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Sergio Cammariere: solo nome e cognome

AAJ Italy Staff By

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Nell'essenza, io sono un pianista: mi auguro in futuro di poter realizzare dei dischi di solo piano, anche perché di materiale registrato ne ho già parecchio.
È appena uscito il nuovo album di Sergio Cammariere, con un titolo quanto mai asciutto: il suo nome, il suo cognome, e stop (clicca qui per leggere la recensione). L'artista calabrese l'ha presentato alla stampa l'8 marzo al Conservatorio di Milano, in particolare attraverso uno showcase che ha rappresentato congiuntamente anche un'anteprima del tour che parte il 19 marzo da Bologna (EuroAuditorium), per toccare poi Roma (1° aprile, Parco della Musica), Milano (5 aprile, Arcimboldi), Padova (14 aprile, Gran Teatro Geox), Verona (16 aprile, Filodrammatici) e Napoli (23 aprile, Teatro Bellini).

Il miniset (otto brani) ha alternato pezzi storici, a iniziare da tre icone provenienti dal primo album quali "Tempo perduto," "Sorella mia" e la titletrack, "Dalla pace del mare lontano," come sempre magistrali, trascinanti, a brani nuovi, contenuti appunto in questo Sergio Cammariere. Erano con lui i fedelissimi Fabrizio Bosso, tromba, Luca Bulgarelli, contrabbasso, Amedeo Ariano, batteria, e Bruno Marcozzi, percussioni. Né è mancato il tempo per fare quattro chiacchiere, ovviamente, sul nuovo nato ma non solo. Eccone il resoconto.

All About Jazz: Dopo tanti titoli "ornati," anche evocativi, come mai uno così secco, essenziale?

Sergio Cammariere: Perché credo che questo disco racchiuda un po' la sintesi della mia anima, della mia vicenda musicale. C'è dentro un melting pot di generi che fanno tutti parte di me: pop, swing, chanson, new age, anche qualcosa di progressive.

AAJ: E ci sono anche alcune dediche, una in particolare, a Pepi Morgia, scomparso pochi mesi fa.

S.C.: A Pepi mi legava una lunga amicizia. Tutte le volte che poteva mi coinvolgeva in sue iniziative, come quando era direttore artistico della Regione Marche (sono stato ad Amandola, Grottammare e in un sacco di altri posti), o per il festival "Pigro," dedicato a Ivan Graziani e nato da una delle sue tante idee, o per certe sue regie, tipo quella del concerto del Primo Maggio in piazza S. Giovanni. Per il mio primo - e unico - DVD, registrato allo Strehler di Milano, inoltre, luci e regia erano sempre di Pepi. Per tutto questo mi è parso doveroso ricordarlo dedicandogli il disco.

AAJ: A proposito di grandi rapporti umani, l'album include un brano di Vinicius de Moraes, "Onde anda vocè," tradotto in "Com'è che ti va?" da Sergio Bardotti e Nini Giacomelli. Anche a Bardotti ti legava una grande amicizia.

S.C.: Con Sergio c'era un rapporto assolutamente fraterno. Lui mi chiamava Sergetto, io lo chiamavo Sergione. Eravamo vicini di casa. Una volta mi ha portato a casa Ornella Vanoni. Ma soprattutto - negli anni Novanta, quando non ero nessuno - ha portato le mie cassette in Brasile per farle ascoltare niente meno che a Chico Buarque de Hollanda, dal quale dopo qualche mese, non senza una certa sorpresa, ho ricevuto una cartolina con su scritta una frase da un suo brano storico, "Tatuage," in cui mi augurava di proseguire nel migliore dei modi il mio percorso musicale.

AAJ: Oltre a questo, ci sono altri testi che non sono stati scritti dal tuo coautore storico, Roberto Kunstler.

S.C.: Infatti. Due sono di Giulio Casale, che ho conosciuto a uno spettacolo da lui scritto e interpretato, Canzone per Nanda, dedicato a Fernanda Pivano, in cui tirava dentro anche la Beat Generation. Era un monologo: lui solo in scena con la sua chitarra, le sue introiezioni... Mi ha molto affascinato. Poi qualcuno ci ha fatti incontrare. Io avevo due temi senza testo, con quel tipico gramelot-finto-inglese che noi autori siamo soliti mettere su una melodia per vedere come suona, e glieli ho proposti, per vedere appunto se riusciva a scriverli lui, i testi. Giulio si è dimostrato versatilissimo: dopo due giorni i testi erano belli e pronti. Non abbiamo dovuto cambiare una virgola!

