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Sainkho Namtchylak a L'appartamento di Firenze

Sainkho Namtchylak a L'appartamento di Firenze
Neri Pollastri By

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Sainkho Namtchylak
Firenze
L'appartamento
2.11.2017

Erano molti anni che non vedevo, né ascoltavo, la cantante siberiana Sainkho Namtchylak, interprete originalissima della tradizione popolare di Tuva, terra russa ai confini con la Mongolia, e delle singolari e ardite forme di emissione sonora che tale tradizione ha sviluppato e conservato. L'avevo vista, se non ricordo male, una ventina d'anni fa, prima in un concerto solitario in una chiesa fiorentina, poi in un duo di pura sperimentazione sonora con il sassofonista statunitense Ned Rothenberg, con il quale nel 1999 pubblicò per la Leo Records lo splendido disco Amulet. In quelle occasioni Sainkho dette vita a delle performances che rendevano riduttivo definirla "cantante": accanto a un repertorio di evocativi canti delle sue terre si esibiva infatti in un uso della voce quale vero e proprio strumento, lavorando su bassi gutturali, sovracuti e incredibili suoni plurimi, possibili grazie all'emissione di armonici assieme alle linee vocali principali.

Certo, già allora la vocalist si muoveva anche su territori più "leggeri," complice anche l'impossibilità di operare in quel modo, dispendiosissimo per le corde vocali, per più di una mezzora a concerto. Naked Song, realizzato qui in Italia ed edito nel 1998 dall'etichetta Amiata Records, era infatti un lavoro di sperimentazione elettronica prossimo alla musica ambient, nel quale Sainkho dosava con parsimonia le sue preziose doti vocali per arricchire la costruzione musicale strumentale.

Compiuti quest'anno i sessant'anni, Sainkho pare oggi aver decisamente imboccato quella strada, che ha battuto anche nel concerto tenutosi presso L'appartamento, piccolo ma suggestivo locale del centro fiorentino, al quale si è presentata con una coppia di ottimi musicisti jazz quali il pianista Stefano Maurizi, a lungo attivo anche in Francia, e il clarinettista Mirco Mariottini, recente autore di una singolare suite dedicata alla figura di Davide Lazzaretti (clicca qui per leggerne la recensione).

Il repertorio proposto era in larga misura basato su materiale della vocalist, sul quale Maurizi operava perlopiù alle tastiere elettroniche, più un brano di quest'ultimo, nel quale invece era di scena il pianoforte. Mariottini ha alternato clarinetto e clarone, va detto con grande sensibilità e maestria. L'improvvisazione era però ridotta ad alcuni interventi dei due strumentisti, e fungeva da cornice di abbellimento del materiale tematico, che ora era ispirato all'esotica ed evocativa musica siberiana, ora invece scivolava maggiormente sul pastiche ambient. In tutto questo Sainkho era sì protagonista, ma senza mettere sempre in gioco le sue migliori qualità, anzi, per essere sinceri facendone solo trasparire qua e là alcune: qualche sovracuto, un brano con l'impiego dei bassi gutturali, pochissimi armonici. Per il resto, solo un uso esperto di artifici vocali: sussurri, riverberi sul microfono (perché gran parte del concerto era amplificato) e altre forme di vocalizzazione tutto sommato usuali e alla portata di molte cantanti.

Così, alla fin fine, una musica non disprezzabile, anche grazie al pregevole lavoro dei due ottimi musicisti, che potrà anche crescere qualitativamente se la collaborazione tra i tre -qui poco più che occasionale -avrà un seguito. E un concerto che ha avuto il merito di presentare una proposta certo inusuale a un pubblico piuttosto folto (la prevendita era chiusa da giorni) ed estremamente giovane (non ci lamentiamo sempre della scarsa curiosità dei giovani e dell'età avanzata del pubblico della musica creativa?) che è sembrato apprezzare molto. Certo, però, anche uno spettacolo che non può non aver un po' immalinconito chi ricordava la Sainkho di un tempo.

Foto (di repertorio): Coral

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