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Snarky Puppy al Roma Jazz Festival

Mario Calvitti By

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Snarky Puppy
Roma Jazz Festival 2018
Cavea Auditorium
07.07.2018

Uno dei fiori all'occhiello di questa nuova edizione estiva del Roma Jazz Festival è sicuramente il concerto degli Snarky Puppy, unica data italiana nel breve tour europeo. Fin dalla loro fondazione nel 2005, il gruppo (ma sarebbe meglio definirlo un collettivo, vista la gran quantità e varietà dei musicisti che si alternano nella formazione) si è rapidamente imposto come il maggiore esponente della fusion jazzistica del nuovo millennio, suscitando paragoni (un tantino azzardati) con i Weather Report di trent'anni prima. Al di là di simili accostamenti è indubbio che l'ensemble di Brooklyn (anche se nato in Texas, quando molti dei suoi membri frequentavano la locale università prima di trasferirsi nella Grande Mela) sia una potente macchina da spettacolo, che dà il meglio di sé nelle esibizioni dal vivo (e non a caso molti dei loro dischi sono incisi live in studio, davanti a un pubblico reale anche se numericamente limitato). La loro musica trascina e dà la carica, in un mix ben equilibrato di funky/groove e rock, più da jam band che da big band jazzistica.

A Roma si sono presentati in nove, guidati dal loro fondatore, il bassista Michael League, con tre tastiere affidate a Shaun Martin, Bobby Ray Sparks e Justin Stanton (quest'ultimo occasionalmente anche trombettista), due batteristi (Nate Werth, anche percussionista, e Larnell Lewis), il chitarrista Mark Lettieri e due fiati (Chris Bullock al sassofono e flauto, e Mike Maher alla tromba). Fin dai primi brani ("Gø," guidato dal caratteristico riff di basso, e "Beep Box" dall'ultimo CD Culcha Vulcha, seguiti da "Whitecap" tratto da Tell Your Friends) hanno preso per mano il pubblico, e non lo hanno più mollato fino al finale con i due bis, richiesti a gran voce, "Shofukan" e "Lingus," entrambi tratti da We Like It Here. Nel mezzo anche altri brani come "Kite," "Grown Folks" e "Binky," accolti con entusiasmo dal pubblico fin dalle prime note, nei quali un po' tutti i musicisti hanno modo di mettersi in mostra con assoli anche abbastanza estesi; decisamente più jazzistici quelli dei fiati di Bullock, Maher e Stanton, rockeggiante la chitarra di Lettieri, corposamente funky il basso di League. Colpiscono solidità e compattezza del gruppo, alle prese con arrangiamenti complessi nonostante la apparente semplicità dei temi. Proprio questa è la chiave del successo del gruppo, che sceglie di privilegiare l'immediatezza nella comunicazione col proprio pubblico a scapito della ricerca di direzioni più avventurose nella loro musica (a differenza di quanto fatto dai norvegesi Jaga Jazzist, uno dei gruppi contemporanei che più si avvicina agli Snarky Puppy come impostazione generale).

Quella proposta dalla band americana rimane comunque una piacevolissima forma di entertainment di altissimo livello, generalmente apprezzabile e mai banale, anche se ormai la novità e la freschezza dei primi tempi sono ingabbiate in una forma di routine che tende a limitarne le possibilità di sviluppo; ma basta lasciarsi andare ai loro groove perché in fondo la cosa non abbia più molta importanza. Va dato pieno merito a League e ai suoi compagni di aver saputo trovare la formula giusta per trovare il successo senza troppi compromessi, suonando per divertirsi e divertire, e riuscendoci.

Foto (di repertorio): Evert-Jan Hielema

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