Poi nel disco c'è anche "Il principe Amleto," il cui testo è di Sergio Secondiano Sacchi, uno dei fondatori del Club Tenco. La cosa è nata da lontano: in un primo tempo Sergio mi aveva coinvolto in un festival di musica catalana insieme a Joan Isaac, a Barcellona (perché con questo gruppo abbiamo suonato un po' in tutta Europa: Olanda, Germania, Francia, Spagna...), presentandomi come un cantautore italiano eccelso. Dopo qualche mese mi invitò invece a un concerto di Eugenio Finardi, che cantava le canzoni di Vladimir Vysotsky, personaggio singolarissimo, che le autorità sovietiche hanno sempre misconosciuto e contrastato, mentre era amatissimo dal popolo. In quell'occasione vidi un documentario in bianco e nero attraverso il quale ho conosciuto questo grande artista, che era un cantante dalla voce molto roca, ruvida, ma anche attore e poeta. Sergio aveva scritto un libro su di lui, Il volo di Volodja, in cui comparivano alcune sue poesie mai musicate. Uno di questi poemi, di diverse pagine, era appunto dedicato ad Amleto, che era poi il personaggio-capolavoro del Vysotsky attore, il più amato, tanto da poter dire che Amleto era lui stesso, Vysotsky, inquieto, beffardo, incompreso. Fatto sta che Sergio mi ha chiesto se me la sentivo di provare a metterci sotto una melodia. Io mi sono mosso molto a zigzag, perché le strofe in origine erano una quindicina e sono diventate tre. Abbiamo sintetizzato molto, per forza di cose, per cui alla fine questo non è più che un brano liberamente tratto da quel poema, una sorta di omaggio a un grande poeta russo.

Singolarmente, nel disco c'è poi un altro richiamo shakespeariano, visto che uno dei due strumentali, "Essaouira," è ambientato nella città del Marocco in cui Orson Welles girò buona parte del suo Otello. Essaouira è una città magnifica, illuminata anche di notte, con le sue passeggiate sull'oceano, le sue distese immense, i suoi gabbiani. Quindi il brano è un po' marino, da parte di uno che, come me, ne è ormai un frequentatore abituale. A Essaouira sono salito per la prima volta a cavallo, per esempio (poi ci sono anche i cammelli, naturalmente...). È un posto che invito tutti a visitare, una volta nella vita.

C'è poi un altro brano che potremmo definire "esotico," in questo caso un po' cubano, "Transamericana," in apparenza semplice, sopra questo ritmo latino. È nato in una notte d'estate. Va premesso che io non ricordo mai i miei sogni, mentre quella volta mi sono svegliato con una melodia ben precisa in testa, che ho subito registrato con l'I-Phone, facendola poi ascoltare a Giulio Casale, che appunto in un paio di giorni ci ha scritto sopra un testo. L'altro brano di Giulio è "Controluce," che se vogliamo ha un'anima progressive. Io, per indole, sono soprattutto un jazzofilo, però da ragazzo gruppi tipo Area, Perigeo, PFM, Orme, Banco del Mutuo Soccorso mi hanno segnato profondamente. Quindi ho dato voce a questa melodia su tre accordi, un po' minimalistica, che risente anche del mio amore per Brian Eno e Robert Wyatt.

AAJ: Ci hai fatto già un bel quadro dell'album. Entrando fra le sue pieghe, vi si trova peraltro anche un brano, "C'era una favola," che rievoca climi chiaramente alla De André, anche se risulta ispirato in primo luogo a Brassens.

S.C.: Sì, il filone è quello. La sua realizzazione è stata particolare, perché con Michele Ascolese ci siamo messi lì con tutte le sue chitarre-quasi-liuto, e il bombardino di Roberto Rossi, e abbiamo colorato questo brano per renderlo diverso dagli altri, inserendo anche l'udu, queste anfore che danno al tutto un'inflessione squisitamente etnica. Poi si tratta di un testo che ha anche un piccolo appiglio sociale, anche se si tratta di un'aforia, perché mi risulta che le favole parlino di animali, mentre se ci sono gli uomini come protagonisti si tratta di fiabe. In qualche modo, comunque, il brano si ricollega, anche se in maniera meno diretta, a "Paese di finti," presente nel precedente Carovane. Devo peraltro ammettere che, rispetto a quello, in questo disco è il sentimentalismo a vincere, per esempio in "Ogni cosa di me," che lo apre, e che è un po' la continuazione di "Tutto quello che un uomo," brano con cui partecipai a Sanremo nel 2003 e che mi ha cambiato la vita.

