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Sipario sul Torino Jazz Festival 2019

Libero Farnè By

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Torino, varie sedi
3-4.05.2019

Un assaggio del Torino Jazz Festival, partecipando solo alle due giornate conclusive, ha permesso di prendere atto di una delle scelte programmatiche, e cioè la volontà di portare alla ribalta musicisti torinesi di varie generazioni e notorietà, facendoli spesso interagire con ospiti internazionali. Non a caso anche i due direttori artistici del festival, Diego Borotti e Giorgio Li Calzi, sono jazzisti provenienti dal capoluogo piemontese. Fra le molte proposte distribuite nell'arco della giornata in varie sedi, diamo la precedenza ai concerti serali sul main stage delle Officine Grandi Riparazioni, grande e articolato spazio di origine industriale: ambiente affascinante certo, anche se con opportuni interventi potrebbero essere migliorate non di poco sia l'acustica che l'illuminazione.

Una delle produzioni originali del festival ha fatto interagire Stefano di Battista con l'americano Kyle Eastwood. Un set che si richiamava alla colonna sonora di Gran Torino, scritta da Kyle per il film del padre Clint uscito nel 2008, come poteva aprirsi se non con un tema scritto appositamente e intitolato "Torino Blues"? Hanno fatto seguito il motivo di Ennio Morricone da Nuovo cinema Paradiso e "Invitation," in ricordo di Massimo Urbani che ne fu un entusiasta interprete. Poi finalmente il tema da Gran Torino e altri brani più o meno noti si sono succeduti fino al bis a firma di Jaco Pastorius, in cui Diego Borotti col suo tenore è intervenuto come ospite. Il tutto era teso a sancire un mainstream esplicito, rotondo, senza soverchie pretese. Al contrabbasso sontuoso di Eastwood hanno fatto riscontro il contralto e il soprano di Di Battista, con la loro pronuncia arabescata e compiaciuta. Completavano il quartetto il pianista Fabio Gorlier e il batterista Alessandro Minetto, entrambi torinesi, che hanno brillato per la loro funzionale incisività.

Se il jazz di un gruppo come il quartetto italo-americano può diventare "maniera," rassicurante in quanto ribadisce una tradizione riconosciuta, a ragione anche l'elettronica del quartetto di Eivind Aarset, nella sua unica data italiana, rappresenta una "maniera," anche se più recente, allucinata e dall'impatto ineludibile. Alle OGR l'alto volume è stato modulato in un sound alonato, ronzante e stratificato. In particolare la chitarra del leader, grazie alle estensioni dell'elettronica, si è mossa fra semplici frasi evocative e rigonfiamenti saturi, armonicamente complessi, mentre il drumming raddoppiato di Audun Erlien e Erland Dahlen, azionando un ampio set di percussioni, ha prodotto una certa ricchezza timbrica, oltre che fitte trame ritmiche. L'improvvisazione collettiva della compatta formazione norvegese, nella sua concretezza corrosiva e anti-leziosa, ha creato un'atmosfera avvolgente e sempre di sovrastante densità.

Sul programma faceva una certa impressione vedere l'ottantatreenne Michel Portal come ospite del BBB Trio di Flavio Boltro. La collaborazione appare meno sorprendente se si pensa che il trombettista torinese risiede a Parigi da una ventina d'anni e che in passato fece parte del quintetto di Portal. Quindi avendo l'opportunità di integrare la sua formazione con un partner d'eccezione, non ha avuto dubbi ad invitare il grande clarinettista e sassofonista francese. Quest'ultimo si è comportato appunto come partner, più che da ospite d'onore, adeguandosi agli impianti dei brani di Boltro e agli spazi concessigli senza peccare di protagonismo. Sulle sue ance ha comunque dimostrato di possedere ancora inalterate sia la proverbiale capacità di sintesi sia l'incisività di pronuncia, inserendo qualche bruciante impennata. Anche Boltro per altro ha conferito al suo strumento una notevole maturità espressiva. Sui brani del leader, fra i quali ha spiccato il dinamico "Spinning," il BBB Trio, completato dai particolarmente motivati Mauro Battisti e Mattia Barbieri, ha quindi dato il meglio di sé.

