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Secondo capitolo per il trio di Giovanni Guidi

Angelo Leonardi By

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A distanza di un anno da City of Broken Dreams, l'ECM pubblica in questi giorni il nuovo capitolo del trio di Giovanni Guidi con Thomas Morgan e João Lobo, This Is the Day. Un lavoro particolarmente raffinato e maturo, con nuove splendide composizioni e una ricca empatia. Il pianista umbro ce ne parla in quest'intervista.

All About Jazz Italia: Partiamo da This Is the Day. Che percorsi avete sviluppato per questo album con il tuo trio ?

Giovanni Guidi: Ho sempre amato suonare sia con Thomas Morgan che con Joao Luis Lobo, ancor prima della nascita del nostro trio. João era presente già in Indian Summer, il mio primo disco per la Cam Jazz. Quella con lui è una collaborazione che non s'è mai interrotta. Con Thomas ho iniziato a lavorare nel mio quintetto con Gianluca Petrella, Michael Blake e Gerald Cleaver che ha inciso We Don't Live Here Anymore. Quando Manfred Eicher mi ha proposto di fare un disco, istintivamente ho pensato subito a loro sapendo che sarebbe stata la cosa giusta per me. I brani che ho scritto, sia per il primo album che per il secondo, sono pensati proprio per le peculiarità di questa formazione, e per questi partner. Il nostro secondo capitolo è un po' differente dal primo perchè i miei brani hanno molto a che fare con la forma canzone anche se il brano poi vive della composizione collettiva ed estemporanea.

AAJI: La mia impressione, ascoltando l'album, è che ci sia un maggior equilibrio tra i vari ambiti musicali... momenti romantici, altri astratti, altri ancora liberamente improvvisati più due magnifici standard.

G.G.: Questo probabilmente è vero anche se non è stata una cosa intenzionale. Piuttosto rappresenta la fase che adesso vive questo trio. Ci sono molte delle cose che suoniamo dal vivo ma poi, è inutile spiegarlo, un'incisione in studio è qualcosa di completamente diverso.

AAJI: Hai avuto la massima libertà da parte di Eicher?

G.G.: Si certo. Lavorare con Manfred Eicher è veramente un piacere e ogni volta che torno da una registrazione sono sempre pieno di motivazioni e idee che mi vengono grazie alla possibilità di lavorare con un grandissimo professionista come lui. Ma Eicher non è solo questo: è anche un artista che vive il processo creativo dell'incisione come se fosse una parte integrante del gruppo.

AAJI: Guardando indietro al tuo debutto discografico c'era proprio un piano trio con Ponticelli e Maniscalco. Cos'è cambiato in generale da allora nella tua musica?

G.G.: Innanzi tutto da parte mia c'è una diversa consapevolezza, dell'idea del trio, della musica e del modo di suonare. Sono passati più di dieci anni, non rinnego affatto quello che ho fatto allora ma ho il piacere di sentirmi un musicista sviluppato. Spero tra dieci anni di poter dire la stessa cosa rispetto a ora.

AAJI: I tuoi brani sono spesso costruiti attorno a una linea melodica cantabile. Viene da un'intuizione nel corso della giornata oppure nasce mentre sei al pianoforte?

G.G.: I brani nascono in maniera abbastanza casuale, dipende dall'occasione, dal momento, oppure da un'idea estemporanea durante un'improvvisazione. I due brani del disco, che dal punto di vista della forma canzone credo sono i più felici, li ho composti la mattina stessa della registrazione quando sono andato a provare il piano e li ho poi presentati a Thomas Morgan e João Lobo che li hanno imparati e non li dimenticheranno più.

AAJI: Dopo Bill Evans e Keith Jarrett sembrava che il piano trio avesse già espresso tutto. Poi sono venuti Brad Mehldau, l'E.S.T. di Esbjorn Svensson, i The Bad Plus, e più recentemente Vijay Iyer, Tord Gustavsen, Neil Cowley e tanti altri. Come spieghi questa proliferazione di piano trio? Come ti senti in questa affollata compagnia?

