretti con gli artisti, che favorivano proposte ad hoc, difficili da incontrare altrove. Ecco dunque il focus sull'AACM di Chicago, accanto agli sperimentatori irregolari come Musica Elettronica Viva, Morton Feldman, fino agli esordi italiani del ROVA, Diamanda Galás e Kronos Quartet. Ma il mainstream non era certo emarginato: l'importante era evitare la rassegna "di genere," spingere cioè una accanto all'altra tutte le musiche creative possibili. Per la scena elettronica molto importante fu il lavoro in tandem con il Centro di Sonologia Computazionale, così come quello attuale con SaMPL del Conservatorio, in grado di offrire produzioni di alto livello artistico e una tecnologia avanzata che permette condizioni di ascolto davvero rare. Da metà anni '90 in poi sono stato coinvolto anch'io, per affiancare Veniero Rizzardi nel delicato compito di garantire cartelloni di estrema varietà, sempre improntati alla documentazione del jazz e della ricerca contemporanea. Altre decine di concerti dunque, ma anche seminari, workshop, un memorabile convegno su Miles Davis... E la storia continua..

AAJ: Come si posiziona e come si differenzia rispetto alle altre proposte musicali presenti nel territorio?

SM: A Padova l'offerta musicale è densa, ci sono altre importanti associazioni, con il loro prestigio. Il jazz,ad esempio, è assai diffuso, c'è un festival cittadino ufficiale, molti appuntamenti sparsi. Il Centro d'Arte si distingue per una identità precisa: da anni abbiamo eliminato qualsiasi etichetta nominale dai nostri cartelloni, chi ci segue sa che le nostre proposte hanno il filo conduttore della sperimentazione, che per sua natura trascende i linguaggi codificati. Inoltre, nei limiti del possibile, cerchiamo di costruire situazioni inedite, talune in esclusiva. Ad esempio, i laboratori sull'improvvisazione tenuti da Mats Gustafsson e Otomo Yoshihide, ideati da Nicola Negri, che da alcuni anni è entrato nella direzione artistica. Oppure la recente rassegna su Salvatore Sciarrino, occasione preziosa e irripetibile. Rispetto ad altre realtà limitrofe, come dicevo prima, la nostra rassegna si differenzia anche per la continuità regolare della programmazione che, eccettuato il periodo estivo, copre tutte le fasi dell'anno.

AAJ: Come nasce la programmazione? Quali obiettivi ti poni e quali sono i criteri nella scelta dei musicisti?

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