In occasione dei suoi ottant'anni (che compirà in agosto), non poteva mancare nella "sua" Torino Enrico Rava (anche se solo per un caso è nato a Trieste). Ogni gruppo dell'inossidabile trombettista e leader possiede una sua fisionomia: se nella dimensione prettamente collettiva dell'attuale sestetto Tribe coesistono varie pulsioni che il leader governa e i temi si palesano gradualmente, nel New Quartet (con Francesco Diodati, Gabriele Evangelista ed Enrico Morello), attivo da alcuni anni, le relazioni risultano semplificate e l'interplay prosciugato. Nel concerto torinese, in apertura di ogni brano il tema è stato esposto dal trombettista affiancato dal controcanto delicato e sotterraneo del chitarrista. Quest'ultimo, a mio parere troppo debolmente amplificato, ha costruito i suoi interventi solistici in modo un po' reticente e laborioso, costituendo la componente più sperimentale della formazione. Rava, al flicorno, ha confermato una voce ancora bella, personale, a tratti struggente, mentre gli insostituibili Evangelista e Morello hanno mantenuto sempre elevata la tensione dinamica.

La chiusura alle OGR è stata affidata ad una proposta eccentrica per un festival jazz, ma di grande interesse e carica d'energia positiva, anche se non confacente a suscitare il tripudio del pubblico: mi riferisco alla solo performance del pianista svizzero Nik Bärtsch, della scuderia ECM. Dotato d'indubbia tecnica e sensibilità pianistica, egli ha perseguito un sistematico processo minimalista: passando da linee semplici a complesse accumulazioni successive sono stati costruiti insiemi di notevole elaborazione metrica e armonica. Per non cadere in una parabola troppo statica e prevedibile sono intervenute deviazioni trasversali: sapienti interventi sulla cordiera, note ribattute con enfasi sempre diverse, ampie risonanze, crescendo percussivi e smorzamenti... Questi accorgimenti hanno nutrito un arco narrativo con una sua precisa ragione d'essere, pieno di sorprese e di belle idee. Il jazz era lontano, eppure alcuni passaggi mi hanno ricordato il pianismo incantatorio di Mal Waldron.

Fra gli appuntamenti pomeridiani, lo spettacolo multimediale "Eleven. Undici solfeggi futuristi," allestito all'Aula Magna del Politecnico, si è rivelato lodevole, pieno di stimoli e sorprese. L'ottetto Ossi duri, coordinato da Marco Tardito e coadiuvato dalle ricerche di Giuseppe Virone, ha ripercorso le "pazze" e trasversali invenzioni del movimento d'avanguardia d'inizio Novecento. Partendo dal manifesto sulla musica futurista di Francesco Balilla Pratella, la performance ha preso varie strade, supportata da voce recitante, proiezioni filmiche, strumenti autocostruiti, costumi estrosi... Ha fatto inoltre riferimento alla cucina, all'abbigliamento, alla poesia del Futurismo... oltre a sollecitare l'interazione del pubblico, che tramite il supporto informatico poteva intervenire in alcune scelte esecutive.

Nell'accogliente Auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo invece è stato di scena il trio torinese Accordi Disaccordi. Ben noto, per aver partecipato a numerosi altri festival ovunque e per il suo approccio alla musica gipsy, a Torino ha affrontato una rievocazione del grande Django Reinhardt, introducendo almeno tre novità. Innanzi tutto l'aver usato la chitarra Selmer che negli anni Quaranta era stata suonata da Reinhardt durante il suo soggiorno italiano. Inoltre la presenza di due ospiti d'eccezione: l'attore Giorgio Tirabassi, che ha letto un partecipato testo su alcuni episodi della vita del Maestro, intervenendo anche in veste di chitarrista, e il violinista Florin Nicolescu, uno degli allievi di Stephane Grappelli, che ha portato all'esibizione un arricchimento autentico e prezioso.

Nell'ultimo concerto pomeridiano, all'Auditorium del Conservatorio Giuseppe Verdi, dall'acustica tutt'altro che impeccabile, è stato accolto il trio Tres Coyotes, che raggruppa tre forti individualità provenienti da esperienze diverse: il mandolinista e bassista John Paul Jones, il violoncellista Anssi Karttunen e il pianista Magnus Lindberg. Ognuno di loro ha introdotto una propria visione musicale: il pianismo di Lindberg ha racchiuso tutte le complessità strutturali ed espressive della musica classica; ai glissando del violoncellista erano dovuti gli aspetti più eccentrici e ironici, mentre il contributo di Jones si è concentrato su una componente improvvisativa, dall'impronta calligrafica e imprevedibile. Da brani in trio si è passati a brani in duo e anche in solo, tutti dalla mirata caratterizzazione: la composizione fissata su estese partiture non ha escluso l'improvvisazione assoluta. A livello di volume, di dinamiche, di ricchezza timbrica il loro set ha proceduto a ondate, secondo un'alternanza di addensamenti e rarefazioni. Un set di non facile lettura in definitiva, che forse non ha soddisfatto le attese di parte del folto e giovane pubblico.

Foto per gentile concessione del TJF.
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