G.G.: Quando suono in piano trio cerco di concentarrmi su quello che voglio trasmettere, senza pensare che esistono gli altri straordinari trii di pianisti che hai citato. Altrimenti sarebbe un'angoscia terribile... Poi è difficile stabilire qual'è l'ultima reale evoluzione del piano trio. Molte delle formazioni recenti, a parte Mehldau, apportano delle novità al piano trio ma non ne stravolgono la concezione. Intendo dire che il piano trio s'è modificato ma non vedo qualcuno che lo stia facendo nel modo in cui l'hanno fatto Bill Evans o Paul Bley. Però onestamente quando faccio il piano trio o qualunque altra cosa non penso a che posto devo occupare nella storia di quel tipo di formazione. Come dicevo, la cosa più importante per me è sentire che siamo degli artisti che stanno esprimendo una loro idea che, ovviamente, vive dentro una tradizione ma che mentre suono è l'unica cosa possibile, l'unica cosa che esiste.

AAJI: Tra i pianisti statunitensi ne apprezzi qualcuno in particolare?

G.G.: Li seguo tutti con enorme piacere, soprattutto quelli della generazione tra i 40 e i 50 anni. Tra i pianisti più giovani uno per me straordinario, che ha espresso qualcosa di nuovo, è David Virelles che ho avuto il piacere di vedere dal vivo nel quartetto di Tomasz Stanko. Uno meno giovane, che invece meriterebbe maggiore spazio e considerazione è Craig Taborn.

AAJI: Hai appena registrato ancora un disco per l'ECM con Petrella, Louis Sclavis e Gerald Cleaver che si chiamerà Soupstar. A parte la nuova presenza di Sclavis è il seguito di We Don't Live Here Anymore?

G.G.: Non direi. A eccezione di un paio di brani scritti è un disco d'improvvisazione, totale ed estemporanea pur non essendo legato al linguaggio del free o delle forme d'improvvisazione radicale. In alcuni momenti ci sono anche situazioni post rock. Quindi è un impegno molto diverso rispetto a quello del trio. Aggiungo inoltre che quando si suona con musicisti straordinari come Gianluca, Gerald e Louis -che ho conosciuto proprio in quell'occasione-si prova un'emozione straordinaria.

AAJI: Il duo con Petrella va avanti?

G.G.: Si certo. È una formazione che adoro, perchè abbiamo sviluppato una sintonia eccezionale e stiamo lavorando tantissimo. Spero che sia uno di quegli organici che non finirà mai... magari potrà avere un periodo di pausa ma vorrei tanto che anche alla fine della mia carriera possa continuare a esserci.

AAJI: Mi ha molto incuriosito sapere che hai in cantiere un disco con il finlandese Sasu Ripatti, ovvero Vladislav Delay. Puoi spiegare come mai e che ruolo avresti?

G.G.: Per me è uno dei musicisti più originali al mondo. A volte suona la batteria o le percussioni ma più spesso lavora su strumentazioni elettroniche. Io ovviamente suono il pianoforte perchè non è pensabile che faccia altro. Spesso alcuni jazzisti usano l'elettronica come un accessorio, con risultati per me molto parziali. Io scelgo d'interagire col linguaggio elettronico facendo quello che so fare meglio, ovvero suonare il pianoforte. Per me non ha senso usare in prima persona il linguaggio elettronico quando non posso esprimere quella profondità di ricerca che musicisti come Ripatti hanno ottenuto nel corso degli anni...

AAJI: Qual'è il disco che ti rappresenta meglio?

G.G.: Ovviamente l'ultimo, perchè è sempre l'ultimo progetto quello che fotografa quello che sei al momento. Io però scelgo anche il primo, Indian Summer, a cui sono molto affezionato.

AAJI: Che musica ascolti in generale e cosa stai ascoltando in questo periodo?

G.G.: Restando nel campo del jazz non ascolto molto le cose contemporanee, ti dico la verità. Non tanto perchè non mi piacciano ma perchè voglio ancora nutrirmi di quell'energia, respirare la grandezza che c'era in passato. Una cosa che faccio regolarmente, e che si ripete in questi giorni, è l'ascolto della Liberation Music Orchestra. Quando senti uno dopo l'altro Gato Barbieri, Don Cherry, Charlie Haden eccetera ti viene un rimpianto di non esserci stato. Io ho avuto però la fortuna suonare regolarmente con Enrico Rava, un grande artista che di quel mondo ha fatto parte.

Foto
Caterina Di Perri

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