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Fred Anderson: Staying in the Game

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Fred Anderson, grande vecchio del jazz chicagoano, voce epica di quella scena, non ha mai lasciato Chicago. Si è anzi prodigato per aprire nella città spazi indipendenti, dove si potesse portare e far vivere la musica improvvisata. Il Birdhouse, da lui fondato nel '77, durò ben poco, a causa di un vicinato ostile all'iniziativa. Nel 1982, il Velvet Lounge ebbe maggiore fortuna, diventando un punto di riferimento importante a livello internazionale che funziona tuttora.

La figura del sassofonista ottantenne è naturalmente legata alla vicenda dell'AACM, anche se Anderson non fu tra i fondatori dell'Associazione, come si sostiene in qualche testo. Partecipò invece al primo concerto organizzato dall'Associazione, con il quintetto di Joseph Jarman, il 16 agosto del 1965, insieme al trombettista Bill Brimfield, al bassista Charles Clark e al batterista Arthur Reed. Ma soprattutto, come ci ricorda George Lewis nello splendido volume A Power Stronger Than Itself, rappresentò un modello per le nuove generazioni di musicisti chicagoani, "un simbolo della combinazione di tenacia personale, continuità storica e integrità musicale radicale, da cui molti musicisti, dentro e fuori l'AACM, vengono ispirati".

Registrato in una domenica pomeriggio del novembre 2008, Staying in the Game prende il via da "Sunday Afternoon," brano che si snoda tenace in più di 24 minuti. Sembra una domenica tranquilla, scandita dal regolare walking bass di Harrison Bankhead, narrata dal timbro scuro e poderoso del tenore di Anderson, qui catturato dai microfoni con una profondità esemplare. Un suono avvolgente come la voluta di fumo che esce dal fornello di una buona pipa, ma spesso e ruvido come una radice. Le figure del sax sono allentate, anche se in costante sintonia dialogica con la batteria di Tim Daisy.

Ma dopo dieci minuti circa, la materia giunge all'incandescenza, una serie di scambi energici tra sax e batteria prelude a un raddoppio del walk, sul quale Anderson si tuffa in uno scandaglio delle note gravi e intavola fraseggi serrati. Basterebbe questo brano iniziale per far guadagnare un giudizio di eccellenza all'album. Termini di riferimento recenti sono i dischi Blue Winter, registrato nel 2004 in trio con William Parker e Hamid Drake, e Timeless, del 2005, con Bankhead e Drake. Qui siamo sullo stesso livello di intensità e varietà di ispirazione, di coerente spontaneità del flusso creativo.

Ogni brano narra un'avventura: "The Elephant and the Bee" si snoda sull'interazione serrata di sax e contrabbasso, prima nell'amalgama timbrico e nei contrasti creati con l'archetto, poi in un frenetico pizzicato, che tesse uno spericolato contrappunto. Il canto del tenore si fa scarno e di intensa poesia in "Wandering," dall'arcano sapore africano, mentre "Springing Winter" mette in risalto l'interazione con la batteria di Tim Daisy, che pulsa e costruisce con incredibile respiro anche nel conclusivo "Changes And Bodies And Tones," sigillo di un album dalla rara bellezza.

Track Listing: Sunday Afternoon; The Elephant and the Bee; 60 Degrees in November; Wandering; Springing Winter; Changes and Bodies and Tones.

Personnel: Fred Anderson: tenor saxophone; Harrison Bankhead: bass; Tim Daisy: drums.

Title: Staying In The Game | Year Released: 2009 | Record Label: Engine

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