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Derek Bailey: Standards

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Natale, sempre Natale. Con il Derek Bailey degli ultimi anni non c'è verso di sfuggire a questa ricorrenza, nel bene e nel male. Il ricordo va al Natale 2005, quello che se l'è portato via [ma una volta Babbo Natale non si accontentava di latte e biscotti?], ma se ci spingiamo qualche anno più addietro, nel 2001, il quadretto è assai meno sconfortante.

Immaginatevi - se vi riesce - una cena natalizia a New York, con Derek e Karen Bailey che invitano John Zorn e Ikue Mori: una chitarra nuova, il piacere di un buon bicchiere e Derek incomincia a suonare per i suoi ospiti. Dalle sue dita escono, complice il bellissimo suono del nuovo strumento, alcuni standards, deliziosamente reinventati. Nel gennaio 2002 Bailey entra così agli Avatar Studios e registra i sette pezzi che ora vengono pubblicati, per la prima volta, dalla Tzadik.

Tornato in terra inglese, Bailey preferisce però ridefinire ulteriormente il proprio approccio solitario agli standard e registra i brani che andranno a formare quel disco meraviglioso che è Ballads ed è questo il motivo per cui abbiamo dovuto attendere fino a ora per ascoltare questa sua prima avventura a tu per tu con immortali temi del jazz.

Guai però a considerare questo Standards come una sorta di "prova" del successivo Ballads: i due lavori hanno ciascuno una propria, fortissima, autonomia espressiva e sono quanto di più essenziale e emozionante si possa richiedere a un indomito esploratore della musica e dello strumento per farla come era Derek Bailey.

Nascosti dietro titoli da cui traspare una tagliente ironia ["When Your Liver Has Gone", tanto per dirne uno], i temi di classici come "What's New" o "You Go to My Head" appaiono [di norma alla fine dell'improvvisazione, quasi un punto d'arrivo] e scompaiono come inquieti spettri, con Bailey intento a scandagliarne ogni dettaglio, ogni fibra armonica, molodica, timbrica, in un gesto che risulta al tempo stesso, primitivo e raffinatissimo.

Si doveva attendere Bailey per comprendere che uno standard, anche arcinoto, ci dice molto più di sé di quello che le 32 battute e la gabbia spaziotemporale-armonica non permettano? Che ci racconta un mondo, una storia, che è un grimaldello a doppia faccia, in grado di scardinare se stesso e anche l'anima di chi lo suona? Certamente no - e molti altri lo hanno capito - ma l'essenzialità con cui il chitarrista inglese affronta questa ora scarsa di paradiso è qualcosa che non può e non deve essere dimenticato.

C'è forse, rispetto a Ballads, una tensione ancora più accesa - e meno malinconica - tra lo sciamano che sta tirando fuori i suoni e la canzone da cui li sta evocando. C'è una sorta di mutuo rispetto/diffidenza che si frantuma in piccole saette taglienti di energia. C'è un'idea di linguaggio che è ancestrale e irrinunciabile, che spiega meglio di qualsiasi parola la grandezza di Derek Bailey.

Track Listing: Nothing New; Frankly My Dear I Don

Personnel: Derek Bailey: solo acoustic guitar.

Title: Standards | Year Released: 2007 | Record Label: Tzadik

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