Fra le particolarità di questo nuovo album c'è poi il fatto che esiste anche un tredicesimo brano, "Sinestesie," una strana bonus track, scaricabile unicamente da I-Tunes, di solo piano, dove esprimo quello che realmente sono, cioè, appunto, un pianista. Mi auguro, in futuro, di poter realizzare dei dischi di solo piano, anche perché di materiale registrato ne ho già parecchio. Peraltro ho anche, depositati alla SIAE, qualcosa come 385 brani! Considerato che ne ho pubblicati un centinaio o poco più, pensa quanti sono rimasti nel fatidico cassetto, magari perché c'era una frase che non mi convince del tutto, perché volevo cambiare qualcosa ma non ho mai trovato il momento giusto... A volte certi pezzi non si pubblicano per insicurezza, a volte perché non li consideri ancora realmente finiti. E poi ci sono degli appunti (ne ho almeno per altri venti o trenta brani) da cui magari nascerà una canzone pescando da due o tre cose diverse. Con Roberto Kunstler il primo album, I ricordi e le persone, l'abbiamo realizzato nel 1992, quindi vent'anni fa, e in questi vent'anni di cose ne abbiamo scritte. Poi i tempi della discografia sono noti: ogni due anni/due anni e mezzo bisogna fare un nuovo album. Se non avessi questo serbatoio, come potrei, suonando in giro e con tutti gli altri impegni, garantire una produzione di inediti a questo ritmo?

AAJ: Parliamo un po' del tour che parte nei prossimi giorni.

S.C.: C'è la band che mi ha accompagnato oggi, più il violino di Olen Cesari, un altro musicista a cui sono molto legato. A questo proposito non posso fare a meno di dedicare un pensiero a Lucio Dalla, che mi ha aiutato quando ero uno sconosciuto. Una volta suonavo in un locale di Roma, mentre lui era al Teatro Olimpico, e alla fine del concerto è venuto in quel locale coi bonghetti e il sax per suonare con me. Sono cose che non si dimenticano. Proprio Olen è stato sempre il trait d'union fra noi due, una sorta di figlioccio per Lucio, con cui è andato in America, dovunque... Fra noi tre è nata così un annetto fa una versione di "Anema e core" che io ho registrato a casa per la parte di pianoforte, mentre Lucio registrava a Bologna la voce, e appunto Olen il violino. Si trova su youtube.

Tornando al tour, ci sarà un altro omaggio, a Don Grolnick, grande compositore e musicista tout court scomparso a soli quarantotto anni, che ha collaborato con Paul Simon, Steely Dan, James Taylor, ma che era in primo luogo un jazzista, a fianco di Michael Brecker, Peter Erskine, Mike Mainieri, e che soprattutto ha composto brani bellissimi, in particolare in un album degli anni Ottanta, Hearts and Numbers, da cui estrarremo un brano con cui apriremo appunto il concerto, così come io e Fabrizio Bosso ogni sera suoneremo uno standard diverso, come una sorta di piccolo concerto nel concerto.

AAJ: A che punto è il tuo rapporto col jazz? Cosa stai ascoltando in particolare in questo periodo?

S.C.: A parte Don Grolnick, mi ritrovo spesso ad ascoltare Lennie Tristano.

AAJ: Singolare: un pianista, certo, però tutto sommato poco da pianisti, rispetto ai vari Bill Evans, Jarrett, Mehldau...

S.C.: Evans e Jarrett sono sempre con me: ascolto e riascolto continuamente i loro dischi, specie quelli di Bill Evans.

AAJ: Fai delle nuove scoperte, ogni tanto?

S.C.: Nel jazz non tanto. Direi che la scoperta maggiore è recuperare cose del passato, musicisti o album, di cui non mi ero accorto prima. Anche questa è una scoperta importante, perché per me si tratta comunque di qualcosa di nuovo, di inesplorato.

AAJ: Chiudiamo con qualche parola sul tuo rapporto col cinema.

S.C.: È un'altra bella fetta della mia attività, un ambito in cui ho lavorato parecchio, soprattutto con Maria Sole Tognazzi. Un'esperienza notevole è stata di recente la fiction televisiva su Tiberio Mitri, Il campione e la miss, perché ho composto per - e diretto - un'orchestra sinfonica, accompagnando tutte le scene, in pratica, di due film. C'era anche del jazz. Poi un altro avvenimento molto importante è stato l'incontro con Dacia Maraini. Ci siamo frequentati per qualche mese per inventare delle canzoni tratte dal suo romanzo Memorie di una ladra, che negli anni Settanta era stato un film con Monica Vitti, Teresa la ladra. È stata l'attrice Mariangela D'Abbraccio, incontrata a Trieste a un mio concerto, a chiedermi se avevo voglia di scrivere con Dacia queste canzoni, per tirarne fuori una specie di musical. Oggi queste canzoni esistono e ne sono veramente soddisfatto. Parlano del periodo della guerra, delle bombe, di questa disgraziata che entrava e usciva dal carcere per amore, per poter fare dei regali all'uomo che amava, e l'unico modo che conosceva era rubare. Ci sono brani molto forti, uno in particolare che s'intitola "L'ergastolana". Mi auguro un giorno di poterli incidere.

Foto di Alberto Bazzurro (la quinta), Andrea Annessi Mecci (l'ultima) e Tass (la terza).

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