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Stefano Bollani e Hamilton de Holanda all'anfiteatro del Museo Pecci di Prato

Neri Pollastri By

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Anfiteatro del Museo Pecci
Prato
27.06.2014

In un contesto forse troppo piccolo per l'aspettativa dell'evento e perciò incredibilmente affollato (all'ingresso si accalcavano decine di persone prive di biglietto), è andato in scena all'Anfiteatro del Museo Pecci di Prato il duo di Stefano Bollani e Hamilton de Holanda, attesissimi dopo l'acclamato CD O Que Serà, uscito alcuni mesi fa per ECM e registrato dal vivo nel 2012 al Jazz Middelheim Festival di Anversa.

E sulla falsariga di quel disco, basato essenzialmente su brani della tradizione brasiliana, si è mosso anche il concerto pratese, che dal punto di vista del programma e della cifra non ha certo offerto novità, inserendosi perciò per quest'aspetto nella oggi dominante serie di offerte tendenzialmente "pop," da fruire cioé sapendo già di cosa si tratta e anzi entusiasmandosene proprio perché già note e amate.

Il concerto ha così messo in fila una decina di composizioni, alcune presenti nel CD come "Luiza," "Beatriz," "Oblivion," altre non presenti ma dello stesso genere quali "Loro" di Egberto Gismonti, "Estate" o la suite di brani della tradizione italiana che ha concluso il programma prima dei bis. Tutte belle e tutte ben suonate dai due musicisti, davvero straordinari e impressionanti per controllo degli strumenti e intesa.

Proprio dall'incredibile bravura dei due protagonisti è tuttavia scaturito l'elemento che ha trascinato il concerto ben oltre il "pop" e l'"evento a cui non mancare": perché tanto Bollani al suo pianoforte, quanto De Holanda al bandolin—il suo mandolino a dieci corde—hanno non solo dato spettacolo grazie a un virtuosismo fenomenale, che permetteva loro di eseguire a tempi impossibili i raffinati e intricati temi brasiliani, ma hanno anche deliziato il pubblico con divertiti dialoghi improvvisati, siparietti al limite del cabaret—dei quali come si sa Bollani è maestro, ma che aveva in De Holanda un'eccellente spalla—e invenzioni musicali di ogni genere, che trasformavano ogni volta il "già noto" in qualcosa di "inaudito."

Un concerto, quindi, di alto livello, godibile a più livelli—apprezzandone i bei temi eccellentemente eseguiti, divertendosi delle boutade, lasciandosi dilettare dai formidabili pezzi di bravura dei due, partecipando al contagioso piacere che i protagonisti stessi mettevano in scena assieme alla musica...—e, per i suoi contenuti non scontati ed estremamente raffinati, anche un ottimo strumento per far fare a quell'ampia parte di pubblico palesemente non avvezza al jazz (cosa non fa la televisione...) un significativo passo verso gli aspetti più autentici di questa musica.

Foto
Andrea Paoletti.

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